With or without Youth. Vi meritate Paolo Sorrentino


Entrate in sala, accomodatevi, poggiate borse e borsette. Buio, inizia la proiezione. Silenziate i cellulari di ogni generazione, ma teneteli a portata di mano. Youth è la più ricca collezione di aforismi ad effetto e frasi fatte in circolazione; dovete assolutamente appuntarle sui cellulari per poter, domani, sfoggiarne qualcuna nella vostra bacheca facebook (in qualunque punto di un qualsiasi dialogo vi fermiate, ne avrete a disposizione più d’uno). A meno che una fabbrica di dolciumi alternativi non ne compri in blocco i diritti, per ricavarne i bigliettini da inserire nei prossimi concorrenti radical-chic dei baci Perugina. Come in Nymphomaniac di Von Trier, non c’è un personaggio-burattino in particolare a pronunciare le parole di Sorrentino, lo fanno tutti. Ectoplasmici alter-ego prodotti in serie, dalle fattezze diverse ma con un’unica ristretta intelligenza artificiale e artificiosa. E con esiti opposti a quelli di Lars,  caricaturali in un modo che non ha niente a che vedere con i Freaks che hanno fatto la storia del nostro cinema. Questi sono solo pupazzi assemblati.

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Top 5 Movies 2013, esponenziale, subliminale.


Vi odio, figli illegittimi muertos de risa di una subcultura reazionaria, stoker che ragionate per associazione el infierno invece che per dissociazione paradies liebe, che calcate i gravity piedi nelle altrui orme, che demandate ad afasici banditori l’urlo countdown della vostra appartenenza.

Vi odio, discepoli ciechi dell’aforisma la grande bellezza, stanchi mendicanti di pensieri compliance e saggezza da asporto, prefiche prezzolate di kick-ass 2 contrizioni a chiamata, indignati sottoscrittori di petizioni condominiali dans ma peau 2.0 .

Vi odio, ma vi perdono, perchè questo è journey to the west conquering the demons il 21° secolo, questo è il sound of noise tempo Dikotomiko, e questi sono i 5 lampi the butterfly room con i quali vi abbaglio:

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Siamo tutti Commissari Tecnici


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Accade giustamente che la Grande Bellezza sia sulla bocca di tutti e tutti si sentano in diritto di esprimere la propria opinione al riguardo, ma è noto che l’opera d’arte vive nell’uso e nella percezione che se ne ha, quindi tutto questo chiacchiericcio, per chi vi scrive, è prova inconfutabile dell’essere la Grande Bellezza un Grande Film.

Le sorti del film nostro amatissimo si intrecciano con quelle di uno scrittore, no, non Jeb Gambardella, intendo uno scrittore vero, Nicola Lagioia, direttore della collana Nichel per la casa editrice Minimum Fax.

Lagioia non solo è scrittore, ma anche esperto di cinema: per chi sa e ama la significanza delle parole, scriviamo che esperto è ben diverso da appassionato, implicando una competenza che, scaturita presumibilmente dalla passione, si è definita e perfezionata con l’esperienza, lo studio avanzato e/o la pratica.

Per intenderci, esperto di cinema, per esempio, sarebbe  colui che per meriti o curriculum viene chiamato come consulente da Alberto Barbera, attuale Direttore della Mostra del Cinema di Venezia,  per selezionare film da presentare in Concorso e nelle altre rassegne del festival.

Ci risulta, fuor di esempio, che Nicola Lagioia svolgerebbe questo lavoro di consulenza, ma il suo curriculum non sembra recare traccia di esperienza o mestiere nel cinema:

Da MinimaetMoralia.it: Nicola Lagioia (Bari 1973), ha pubblicato i romanzi Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi) (vincitore Premio lo Straniero), Occidente per principianti (vincitore premio Scanno, finalista premio Napoli), Riportando tutto a casa (vincitore premio Viareggio-Rčpaci, vincitore premio Vittorini, vincitore premio Volponi, vincitore premio SIAE-Sindacato scrittori). Dirige nichel, la collana di narrativa italiana di minimum fax. È una delle voci di Pagina3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Scrive per diversi quotidiani, settimanali e riviste, tra cui Lo Straniero, Repubblica, Orwell, Il Venerdì di Repubblica, Repubblica XL.

Dov’è l’esperienza di cinema ?

A domanda in merito rivoltagli da un quotidiano locale, il nostro risponde prosaicamente tracciando una linea invisibile tra cinema e letteratura, ed accostandosi umilmente a suoi predecessori in quel ruolo (scrittori chiamati a far da consulenti a Venezia), quali, pensate un po’, Pasolini e Flaiano.

Ripeto: Lagioia come Pasolini e Flaiano.

Toccato nel profondo dal suo ardire, comincio a frequentare passivamente il blog degli autori Minimum Fax, fino a quando, ahimè, mi imbatto nella seguente recensione de La Grande bellezza, a firma sua:

La Grande Bellezza, un piccolo Gatsby

Non mi trattengo più, mi scappa e provo sarcasticamente a commentare il post firmandomi Dikotomiko, difendendo l’altezza del film di Sorrentino, spingendomi sorrentinianamente  sul terreno del sarcasmo verso la ubris lagioiesca, rincuorato dalla pubblicazione di molte voci critiche  nei commenti (anche al limite del vituperio) e vedo inizialmente pubblicato il mio post, tanto che sul pannello di controllo di Dikotomiko mi appare un contatto proprio da Minima et Moralia, poi, dopo pochi minuti, il mio commento scompare, ed appare sul questo blog il seguente commento (?) criptico al mio post su La Grande Bellezza, a firma Micky

Micky
Micaela2@gmail.com
80.181.110.174

Ma che film ha visto questo imbecille fallito?

Coincidenza ?

Provo a riscrivere al buon Lagioia, invocando visibilità ai miei commenti, appellandomi alla sua affinità d’animo con Pasolini e Flaiano.

Niente.

Provo a scrivere senza riferimenti personali, riportando la recensione comparsa su dikotomiko.

Niente.

Scrivo al sito, chiedendo le motivazione della fatwa contro dikotomiko.

Niente.

Ho l’atroce sospetto di essere stato bannato, senza che qualcuno abbia chiesto a Pasolini e a Flaiano il permesso di farlo.

Ribadisco allora qui, a casa mia, quanto già scritto: non è che tutti debbano sentirsi in dovere o in diritto di scrivere di cinema,  nonostante le eventuali comprensibili motivazioni derivate dalla patente di “esperto” apparsa nel taschino non si sa come e nemmeno perchè.

Il film di Sorrentino vola alto e non ha paura di farlo, seppure con ali di cera, e libera la sua forza soprattutto verso quella genia di autoreferenziati artisti di provincia, figli degeneri di un’ideologia strumentale, che si permettono di scrivere senza ironia vacuità abissali come le seguenti:

“Bisogna farsi attraversare da Roma, e amarla per poi farsi tradire e fottere (o il difficilissimo e sublime opposto: farsi amare e tradirla sul più bello) per poter raccontare qualcosa di questo enorme e bellissimo e orrendo crollante mondo urbano.”

Mimimum Max

Viaggio al termine della notte dei morti viventi


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La Grande Bellezza

Paolo Sorrentino

2013

Siamo ancora storditi dall’opera di Sorrentino, e forse dovremmo aspettare a scriverne, in attesa che si posino le immagini, si metabolizzino i dialoghi, si sedimentino i ricordi, ma l’impulso è urgente, dobbiamo andare avanti e lo facciamo alla nostra maniera.

Sorrentino è un grandissimo, elargisce a noi, immeritevoli e ingrati, una celebrazione di 140 minuti, e noi palpitiamo per tutti questi minuti, anche Quentin ci ha recentemente offerto un’Opera  superiore alla durata canonica, e anche lì palpitazioni e eyes wide shut.

Sorrentino prescinde da Fellini, smettiamola di accostare la Grande Bellezza  alla Dolce Vita, perché la reminiscenza è differente dalla citazione, e ciò che fa parte dell’immaginario collettivo è cultura, non è tributo.

Sorrentino è altro da Garrone, ma entrambi sono necessari, sono Cinema che suppura da piaghe putrescenti e si libbra rarefatto verso l’universale.

Sorrentino è autoritario, ci mostra la via per guardare, nell’incipit dell’Opera scolpisce le parole di Celine, la sofferenza dell’immaginazione di Celine, ci prende per mano nel suo viaggio al termine della notte, rimettendo i suoi debiti ad un padre negletto del Novecento. Poi, durante il viaggio, ci abbandona, e l’amore (non corrisposto) per la vita di Celine lascia il posto all’epifania dell’orrore di Konrad, solo che alla fine del fiume non c’è il colonnello Kurtz, ma una suora avvizzita che striscia larvale su una scala santa. Konrad dopo Celine, perché Sorrentino non guarda l’anelito vitale, ma il disfacimento, la morte, pietoso e indulgente verso le menzogne che ciascuno, morto vivente, si/ci racconta nel suo peregrinare.

Sorrentino è politico, tumula le velleità artistiche e ideologiche di un comunismo da postribolo e ammanetta, materialmente,  i grigi vampiri che dissanguano  il Paese.

Sorrentino è imperfetto, ci lascia inquieti e disturbati da tanti interrogativi, tra la giovinezza condannata e disperata, il caleidoscopio di maschere che sono cornice e paesaggio del viaggio, la scissione prismatica di personaggi che si sdoppiano e si quadruplicano, la livella della napoletanità per capire le salme della romanità.

Sorrentino è audace,  la sua opera è un delirio visivo magistrale e necessario, possiamo comprenderlo perché è lui a permettercelo.

E poi, l’esplosione carnascialesca del baccanale.

E poi, la perfezione onirica  delle rovine e dei palazzi.

E poi, Nostro Signore del Botox.

E poi …