Campagna elettorale: Lega e M5S si contendono Daredevil


C’è un angolo oscuro nell’universo Marvel. Anche quando i riflettori puntano in quella direzione, il piccolo dedalo di viuzze resta immerso nelle tenebre, a causa dei coni d’ombra prodotti dai vecchi piccoli e sbilenchi palazzi che lo delimitano. Per poter illuminare e rendere visibile quell’angolo è necessario spegnere i riflettori. Bisogna calarcisi con una corda, senza fare rumore e guardandosi sempre le spalle. Bisogna posarci i piedi, e solo allora accendere una piccola torcia. E’ un angolo che diventa visibile solo se illuminato dal basso. Vi regnano mafie russe, cinesi (occhio a Madame Gao, personaggio leggendario) e giapponesi, e i loro eserciti di disperati “clandestini” (e topi e spazzatura! Clandestini, topi e spazzatura! Clandestini, topi e spazzatura! Clandestini, topi e spazzatura! Ehm, scusate: sono stato per un attimo posseduto da un grillo sbavante). I loro affari loschi producono montagne di soldi, centrifugati nella lavatrice di Wall Street e destinati a riempire le tasche di politici, giudici e poliziotti corrotti. Il tramite tra le mafie e la città risponde al nome di Wilson Fisk, signore del crimine di New York, tanto potente da imporre il divieto di pronunciare il suo nome. Fisk è destinato a diventare Kingpin, e indossa un elegantissimo abito imbottito di kevlar. Molto meno elegante è la mise del suo avversario, sorta di vigilante notturno che di giorno si traveste da avvocato. Il diavolo di Hell’s Kitchen, l’uomo senza paura, l’uomo in nero. I nomignoli si moltiplicano dopo ogni raid compiuto ai danni dei criminali che infestano il suo quartiere, e ci vorranno tredici puntate per arrivare al nickname definitivo (e ad un look purtroppo più consono all’universo Marvel): Daredevil.

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#1992laserie. Accorsi e ricorsi storici


Nevermind era uscito da qualche mese: avevo in testa, praticamente sempre, il riff di Smells Like Teen Spirit e quell’attacco di batteria così semplice e potente. E come se non bastasse, i R.E.M. pubblicarono il loro capolavoro inarrivabile: Automatic For The People. Quel titolo orribile raccoglieva una serie di canzoni perfette, tra le quali Everybody Hurts: al primo ascolto era già un classico. E ancora: con qualche mese di ritardo scoprimmo un altro capolavoro, realizzato dagli olandesi Urban Dance Squad, più o meno contemporaneo di Nevermind. Il disco era Life ‘n Perspectives Of A Genuine Crossover, e frullava insieme hip hop, rock, funk, ritmi caraibici e spezie indiane, riuscendo a servire canzoni di qualità altissima. Al contrario del disco dei Nirvana, non se lo filò nessuno: erano troppo avanti, e la loro casa discografica troppo ottusa. Una canzone in particolare mi colpì immediatamente, e ancora oggi, 23 anni dopo, la ascolto sempre con piacere. E a volume alto. Questa. Fu un anno strepitoso, per le mie orecchie. White Zombie, Body Count, Black Crowes, Spiritualized, Kyuss, Sonic Youth, Tom Waits, Jayhawks, Alice In Chains, Soul Asylum, Rage Against The Machine echissaquantialtrichenonricordo. E in Italia? Quell’anno tra i dischi più venduti c’erano Luca Carboni, gli 883 e Zucchero. A memoria, le uniche gocce di sole furono Terra di Nessuno degli Assalti Frontali e Tutti vs. Tutti dei Ritmo Tribale. Ma quell’anno imperversava una nuova rockstar, che però non riempiva gli stadi. No, lui riempiva i tribunali. E le carceri. Uno che etichettavamo come sbirro, un po’ populista e un po’ fascista. Che però, anche se non lo ammettevamo in pubblico, ci eccitava da morire. Antonio Di Pietro.

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