Una Principessa vs. 43 gorilla


Uno dei pensieri più frequenti, mentre guardiamo i nostri amati film coreani, che siano sanguinose vendette o intensi drammoni, è questo: deve essere proprio difficile essere donna da quelle parti. La vita è dura, a prescindere dai sessi, in una società così violentemente capitalista: non molto dissimile dalla nostra, solo più esasperata. Per le donne lo è ancora di più, a Seoul il maschilismo è ancora, nel 2015, forte. Molto forte. E violento. Han Gong Ju è il debutto cinematografico del giovane Lee Su Jin, e non è solo un debutto (l’ha scritto diretto prodotto e montato) con i controcoglioni. E’ anche uno dei fari più lucidi e politicamente efficaci che si siano accesi in questi anni sulla condizione femminile in Corea. Lode eterna a Martin Scorsese che lo ha sponsorizzato con queste parole: “Ho molto da imparare da questo film, e aspetto con impazienza il prossimo lavoro di Lee Su Jin”.

Han Gong Ju - poster

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No Tears For The Dead


La star coreana Jang Dong-gun veste i panni di Gon, un killer spietato che uccide per sbaglio una bambina (è il suo karma: in The Coast Guard di Kim Ki Duk era un militare che commetteva lo stesso errore, ammazzando un civile), innescando una spirale di sangue, dolore e rimorso raccontata con stile impeccabile. Epicentro della storia sono gli asettici grattacieli di vetro di Seoul, dove le multinazionali di alta finanza e criminalità intrecciano conti e affari.

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Attenti ai segni degli zingari sui citofoni!


Nel primo weekend di programmazione (a ferragosto, tra l’altro) Hide And Seek ha totalizzato 1.350.000 spettatori, ha raggiunto un sorprendente settimo posto nella classifica dei film più visti in Corea nel 2013, più di 37 milioni di dollari incassati. Regista esordiente, basso budget, assenza di star. Come si spiega questo successo?

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E’ un thriller che cattura e appassiona lo spettatore dal primo minuto fino ad un catartico finale? No, no. Anche se lo fosse, il successo è causato da qualcosa di completamente differente. Qualcosa che ne decreterebbe il successo assicurato se il film fosse distribuito anche in Italia, e magari sponsorizzato dalla Lega Nord.

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Va ora in onda: Il Terrore


The Terror, Live

Kim Byung-Woo

2013

terror prima

 

Una delle definizioni che più ci piace, capace di farci stravaccare bendisposti in poltrona con gli occhi sgranati e la massima attenzione, è: “solido thriller coreano”. Se qualcuno presenta un film con questa formula magica, pensiamo subito “è nostro”. E infatti The Terror, Live è nostro. Girato interamente all’interno di uno studio radiotelevisivo, è la miliardesima riflessione sui media, ma per fortuna del tutto priva di sermoni e pretese meta-qualsiasi cosa.

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The Terror, Live è costato meno di un decimo di Snowpiercer: i due film sono arrivati nelle sale contemporaneamente, e il piccolo film di Kim ha avuto comunque un ottimo successo: più di 200.000 biglietti nel primo giorno di programmazione.

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Le larghe intese


New world

Park Hoon Jung

2013

Scena numero uno: Garage sotterraneo. Assalto all’arma bianca, folle esplosione di violenza di massa. Ferocia senza limiti, ossa frantumate in serie.

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Taci, il nemico ti ascolta


Secretly, Greatly

Jang Cheol Soo

2013

Se i nostri registi coreani preferiti girano una scena violenta, sarà una scena estremamente violenta. Una scena buffa sarà estremamente buffa, una scena triste sarà estremamente triste.

caca

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La minaccia Coreana


 

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Kim Ji Woon  (regista di pellicole più che buone, ma soprattutto del più violento film di “vendetta” della storia del cinema, I saw the devil) è stato chiamato a Hollywood per dirigere un action con.. ehm.. Arnold Schwarzenegger. L’ex governatore non sembra più un fascista law and order, ma piuttosto ricorda Meat Loaf in Fight club. Insomma è simpatico. Questo è uno dei pregi di un film dignitoso, e anche molto divertente. Perchè Kim è un ottimo regista, che realizza i film che gli si chiede di realizzare. Con classe.

Vedremo presto cosa sarà in grado di fare Bong Joon Ho (responsabile di due capolavori-o-poco-ci-manca come The Host e Memories of Murder) alle prese con la graphic novel Snowpiercer. Dikotomiko è mooolto fiducioso.

Ma Hollywood ha chiamato anche Park Chan Wook, assegnandogli il compito di girare quello che per sceneggiatori e produttori era semplicemente uno psycothriller alla Hitchcock. Immagino il maestro Park accettare con i suoi modi pacati ed il sorriso rassicurante da gentiluomo. Poi, una volta dentro,  ha fagocitato Hollywood in poco più di un mese di riprese. 

 

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L’unica differenza tra Stoker e le sue opere precedenti è la presenza di protagonisti statunitensi, ridotti ovviamente a tre fantasmi di ghiaccio, evanescenti tessere di un perfetto puzzle dal fascino abbagliante (e morboso).

L’occhio di Park è il protagonista assoluto, dal prologo fulminante ai titoli di coda che scorrono al contrario, di questa inquieta ed elegantissima messa in scena di una storia di (de)formazione.

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Così, dopo Joint security area, Lady vendetta, Old boy, Thirst, I’m a cyborg but that’s ok, anche per Stoker è obbligatoria la seconda visione, e forse la terza. Nella filmografia di Park Chan Wook la parola capolavoro ricorre troppo spesso, perchè probabilmente è arrivato il momento di nominarlo Miglior Cineasta Vivente.