Ghost in the Shell, lunga vita alla nuova Scarlett!


C’è fermento intorno a questo film. Aspettative, mugugni, un carico di ansia notevole. C’entra la faccenda della propedeuticità, se cioè uno spettatore possa accostarvicisi vergine o se sia obbligatoria la visione – il watch, il rewatch, il binge watching, il loop – dell’intera saga animata precedente. Va aggiunta anche una buona dose di senso di colpa, in quanto è richiesto, a quel medesimo spettatore presumibilmente illibato, di prnunciarsi a priori sui rischi dell’occidentalizzazione, di quando un’eroina giapponese cambia i suoi lineamenti perché lei lava più bianco, whitewasher. Ce n’è abbastanza quindi per abbracciare convintamente la parte del torto, andare al cinema e guardare Ghost in the Shell con la spensieratezza degli ignari, la licenziosità dei golosi.

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La sottomissione e il rapimento di Michel Houellebecq


“La donna deve essere sottomessa, è scritto nei testi sacri. Sottomessa significa messa sotto, cioè la condizione per cui la famiglia possa esistere. Una donna mite. E sottomessa non significa che non c’è la parità, sono due cose diverse” (Mario Adinolfi, La Croce Quotidiano, Voglio La Mamma). L’Occidente è malato, ha bisogno di sottomissione, questo il credo dei nuovi integralisti cattolici, mica islamici. Del resto, milioni di cinespettatrici gremiscono i multisala, negli occhi le 50 sfumature, dalla bocca un solo grido: sottomissione! Non bastasse, Tsipras e la Syriza di governo devono prostrarsi alla trojka, pure a voi sottomissione! E finalmente gli operai potranno essere impunemente licenziati con il jobs act, sottomissione compagni! Ai bambini buoni, sottomissione, regola dolcemente l’intestino.

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Questo è il film del Natale 2014.


Questo è il mio ultimo post del 2014, fra poche ore partirò per un lunghissimo viaggio, mi mancherete tutti tantissimo, perciò ho deciso di farvi il più bel regalo di Natale che abbiate mai ricevuto, vi regalo un buon consiglio, dal profondo del cuore. Vi consiglio di essere audaci e propositivi, di andare al cinema soli o ben accompagnati, meglio se con figli o nipoti minori di 18 anni, e di vedere Il Ragazzo Invisibile di Gabriele Salvatores. Lo so, da più parti avete letto commenti negativi, oscillanti tra il caustico ed il muriatico, che trattano il film come uno scherzo mal riuscito di un regista agli sgoccioli, invece non è così, Il Ragazzo Invisibile è una grande impresa per almeno 3 motivi:

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Jason Reitman, puntini puntini


La grande illusione è che il triplo doppio vu spalanchi le porte dell’infinito. Troppo ottimistico in effetti, al più serve a migliorare la conoscenza dell’ignoto, rendendo visibili ma non tangibili corpi solidi liquidi gassosi. L’immagine può essere il primo passo verso il soddisfacimento di un bisogno, e l’Internet è questo, un mezzo non di comunicazione, ma di soddisfazione di bisogni. In tale funzione d’uso viene adoperata dal popolo della Rete, che prima d’essere profilato per età o razza o genere è suddiviso in gruppi più o meno omogenei di bisogni, donde le categorie di ricerca. Poi arriva Jason Reitman, uno che guarda l’America e punge parecchio; sposta l’attenzione più avanti, dal www al puntino, e dentro quel puntino ci vede tutto il mondo composto da microscopici pigmenti dinamici, infinitamente piccolo pallido e blu. Il mondo, the pale blue dot.

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Un consiglio da amico a Corrado Guzzanti


Il cuore di un uomo è più duro della pietra. Ogni uomo coltiva i propri affetti come può e ha cura delle creature che ama. Io amo Corrado Guzzanti, sono cresciuto grazie a lui, invecchiato con lui, mi ha riscaldato l’animo e i pensieri nel freddo glaciale dello squallore del mio Paese. E’ dall’alto di questo sentimento così limpido che posso esprimere il mio sdegno, tutto il mio disappunto dinanzi alla inutile visione cui mi sono incautamente sottoposto, Ogni Maledetto Natale, con Corrado Guzzanti.

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Sabotage, ancora un ritorno del mio amico Arnold


Prologo: stanco, sofferente, sconfitto, un vecchio guarda il monitor di un pc, scorrono le immagini di sua moglie che viene giustiziata mentre lui, impotente da remoto, ha le mani e gli occhi legati. Sembrerebbe l’inizio del milleunmillesimo revenge movies, non fosse che il pensionato inane è Arnold Schwarzenegger nel pieno sfiorire della sua seconda vita cinematografica. Il film è Sabotage e non è un revenge movie classico, perché Schwarzy ha già vendicato tutto il vendicabile umano e sovrumano; non è nemmeno un action movie,è un b-noir brutto sporco e cattivo, un videogioco inteso come gioco-da-guardare, dove tutto si muove ma l’azione diretta del protagonista non c’è o è fuori campo, quello che succede è lontano da lui, che è attore-regista occulto che eteroinduce, mentre tutti gli altri personaggi sono mere macchine da scena che si sbronzano e cercano e sparano e tradiscono e si ammazzano.

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Che amore il tricheco, gli manca solo la parola


Bisogna buttare fuori almeno un milione di parole prima di scrivere qualcosa di veramente buono, lo diceva Truman Capote. Io invece conosco qualcuno che dagli esordi butta fuori miliardi, fantastiliardi di parole con risultati spesso miracolosi, sempre sorprendenti. Sto parlando di Kevin Smith, Mister Clerks, e del suo Tusk, ode alla forza ed alla significanza delle parole.

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