The Tag Along. Terrore da Taiwan


1988. La tv di Taiwan trasmette una registrazione video realizzata da un gruppo di escursionisti su un sentiero di montagna, nella quale è visibile una ragazzina vestita di rosso che segue il gruppo. Prima del video, nessuno di loro si era accorto della sua presenza.  Il suo aspetto, e la location nella quale è apparsa, echeggiano il mostro descritto nell’antico libro cinese “Classic of mountains and seas”: una creatura demoniaca che approfitta dell’avidità e della debolezza degli umani, li rapisce portandoli tra le montagne per poi piantarli nel bosco, come alberi tra gli alberi. Quello nel video non è stato l’unico avvistamento di Moxina (questo il nome del demone), e l’ultima a nominarla è stata nel 2014 una donna anziana scomparsa e ritrovata dopo cinque giorni tra le montagne: “una ragazzina vestita di rosso, con in mano un ombrello rosso, mi ha portata via“. Tutti questi episodi hanno rafforzato nel tempo la leggenda urbana taiwanese della Little Girl In Red, che a sua volta ha decretato il successo di The Tag Along prima ancora della sua uscita. Terzo in classifica al locale box-office 2015, primissimo in quella dei film horror degli ultimi dieci anni.

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Baskin, la polizia turca contro le forze del Male


ACAB, All Cops Are Bastard, specie quando si parla di poliziotti turchi. Ma un regista sovversivo, incoraggiato da un produttore sadico, può essere molto, molto più bastardo. Parliamo di uno dei migliori film del 2016 e l’idea di usare i piedipiatti come vittime sacrificali, ancorché ovetto di Colombo, potrebbe aprire la strada ad un nuovo fertilissimo sottogenere, il Police-Tortured-Porn, con annesso spasso catartico. Baskin, il film rivelazione di Can Evrenol.

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The Invitation, un Cult-Movie.


“Il dolore è soltanto un’opzione. Tutte le emozioni negative, la rabbia, la depressione, sono solo reazioni chimiche. Si tratta di fisica, siamo tutti in grado di espellerle dal nostro corpo e cominciare a vivere la vita che desideriamo. Noi stiamo benissimo, siamo felici. Non pensate a noi come a una di quelle sette religiose strambe, siamo solo un gruppo di persone unite, che si aiutano a vicenda. Siamo in tanti, siamo individui brillanti (ammirateci!), molti di noi vengono da Los Angeles. La nostra è comunione, connessione. Noi trascendiamo. Vi abbiamo invitati a cena, oggi, per comunicarvi il nostro benessere, per trasmettervi i nostri stati d’animo, la serenità, la sicurezza che non ci sia niente da temere.” Non fate caso alle finestre sbarrate e alle porte chiuse a chiave dall’interno, non lasciatevi insospettire dalla mancanza di campo per i telefonini. Non c’è niente di cui aver paura. This is The Invitation.

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Tributo a Wes Craven. Nine and ten, never sleep again


Consapevolmente, le dita adunche di Gary Wright spalancarono le porte del pop al sintetizzatore. Inconsapevolmente, la canzone più famosa di Wright, Dream Weaver, spalancò le porte dell’inferno agli spettatori di tutto il mondo, avendo il suo testo originato l’idea seminale di Nightmare on Elm Street (“I’ve just closed my eyes again, climbed aboard the dream weaver train, driver take away my worries of today, and leave tomorrow behind”). La canzone era del 1975, il film del 1984: in questo intervallo, il Los Angeles Times aveva dato notizia di uno strano fenomeno, la Sindrome da Morte Asiatica, in riferimento ad una serie di inesplicabili decessi nel sonno di uomini tra i 18 ed i 55 anni, di etnia Hmong, rifugiati negli USA per salvarsi dai bombardamenti in Cambogia. Gli sventurati palesavano una sintomatologia comune, con attacchi di panico e crisi isteriche che esplodevano al momento di coricarsi, tanto che rifiutavano di farlo e di addormentarsi in modo naturale già alcuni giorni prima del decesso.

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Attack On Titan. The Giant Inferno!


Enormi, molto più del guercio alle prese con Lon Chaney in The Cyclops (1957). Bruttissimi, senza un briciolo del fascino della 50 foot woman (1958), o della sorellona Daryl Hannah, o della pupa Cormaniana in versione cheerleader (a proposito, la Netflix pare stia preparando un altro remake di Attack Of The 50 Foot Woman con Mary Elizabeth Winstead: slurp!). Affamati, come walkers alti dieci metri, e privi di organi sessuali (e anche di buona parte del cervello, a giudicare dai loro sguardi dementi), i giganti che circondano l’ultimo avamposto di umanità fanno paura. Tanta paura. Mentre aprono la bocca, masticano e ingoiano corpi, mantengono la loro espressione – simile a quella di gioiosi inbred – ricca di stupore e felicità per aver trovato nuovo cibo. Tratto da un manga di successo clamoroso, diventato una serie animata di altrettanto successo e non solo in Giappone, Attack On Titan adesso è anche un film. Un film di mostri! Anzi due, questa è solo la prima parte.

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The Visit, di M.Night Shyamalan.


Quando la fine sembrava già scritta, quando una limacciosa sicumera mi induceva a ritenere concluso questo formidabile 2015, con dieci film già belli pronti da elencare tre mesi prima del tempo, ecco che il divin burlone, il Dio del Cinema, ne combinava un’altra delle sue e veniva a trovarmi sotto mentite spoglie, e che spoglie ragazzi, e che film. The Visit, di Manoj. Night. Shyamalan.

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Re-Animator, di Stuart Gordon


Era il 1985, il film trionfava al Sitges, ad Avoriaz, persino al Fantafestival di Roma, costringendo la critica nostrana ad avvedersi di quanto stava succedendo e a prendere, ahinoi, una posizione, ovviamente reazionaria, ovviamente tranchant. Spiccò in negativo il giudizio di Grazzini sul Corsera dell’epoca: “…ecco inserirsi un esordiente americano che, se continua così, meriterà un’onorificenza all’Ordine del Vomito. Si chiama Stuart Gordon, e c’è da temere che i premi ricevuti lo incoraggino a proseguire”. Il Corsera è notoriamente il giornale dei padroni, che altrettanto notoriamente sono non morti succhia-sangue creature infernali e perciò non tollerano che si faccia ironia sulla loro esecrata specie. Più moderato fu l’approccio de La Stampa, nobile velina paternalista sabauda: “ll film, nel suo genere perfido, non è fatto male – e gli interpreti a esso si adeguano.” Fu però Il Giorno, quotidiano della Milano da bere all’apice della sua diffusione – 150.000 copie toccate nel 1986, prima di un rapido irreversibile declino – a centrare il bersaglio: “… La trovata del film , per il resto giocato senza troppa inventiva sui luoghi tipici dell’orrore paramedico, è che gli zombi sono velocissimi. Smentendo la linea ideologica Romero-Carpenter, i morti scattano sul lettino e si avventano come tarantolati su umani e non umani. Tanto poi, col siero, si risorge tutti.” Zombi in forma olimpionica nel 1985, secoli prima dei 28 giorni dopo di Danny Boyle, dei Walking Dead, dei Morti Dementi. Avanguardia. Re-Animator, di Stuart Gordon.

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