The Handmaiden, di Park Chan Wook. Let’s play master and servant!


Korine, Von Trier, Refn, Verhoeven, sono loro l’avanguardia nella rappresentazione della nuova donna, non più oggetto o soggetto ma avatar, personaggio giocabile in una realtà multilivello falsa come un videogame. A questa avanguardia va ad aggiungersi Park Chan-wook con questo suo ultimo The Handmaiden, ancora invisibile in Italia. Il film ha goduto di una vetrina prestigiosa come il Festival di Cannes e ha sbancato il box office nazionale (31 milioni di dollari incassati in sala, ottavo nella top ten del 2016), tuttavia si è perso nelle nebbie dell’oblio occidentale, vuoi per l’atteggiamento reazionario della critica, che lo ha marchiato come mero esercizio di stile (!), vuoi per le oggettive difficoltà di fruizione di un titolo che agli occhi dei più ha la tripla aggravante, è coreano, dura più di due ore ed è in costume. Liberamente (la libertà è ovvia, nel caso di Wook) tratto da una novella vittoriana inglese, per l’occasione ricontestualizzata, The Handmaiden è una storia di masters (mistresses) and servants: due donne, nobile o aspirante tale l’una, cameriera o aspirante ladra l’altra, e i loro destini incrociati al tempo dell’occupazione giapponese, la passione che le unisce e attraversa truffe, ricatti, abusi infantili, matrimoni riparatori, trattamenti sanitari obbligatori, fughe dall’antro degli orchi.

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Mommy? (Yes son.) I want to…


 

Senza nemmeno prendersi il fastidio di partire dalla fase primordiale, evitando con supponenza di immergersi nel plasma incandescente, sbadigliando sulle teorie inflazionistiche, Xavier Dolan ha preso per buone le teorie sull’universo a forma di toro tridimensionale: la forma che si ottiene incollando le facce opposte di un cubo, e nella quale per ogni oggetto si osserverebbe una sua copia in ogni faccia e da ogni lato, sinistra destra sopra sotto davanti dietro ecc… In una situazione del genere, sarebbe possibile comportarsi come i personaggi dei videogiochi degli anni 80, andare sempre diritto e quindi sparire da un bordo dello schermo e riapparire dal bordo opposto. Un incubo. Meglio procedere a zig-zag, mi sa.

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L’universo che vediamo quadrato, creato da Dolan, è popolato da tre personaggi talmente vivi e palpitanti da rendere l’avviso iniziale sullo schermo (che introduce il film come ambientato in un Canada futuro, nel 2015) fittizio e antipatico. Il giovane demiurgo canadese ha calcato la mano e li ha resi estremamente smaniosi, sbraitanti, invincibili e affamati di vita e libertà. Ha donato loro la capacità di espandere l’universo e abbattere teorie, per mezzo di semplici gesti: gli stessi gesti che noi vorremmo compiere quando le strade di città ci sembrano strette e soffocanti. E’ un universo pop, nel quale una scena in particolare ha l’effetto involontario di ridimensionare Boyhood fino a renderlo uno spot illusorio e dannoso.

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Tutta la sorprendente genesi, le emozioni provocate, l’importanza che abbiamo dato al film di Linklater, sono state abbattute da questo pischello impertinente, che osa rappresentare la libertà come una corsa in skate o con il carrello della spesa, riuscendo non solo a non essere ridicolo, ma anche a ingannarci. Restiamo inebetiti, conquistati e increduli, e il cuore si scioglie per Steve, un coglioncello di sedici anni che cazzeggia col carrello mentre perfino Wonderwall degli Oasis si spoglia per magia di tutto l’hype che l’ha ammorbata negli anni novanta, tornando ad essere una bella e semplicissima canzone.

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P’tit Quinquin, la TV secondo Bruno Dumont


Finalmente Bruno Dumont. Non ho mai approcciato i suoi film, lo confesso: a vista mi spaventavano, o mi tormentavano, comunque mi allontanavano. Quest’opera invece mi ha incuriosito da subito, una miniserie TV firmata dal nuovo profeta del cinema europeo, poi sono arrivati i Cahiers du Cinema a premiarla come miglior film del 2014,film perché così montato e passato a Cannes e venduto nel mondo, allora l’urgenza si è fatta incontenibile, e ho guardato. P’tit Quinquin.

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The land of Harmony


“Il senso di tutto questo cinismo, di questa assurdità? Dire a tutti: tranquilli, ci sono io, Harmony Korine.Forse Korine pensa di svelare la cruda verità attraverso l’esibizione di giovani problematici senza alcun adulto a far da modello positivo, ma è solo spazzatura. C’è una differenza tra osservare la realtà senza batter ciglio e sguazzare nella degenerazione”.

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Così parlò Mark Caro del Chicago Tribune nel 1997, come lui si espressero moltissimi critici americani, impreparati alla visione di Gummo: un film ripugnante, crudele, rancido, perverso secondo i più severi, secondo i più buoni invece un film sconclusionato e velleitario. Avevano ragione tutti quanti, Gummo è un capolavoro, uno dei film più caotici, disturbanti, perturbanti della storia del cinema.

[Questo post continua su www.cineclandestino.it]

 

Neo(n) Noir


Spring Breakers

Harmony Korine

2012

The main theme of Spring Breakers soundtrack is the sound of a gun getting loaded. It is a dry, loud, clear and recurring “music”. The meaning of the spring break hides inside that sound, inside the exciting moment, when the gun is about to shoot. The pre-bang. Doesn’t matter if the shoot will hit the target, because there is no target. No purpose. No reason.

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Girls just wanna have fun


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Spring Breakers

Harmony Korine

2012

Visione è una parola suggestiva, indica una situazione in essere, ad esempio, la visione di uno spettacolo,  ma allo stesso tempo può indicare una situazione in divenire, ad esempio la visione del domani, con la valenza di auspicio, sogno o presagio che il futuro si porta appresso.

Spring Breakers è questo: la visione di un film realizzato, e la visione di film che necessariamente verranno dopo.

Quello che in altri tempi, con ben altri orizzonti, si sarebbe definito avanguardia.

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Epifania


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Stoker

Park Chan Wook

2013

Soffro di una patologia visiva assai comune per chi è affetto da miopia: distacco del vitreo, si chiama.

Attraverso chiazze liquide vedo danzare fili di ragno contorti, provo a fissarli e si spostano. Non spariscono, fuori fuoco esistono.

Luminari affermano che la percezione è momentanea, l’occhio elimina gli elementi generatori di impulsi negativi.

Loro però restano lì, presenti su tutto il resto.

Impulsi negativi.

Stoker è il mio sguardo, chiazza liquida con fili di ragno nerissimi, fluido gelatinoso che lambisce le orecchie, crepitio di uova che si rompono, ossa che si spezzano, fruscìo di foglie e capelli, tonfo di sabbia che tumula e taglia.

Impulsi negativi. Turbamento. Eccitazione. Trasformazione.

Tutto il resto scompare, come un ragno guardo e percepisco, mi arrampico su glabre gambe di vergine, più su, sotto le pieghe di una gonna sottile.

Ora, finalmente, vedo la luce.