Spider-Man: Homecoming. Cogli la prima tela!


To rescue and fight. Salvataggi e combattimenti, questo dobbiamo chiedere ai supereroi nostri carissimi. Una funzione d’uso latu sensu genitoriale quindi, ed una squisitamente marziale. Così, semplicemente. Difesa, la nostra, e attacco, il loro, senza soluzione di continuità. Perché non è vero che da un grande potere derivano grandi responsabilità, è vero invece che ad ogni azione consegue una reazione. Spider-Man: Homecoming, di Jon Watts.

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I Fantastici Quattro Sbadigli


Un fantastico 4, il voto medio su IMDB che spedisce il film nella top of the flops, lontano dall’inarrivabile John Carter ma di certo in zona medaglia. La gogna tocca al trentenne Josh Trank, padre di quella sopravvalutata creatura che era Chronicles, qui incaricato dalla Fox del riavvio di un franchise già in flessione dall’episodio con Silver Surfer, provato dall’overdose di supereroi derivati mutanti Marvel. Trank immaginava un B-movie ispirato a David Cronenberg, il prodotto finito è più simile a un filmotto direct to home video, rinnegato dal regista con un tweet fantasma, brutalizzato dai produttori, esecrato dalla critica, sbeffeggiato dal pubblico. Le idee alla base, dazed and confused: quattro supereroi loro malgrado, tutti twenty something, in lotta direttamente contro un compagno che sbaglia, indirettamente contro gli adulti che usano la scienza a fini militari, e proprio questa velata critica allo Zio Sam, indigesta ai cervelloni della Fox, sarebbe alla base del disastroso montaggio finale.

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Ant-Man, il minimegamondo Marvel


370 milioni di dollari già incassati con una distribuzione mondiale ancora lungi dall’essere ultimata, l’uscita nelle sale nippocinocoreane è prevista solo a Settembre. In molti ci avevano sperato, tra questi anche noi, gufi del capitalismo censorio disneyano, ma ancora una volta si resta tutti con un pugno di mosche in mano, anzi, un pugno di formiche, volenti o nolenti Marvel rules, e chissà che questo sia davvero il Male. Ant-Man, di Peyton Reed.

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Campagna elettorale: Lega e M5S si contendono Daredevil


C’è un angolo oscuro nell’universo Marvel. Anche quando i riflettori puntano in quella direzione, il piccolo dedalo di viuzze resta immerso nelle tenebre, a causa dei coni d’ombra prodotti dai vecchi piccoli e sbilenchi palazzi che lo delimitano. Per poter illuminare e rendere visibile quell’angolo è necessario spegnere i riflettori. Bisogna calarcisi con una corda, senza fare rumore e guardandosi sempre le spalle. Bisogna posarci i piedi, e solo allora accendere una piccola torcia. E’ un angolo che diventa visibile solo se illuminato dal basso. Vi regnano mafie russe, cinesi (occhio a Madame Gao, personaggio leggendario) e giapponesi, e i loro eserciti di disperati “clandestini” (e topi e spazzatura! Clandestini, topi e spazzatura! Clandestini, topi e spazzatura! Clandestini, topi e spazzatura! Ehm, scusate: sono stato per un attimo posseduto da un grillo sbavante). I loro affari loschi producono montagne di soldi, centrifugati nella lavatrice di Wall Street e destinati a riempire le tasche di politici, giudici e poliziotti corrotti. Il tramite tra le mafie e la città risponde al nome di Wilson Fisk, signore del crimine di New York, tanto potente da imporre il divieto di pronunciare il suo nome. Fisk è destinato a diventare Kingpin, e indossa un elegantissimo abito imbottito di kevlar. Molto meno elegante è la mise del suo avversario, sorta di vigilante notturno che di giorno si traveste da avvocato. Il diavolo di Hell’s Kitchen, l’uomo senza paura, l’uomo in nero. I nomignoli si moltiplicano dopo ogni raid compiuto ai danni dei criminali che infestano il suo quartiere, e ci vorranno tredici puntate per arrivare al nickname definitivo (e ad un look purtroppo più consono all’universo Marvel): Daredevil.

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Guardiani, giochiamo a fare la guerra ?


1988. Spazio, ultima frontiera. C’era un futuro allora ed era altrove, in mondi lontanissimi, mica dietro quel muro grigio ed imbrattato di graffiti che sarebbe venuto giù di lì a poco. Non era questione di guardare il dito o le lune, erano sogni ad occhi aperti, le cuffie nelle orecchie e i nastri a scorrere sulle testine. Nema problema, né esistere, nemmeno salvare il mondo, chè salvare il mondo, lo sapevamo, non era una cosa seria, era una cosa per Guardiani della Galassia.

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Spiderman, Marc and The Magnificent Six


Spiderman mi ha quasi folgorato, anzi, forse sarebbe più appropriato dire che Electro mi ha quasi folgorato, chè la folgore è una sua specialità, invece potrei essere catturato, o impigliato, da Spiderman, così come potrei essere attratto da Magneto, incupito da Batman, colpito da Thor, schiacciato da Hulk, e via di seguito.

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Il fatto è che la regia di Marc Webb funziona alla grande, esaltando non rinnegando le sue origini di affermatissimo regista di videoclip attraverso visioni tecnopop su una colonna sonora eccelsa, dove Hans Zimmer si accompagna a pezzi in libera uscita dagli Smiths, dagli Incubus, a ceffi come Junkie XL, Andrew Kawczynski, Steve Mazzaro, Pharrel Williams proprio lui. The Magnificent Six, come ho modo di  spiegarvi in ROMM (Random On line Music Moviements), la nuova – cliccate dai – bellissima rubrica crossmediale  che curo per il sito filmtv.it a partire da oggi.

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Spikie, what’s wrong with u ?


Oldboy

Spike Lee

2013 .

Mesi fa mi sono inciampati gli occhi in una intervista a Josh Brolin, al quale si chiedeva se avesse timore dei commenti rabbiosi dei fan di Park Chan Wook, tutti incazzati a morte per l’oltraggiosa decisione di remakeizzare Oldboy, e per quella ancora più oltraggiosa di scegliere lui come protagonista. Josh rispondeva qualcosa tipo: che cazzo me ne frega di quattro sfigati segaioli che passano tutta la giornata su internet a scrivere puttanate.

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(Bravo Josh! Digliene quattro! E’ ora di finirla con questo settarismo integralista, sono un branco di nerds frustrati, si arrogano il diritto di appropriarsi delle opere di altri, le adottano, le rendono feticci, e magari si sparano le seghe mentre rivedono in loop le scene più violente o quelle che definiscono “cult”.)

Da quel giorno, aspettavo di vedere il film di Spike Lee per sfogare la mia frustrazione di sfigato segaiolo che passa le giornate su internet a scrivere puttanate: sbavavo dalla voglia di ricoprire di insulti Spike, Josh e compagnia bella e bollare Oldboy come fallimento, boiata, film miseramente inutile.

Adesso che l’ho visto, ecco…

Sono costretto a scrivere che

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E’ PROPRIO COSI’! HURRA’! AHAHAHAHAHAHAH!!

Torniamo indietro, riavvolgiamo il nastro e fermiamoci al 2004. Momento indimenticabile, quando i miei occhi sono stati invasi dal capolavoro del maestro, quando i miei sensi sono stati talmente scossi dalla visione da sentire la necessità fisica di rivederlo dopo poche ore. E ancora la terza volta dopo pochi giorni. E ancora. E ancora.

Abbagliato da tanta magniloquenza, dal genio estremo di Park, dalla follia anarchica di una vicenda che, tratta da un manga, diventava magia in carne e ossa senza perdere un grammo della libertà espressiva del fumetto. Un’opera che mi obbligava a stordirmi per seguire traiettorie impossibili, che mi paralizzava, e che devo rivedere ancora una volta, subito. Perchè sento il bisogno di rimettere le cose al loro posto.

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Se il film coreano non fosse mai esistito, quello di Spike Lee  sarebbe stato un thriller  girato con mestiere,  ma con una sceneggiatura contorta, eccessi pulp inutili e personaggi poco credibili. Su tutti Joe Doucett/Josh Brolin, ovviamente: una specie di Capitan America in borghese, stronzo alcolizzato che si redime e ripulisce GRAZIE al ventennio di prigionia (amen); un villain aristocratico dai tratti fumettistici caricaturali, facilmente collocabile in qualsiasi adattamento Marvel e con la faccia schizzinosa di Sharlto Copley; Elizabeth Olsen, sempre sia lodata e desiderata, che risulta invece perfetta nel ruolo della cuoricina generosa e disponibile a soccorrere chiunque.

 
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Joe/Josh passa 20 anni segregato in una dignitosissima stanza d’albergo, e l’unico segno del tempo sul suo corpo è la perdita di peso e pancia: il suo aspetto, peso a parte, è identico a quello che aveva al principio del suo soggiorno obbligato. Suggerirei quindi di brevettare la formula come dieta efficace, oltre che come metodo di purificazione spirituale e mentale. Nei depliants pubblicitari, comunque, non dimenticate di scrivere in piccolo, in fondo in fondo, che il metodo funziona solo ad Hollywood.

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Sullo schermo della tv in camera di  Joe/Josh scorrono (oltre alle immagini create solo per i suoi occhi) programmi di aerobica e ginnastica, vecchi film, e lo scorrere del tempo è evidenziato dai volti dei presidenti U.S.A. che si susseguono: Bush, Clinton e… indovinate un po’ qual’è il volto che appare quando Joe inizia il suo improvviso piano di recupero forma e lucidità mentale? ESATTO, Obama! Yeah mothafukka, this is the message!

Ma.

Ma il film di Park Chan Wook esiste. Il confronto inevitabile rende il mediocre thriller di Spike Lee qualcosa di assolutamente, profondamente, totalmente, inutile e ridicolo.

I volti e le atroci sofferenze dell’istrionico Choi Min Sik e del personaggio forse più commovente del secolo impersonato da Yoo Ji Tae, gli abissi emotivi raggiunti dai due e dalla regia maestosa, l’apparente disordine nel racconto che va avanti a sussulti, in definitiva ogni fotogramma dell’opera coreana rendono insensata la fatica di Spike.

E si, Spike cita e omaggia: la lingua, il martello, la scena di battaglia: anche quest’ultima, stilisticamente notevole, perde il suo probabile senso perchè inserita in un contesto da “thriller istituzionale”.

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Oltre a citare, utilizza la vicenda per stigmatizzare l’invadenza dei media nella società e la pericolosa propensione a credere a qualsiasi cosa venga trasmessa in tv: era ora che qualcuno denunciasse tutto questo! Ahahahah!

Ah, un’ultima cosa: Joe Doucett deve ringraziare Spike Lee e lo sceneggiatore Mark Protosevich che hanno evitato di tradurre i ravioli in hamburger. Se l’avessero fatto, Joe sarebbe morto nella stanza d’albergo ben prima della scadenza ventennale.

 

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