Animali Notturni: dikotomiko intervista Tom Ford


“Nocturnal Animals è un racconto pedagogico, un ammonimento sulle conseguenze dei compromessi che si accettano nella vita, sulle conseguenze delle nostre scelte e delle nostre decisioni. In una cultura sempre più usa e getta in cui tutto, compresi i rapporti umani, può essere così facilmente gettato via, questa è una storia di lealtà, dedizione e di amore. Si tratta di una storia sull’isolamento che sentiamo tutti, e sull’importanza di valorizzare le connessioni personali, le relazioni che ci sostengono. Nocturnal Animals costruisce ponti tra i personaggi principali, al contempo chiudendo le vie di contatto tra loro.”

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Dossier Frankenstein. Born to be alive. Part I


Più di 400 film di ispirazione diretta, altrettanti apocrifi o non riconosciuti, per non parlare delle miriadi di derivati illegittimi dimenticati negli archivi delle più remote cinemateche. Tutte queste visioni a partire da un solo mostro, anzi, un mostro sacro, di più, il mostro sacro, il padre di tutte le cose senza nome, partorito dall’inchiostro seminale di una ragazzotta all’apice della sua pruderie intellettuale.

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The Hateful Twelve: i migliori 12 film dell’anno, secondo Dikot


Regrets, I’ve had a few;

But then again, too few to mention.

I did what I had to do

And saw it through without exemption.

I planned each charted course;

Each careful step along the byway,

But more, much more than this,

I did it my way.

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La mia lista:

 

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La Suburra del cibo e dei sensi (terza e ultima parte)


Dal cocomero al kiwi, the bittersweet fruit nel film Singapore Sling di Nikos Nikolaidis (1990). Qui occorre poggiare un attimo le posate, alzarsi in piedi e genuflettersi, stiamo parlando di un capolavoro assoluto. Ascritto per convenzione al genere del supernoir, o postnoir, o neonoir, Singapore Sling è un’opera disturbata, radicalmente perturbante indi intrinsecamente politica sulla cultura fallocentrica, sulle convenzioni sociali, sulla perversione dei rapporti di potere. Nikolaidis pare Joseph Losey pervaso dallo spirito di Tinto Brass, inscena una sarabanda di rapporti sessuali politicamente scorretti in cui due assassine seriali – madre e figlia – abusano mascolinamente di un detective narcotizzato, con tanto di copule intrafamiliari ai limiti della sevizia, torture (waterboarding, elettroshock), umori e sontuosi culi femminili a dominare le scene, fino alla nemesi del maschio represso/soppresso ed alla tragica, affilatissima ecatombe. Il culmine, ovviamente, è quando il sesso incontra il cibo: le due ingozzano a più riprese il prigioniero paralizzato, schiaffandogli in bocca grumi di cibo, poi d’un tratto la figlia agguanta un kiwi, se lo strofina dappertutto fino a spiaccicarselo sulla clitoride, per continuare a masturbarsi fino all’orgasmo.

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The sound of my voice part III. Gli universi paralleli.


Che a dissociarci siamo bravi tutti, non ero in me quando ho fatto questo, si ho sbagliato posso cambiare, senza te sono ciò che ero, sarò un essere differente. Già qui viviamo vite parallele, ciascuna con un centro, con un’avventura, ma se volete sentir parlare, sommamente e autorevolmente, di universi paralleli, cliccate sull’immagine qui sotto e sorbitevi la puntata 9 del podcasting, da principio ci sono io, all’apice del mio asintoto.

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True Detective 2. Well, nevermind


Nick Pizzolatto ha chiuso al traffico la strada in salita che, oltre il cielo nero e stellato, conduceva a Carcosa. Ha riposto in soffitta tutta la weird fiction e il cosmic horror di Ligotti, Chambers, Lovecraft e compagnia bella, ha tirato giù e spolverato i libri di Hammett ed Ellroy perchè così vanno le cose, così devono andare. Quella strada è chiusa, le vertigini cessano di colpo, piombiamo con i piedi nella terra lercia, il malessere che ci assale è una doccia fredda, reale, dolorosa. Rust e Marty sono lontani, la Louisiana è lontana, il Re Giallo è esploso in mille pezzi, generando spore tossiche e polveri sottili e malefiche sparse ai quattro venti, che accendono sparuti flash citazionisti sotto i nostri occhi impotenti e disorientati dalla natura differente della seconda stagione. La prima volava, la seconda striscia.

I live among you well disguised

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Deutschland 83. L’impero del male colpisce ancora


La guerra fredda, la crisi dei missili più grave dopo quella del 1962, il muro di Berlino, la paranoia crescente. Eppure, la musica che nel 1983 ascoltavamo noi ragazzetti ignari e i ventenni tedeschi più o meno consapevolmente coinvolti in quell’opprimente delirio cospirativo, era la stessa: Eurythmics, Duran Duran, Phil Collins, Cure, il Bowie pop, lo Stevie Wonder ultrapop. Per tutte le otto puntate di Deutschland 83 questa musica esce dalle autoradio, dai walkman di contrabbando, dai locali, a sottolineare la forte aderenza della storia al tempo, e delle piccole storie alla Storia. Ci sono due spettri a fare ombra alla vicenda, uno è l’ AIDS (che era ancora considerato da molti un’esclusiva degli omosessuali) e l’altro è l’impero del male (ovvero l’Unione Sovietica nelle parole suggestive – e molto cinematografiche – pronunciate dall’attore Ronald Reagan in un famoso discorso del marzo 1983, con il quale terminava ufficialmente il periodo della distensione tra le superpotenze ed iniziava quello più caldo della guerra fredda; d’altronde il programma di difesa missilistica intercontinentale era denominato Star Wars…). Ed è proprio in questo periodo che i coniugi Winger (tedesco lui, americana lei) ambientano Deutschland 83, una serie che è andata in onda negli Stati Uniti in tedesco, con i sottotitoli in inglese, sul canale del Sundance.

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