Sicario, Soldado, Sollima. Adesso vi faccio vedere come gira un italiano.


Sgombrate il campo da dubbi e perplessità: Sollima ce l’ha fatta! Il suo Sicario: Day of Soldado è il film dell’anno, di più, è una pietra miliare per l’action del nuovo millennio. Non è blasfemo ricorrere a paragoni illustrissimi: guardatelo pensando al Fury Road di George Miller, al Fury di David Ayer, a Patriots Day di Peter Berg. Anche, se ne siete capaci, al 13 Hours: the Secret Soldiers of Benghazi di Michael Bay, o alle missioni impossibili di Chris McQuarrie. Il livello è questo, è altissimo e prestigioso, e l’importanza dell’opera sovrasta gli esiti al box office internazionale. Ad oggi, Soldado ha infatti incassato 75 mln di dollari in giro per il mondo, a fronte di un budget di produzione di 25 milioni. Bene, ma non benissimo, con il peso di alcune critiche d’oltreoceano marcatamente e pregiudizialmente negative. I risultati sono comunque in linea con quelli del primo capitolo del franchise, il Soldado di Villeneuve, che a fine corsa nelle sale mondiali realizzò un totale di 85 mln di dollari, a fronte di un budget più cospicuo (30 milioni).

 

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Blade Runner 2049. Ma gli androidi sognano pecorine elettriche?


Solo accettando la finzione, noi, ritroveremo l’umanità. Sembra una dichiarazione di intenti, è un motto, il verso di una canzone che al momento mi tormenta, o mi esalta, il che è lo stesso, data la compromessa obsolescenza delle mie sinapsi. Ci sarebbe da fare i sacerdoti del sommo nulla, e passare questo tempo scrivente ad interrogarsi su un grande enigma del nostro non tempo, se cioè sia più importante la riproduzione, o la riproducibilità. Decido invece di optare per il sommo valore della sterilità, intellettuale ancorché morale, quindi non ho spunti da spruzzarvi addosso. Resto inerte, dopo Blade Runner 2049, di Denis Villeneuve.

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Sicario, di Denis Villeneuve


Diciannove anni fa mi trovavo a Roma, nella sede direzionale di un prestigioso istituto di credito, per la prima lezione di un master avanzato in finanza internazionale. Il professore era un docente universitario, piemontese ascendente pugliese, liberale, liberista e progressista, con un’ostilità congenita al fariseismo ed alle mezze misure. Nello stupore generale, costui cominciò a parlare delle lobby finanziarie più potenti del pianeta, sciorinando una serie di slide in cui comparivano foto e organigrammi dei board, in modo che noi, poveri ignari guasconi post lauream, vedessimo la presenza in proporzione costante degli italo-americani, degli ebrei, dei sudamericani, degli arabi ivi elencati. Analizzando la composizione di queste organizzazioni legali e yes profit, diceva, si può risalire alle organizzazioni criminali che le generano e che detengono l’economia mondiale, e questo perché nel crimine non vale il principio della competizione, ma della cooperazione, tutti devono avere una fetta di torta, win win no war. Che fosse subdolamente razzista, evoluzionisticamente lombrosiano o illuminato non so, fatto sta che questo professore cambiò per sempre il mio modo di vedere le cose. Sicario, di Denis Villeneuve.

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Io è il peggior nemico di Me


 

Da più di sessant’anni ormai la science fiction saccheggia e sviluppa il tema del Doppio, e non potrebbe essere altrimenti: è il genere più legato all’immaginazione, alla creazione di mondi, alla proiezione/identificazione/transfer. In un certo senso la fantascienza è rassicurante, in quanto tende a spostare in remote galassie l’origine del Mostro, della Minaccia, dell’Altro. Che invece scaturisce da regioni inesplorate, vero, ma si tratta di regioni psichiche, non spaziali, vicinissime e non remote, talmente vicine che una eventuale spinta secessionista sarebbe splatterosissima. E’ consigliabile non sobillare rivolte in quelle regioni, sentite a me.

Stai zitto Omiko, sono io, Dikot, l’unica parte vera e pensante della nostra entità duale, non sei un doppio, al massimo sei un doppione. E poi lo sanno tutti, il doppelgänger è l’essenza della psicanalisi, quella che ti servirebbe prima di scrivere le tue baggianate.

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Homo Homini Lupus


Big Bad Wolves

Aharon Keshales, Navot Papushado

2013

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“Ed ecco che l’olfatto capta.

Intercetta l’odore ricercato. Ecco la traccia. Avverte la presenza della non-persona. A lui si legherà, perché entrambi sono niente, e cresceranno insieme, e il lupo Fenrir apprenderà dal non-umano, si riempirà, si gonfierà di liquami e tradimenti e orrori non suoi, scaturiti da quello zero che non è una persona, e l’odore di quella annusa nell’aria e dunque precipita.”

Frasi  abusivamente estrapolate dall’incipit di una grande opera, Hitler di Giuseppe Genna. Scenario era l’Austria, 1897. Qui invece l’odore è del  contrappasso, scenario è Israele, oggi, e il Fenrir si atomizza, molteplici non esseri ne ricevono. La terra dell’agnello pullula di lupi.

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Dio, Patria, Famiglia.


Prisoners

Denis Villeneuve

2013

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Sedia a dondolo, birra e taralli, tutto pronto. Basta poco per sentirsi felici. E’ una bella sensazione, che però dura 3 secondi. Poi suona quel cazzo di citofono. Sarà ancora il solito scroccone, penso. E infatti. Sposto la sedia a dondolo per infilarci di fianco una vecchia poltrona semisfondata, ma comoda. Brian, prima ancora di chiedermi come va, sta già triturando tra i denti il terzo tarallo mentre la sua mano libera afferra il collo della bottiglia. La mia birra. Che film mi proponi stasera, chiede sputacchiando microgranuli di tarallo. Informo il signor Brian-Paraculo-De Palma che annuisce soddisfatto e si stravacca sulla poltroncina.

(…)

Dopo un’ora abbondante di visione (livida, nera, tesa e densa) il volto del male si manifesta, inonda lo schermo, e Brian-Micopianotutti-De Palma mi molla una gomitata nelle costole, alitandomi in faccia “sembra un mio film di 30 anni fa”, e sorride sornione.

Sono costretto a dargli ragione. Continua a leggere