Hollywood uncredited: we need to talk about Trumbo. Part II


Nel 1951 Trumbo lavora in incognito per il maestro Joseph Losey, scrivendo a 4 mani con Hugo Butler la sceneggiatura di Sciacalli nell’ombra. Protagonista è un bad cop, un cattivo poliziotto, probabilmente il primo motherfucker in divisa del cinema. Giocatore di football mancato, abusa della sua funzione per spiare e concupire una ricca languidissima signora, moglie annoiata di uno speaker radiofonico notturno. Il piano è semplice, puro American Dream: assassinio del marito travestito da incidente, non concordato con la fedifraga, matrimonio con quella divenuta vedova inconsolabile, vita da nababbi ad libitum, nella più totale impunità. Qualcosa ovviamente va storto, nella fattispecie anzi è uno spermatozoo che va dritto dove non dovrebbe, e la donna resta incinta durante uno degli incontri furtivi preomicidio, poi ovviamente negati davanti al giudice inquirente. I due negletti sono costretti così a fuggire dal loro bengodi ed a rifugiarsi nella clandestinità di una città fantasma nel deserto del Mojave, sulla polverosa frontiera con il Messico, dove la bimba nascerà e porterà con sé la rovina del maledetto ex poliziotto, tradito dalla neo mamma e dall’ostetrico per il quale era già pronto un bel cappotto di piombo. E’ un film di Losey, spregiudicato, cattivo, magnetico, prende gli archetipi americani e li rovescia impunemente, schierando cattivi contro più cattivi, stigmatizzando la colpevole ingenuità di una società bigotta, avida e pruriginosa. Per questo film lo stesso Losey sarà indagato dalla HCUA, e costretto all’esilio in Gran Bretagna.

TEH PROWLER

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Creepshow, di David Cronenberg


Come mai non rido? Eppure è un film satirico! Come mai non riesco neanche a sorridere di gusto? La risposta è facile, questa è una storia di fantasmi, mascherata da satira anti-hollywoodiana. Non si ride, perchè è un film di Cronenberg. Non ci si può rilassare e ridere delle ridicole vite delle star, perchè sono morte.

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A Touch of Sin: il torrente conquista il Fiume Giallo


La via cinese al capitalismo. La trasformazione del più grande regime marxista in un regime capitalista post-moderno avviene (è avvenuta, avverrà?) in modo indolore, solo qualche piccolo incidente di percorso, un tocco di repressione, qualche carro armato a macinare ossicine in piazza, alcune etnie insettiformi da debellare, è vero, ma vuoi mettere il profitto, la mano invisibile dei mercati, il benessere diffuso, l’erezione priapica del PIL? Il sistema è semplice e tanto ben congegnato da assurgere a modello esportabile e replicabile: sotto il naso delle farisaiche democrazie atlantiche, si perpetua la negazione dei diritti fondamentali (Cina primo Paese al mondo per esecuzioni capitali), al contempo si olia la macchina della propaganda dismettendo libretti rossi e fabbriche di trattori per puntare sulla fabbrica dei sogni. Cinema, oppio dei popoli.

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Spikie, what’s wrong with u ?


Oldboy

Spike Lee

2013 .

Mesi fa mi sono inciampati gli occhi in una intervista a Josh Brolin, al quale si chiedeva se avesse timore dei commenti rabbiosi dei fan di Park Chan Wook, tutti incazzati a morte per l’oltraggiosa decisione di remakeizzare Oldboy, e per quella ancora più oltraggiosa di scegliere lui come protagonista. Josh rispondeva qualcosa tipo: che cazzo me ne frega di quattro sfigati segaioli che passano tutta la giornata su internet a scrivere puttanate.

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(Bravo Josh! Digliene quattro! E’ ora di finirla con questo settarismo integralista, sono un branco di nerds frustrati, si arrogano il diritto di appropriarsi delle opere di altri, le adottano, le rendono feticci, e magari si sparano le seghe mentre rivedono in loop le scene più violente o quelle che definiscono “cult”.)

Da quel giorno, aspettavo di vedere il film di Spike Lee per sfogare la mia frustrazione di sfigato segaiolo che passa le giornate su internet a scrivere puttanate: sbavavo dalla voglia di ricoprire di insulti Spike, Josh e compagnia bella e bollare Oldboy come fallimento, boiata, film miseramente inutile.

Adesso che l’ho visto, ecco…

Sono costretto a scrivere che

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E’ PROPRIO COSI’! HURRA’! AHAHAHAHAHAHAH!!

Torniamo indietro, riavvolgiamo il nastro e fermiamoci al 2004. Momento indimenticabile, quando i miei occhi sono stati invasi dal capolavoro del maestro, quando i miei sensi sono stati talmente scossi dalla visione da sentire la necessità fisica di rivederlo dopo poche ore. E ancora la terza volta dopo pochi giorni. E ancora. E ancora.

Abbagliato da tanta magniloquenza, dal genio estremo di Park, dalla follia anarchica di una vicenda che, tratta da un manga, diventava magia in carne e ossa senza perdere un grammo della libertà espressiva del fumetto. Un’opera che mi obbligava a stordirmi per seguire traiettorie impossibili, che mi paralizzava, e che devo rivedere ancora una volta, subito. Perchè sento il bisogno di rimettere le cose al loro posto.

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Se il film coreano non fosse mai esistito, quello di Spike Lee  sarebbe stato un thriller  girato con mestiere,  ma con una sceneggiatura contorta, eccessi pulp inutili e personaggi poco credibili. Su tutti Joe Doucett/Josh Brolin, ovviamente: una specie di Capitan America in borghese, stronzo alcolizzato che si redime e ripulisce GRAZIE al ventennio di prigionia (amen); un villain aristocratico dai tratti fumettistici caricaturali, facilmente collocabile in qualsiasi adattamento Marvel e con la faccia schizzinosa di Sharlto Copley; Elizabeth Olsen, sempre sia lodata e desiderata, che risulta invece perfetta nel ruolo della cuoricina generosa e disponibile a soccorrere chiunque.

 
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Joe/Josh passa 20 anni segregato in una dignitosissima stanza d’albergo, e l’unico segno del tempo sul suo corpo è la perdita di peso e pancia: il suo aspetto, peso a parte, è identico a quello che aveva al principio del suo soggiorno obbligato. Suggerirei quindi di brevettare la formula come dieta efficace, oltre che come metodo di purificazione spirituale e mentale. Nei depliants pubblicitari, comunque, non dimenticate di scrivere in piccolo, in fondo in fondo, che il metodo funziona solo ad Hollywood.

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Sullo schermo della tv in camera di  Joe/Josh scorrono (oltre alle immagini create solo per i suoi occhi) programmi di aerobica e ginnastica, vecchi film, e lo scorrere del tempo è evidenziato dai volti dei presidenti U.S.A. che si susseguono: Bush, Clinton e… indovinate un po’ qual’è il volto che appare quando Joe inizia il suo improvviso piano di recupero forma e lucidità mentale? ESATTO, Obama! Yeah mothafukka, this is the message!

Ma.

Ma il film di Park Chan Wook esiste. Il confronto inevitabile rende il mediocre thriller di Spike Lee qualcosa di assolutamente, profondamente, totalmente, inutile e ridicolo.

I volti e le atroci sofferenze dell’istrionico Choi Min Sik e del personaggio forse più commovente del secolo impersonato da Yoo Ji Tae, gli abissi emotivi raggiunti dai due e dalla regia maestosa, l’apparente disordine nel racconto che va avanti a sussulti, in definitiva ogni fotogramma dell’opera coreana rendono insensata la fatica di Spike.

E si, Spike cita e omaggia: la lingua, il martello, la scena di battaglia: anche quest’ultima, stilisticamente notevole, perde il suo probabile senso perchè inserita in un contesto da “thriller istituzionale”.

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Oltre a citare, utilizza la vicenda per stigmatizzare l’invadenza dei media nella società e la pericolosa propensione a credere a qualsiasi cosa venga trasmessa in tv: era ora che qualcuno denunciasse tutto questo! Ahahahah!

Ah, un’ultima cosa: Joe Doucett deve ringraziare Spike Lee e lo sceneggiatore Mark Protosevich che hanno evitato di tradurre i ravioli in hamburger. Se l’avessero fatto, Joe sarebbe morto nella stanza d’albergo ben prima della scadenza ventennale.

 

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Il rapimento di Lalo Schifrin


Before you read please play http://www.youtube.com/watch?v=gwbI-V-Toy4

 

Rapire il maestro Lalo Schifrin non fu la cosa più facile del mondo. Ma l’uomo che poteva farlo, farlo in quel modo, ero io. Dieci anni nel Mossad avevano affinato tutti i miei sensi; tranne quello del dovere. E così, dopo aver incontrato Selima che vendeva saponette colorate all’angolo di una stradina della parte vecchia di Nablus, ero uscito dai Servizi. Da noi, mai innamorarsi del nemico. Continua a leggere