The Chronicles Of Evil. Il caro, vecchio, solido thriller coreano


Con più di due milioni di biglietti staccati, 700.000 solo nel primo weekend, è stato il film più visto nelle sale coreane nel mese di maggio di quest’anno, dopo Avengers: Age Of Ultron e Mad Max: Fury Road. Il merito, oltre al sempre valido passaparola, va ad un cast di tutto rispetto: i volti sono familiari anche da queste parti, e lo sono maggiormente a chi ha presenziato alle gloriose giornate de I dispersi verso Oriente. Il protagonista, poliziotto della omicidi sulla via trionfale di una imminente promozione, è Son Hyun-joo, che abbiamo ammirato in Secretly, Greatly e Hide And Seek. Nella sua squadra spicca il detective Oh, che ha il riconoscibilissimo volto di Ma Dong-seok, visto di recente in Kundo: Age of Rampant, ma che tutti ricorderete incazzato nero in One On One di Kim Ki-duk. Il ruolo chiave è però quello assegnato al giovanissimo teen tv idol Park Seo-joon, 26enne al suo debutto cinematografico, l’ultimo arrivato nella squadra omicidi, l’allievo devoto, la mascotte benvoluta da tutti i colleghi.

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Man On High Heels, un film dikotomiko


Una delle leggi sacre ed universali del noir, forse la più sacra ed universale, riguarda l’impossibilità di lasciarsi alle spalle il passato, specie se si tratta di un passato violento e costellato di nemici. Esemplare è il caso di un poliziotto temuto e rispettato da tutti, incubo dei boss e noto per la sua attitudine a spaccar loro più o meno ogni osso. Per quanto si sforzi di vivere come un lupo solitario, nel cuore di Ji-wook qualche affetto penetra e nidifica: il giovane collega che lo idolatra, e la graziosa ragazza che gli serve da bere, occasionalmente informatrice ed esca, su tutti. Quando Ji-wook decide di lasciare la polizia e diventare di conseguenza più vulnerabile, espone inevitabilmente le persone care alla sanguinosa vendetta dei suoi nemici. Così vanno le cose, così devono andare, nel noir. E così vanno in questo film. Ma c’è un dettaglio, che rende questo personaggio, questa storia e questo film sovversivo: il passato che Ji-wook vuole lasciarsi alle spalle non è semplicemente quello di poliziotto, ma quello di carismatico rappresentante del sesso maschile. Dopo aver annientato una gang nei panni del poliziotto macho, si veste e si trucca da donna camminando impacciato sui tacchi alti: non c’è traccia di caricatura, anche se si ride, in una delle scene più riuscite del film. Quello che viene in mente è piuttosto la doppia identità dei supereroi, sottolineata dalle numerosi cicatrici e protesi metalliche che addobbano il corpo del protagonista, dentro e fuori.

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I generi del cinema coreano. Parte III: K-Action


Fratello burbero del k-horror, anche l’action deriva dal melodramma. Rispetto al primo, è ancora più reazionario e legato alla cultura confuciana: se le donne fantasma tornano dall’oltretomba per riparare torti subiti perlopiù nell’ambito domestico, l’action coreana è un melò al maschile nel quale l’uso della forza e della violenza è originato dal desiderio nostalgico di tornare al passato e ritrovare la figura paterna forte al comando, ad una società composta di servi e padroni, nella quale la donna non ha praticamente nessun ruolo rilevante e l’obbedienza alle regole e al potere assume carattere religioso.

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