X-Men Apocalypse. Sempre sia lodato


Non ho la più pallida idea di come funzioni la gestione dei multisala, se hanno dei diktat ai quali obbedire, se scelgono di testa loro in quale sala proiettare i diversi titoli, se la sorpresa di trovare in programmazione X-Men Apocalypse in lingua originale sia solo mia. Certo è che mi aspettavo di entrare in una microsaletta da 50 posti, e invece il nuovo capitolo della saga dei mutanti – senza quella zavorra spaccapalle che è il doppiaggio in italiano – è proiettato in una delle sale più grandi. Che era ovviamente deserta, eravamo si e no in venti. Perchè? Serve forse a giustificare la futura decisione di non programmare più i film in v. o. chè tanto non li guarda nessuno? Boh. Finchè dura ne approfittiamo, comunque.

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Steve Jobs, di Danny Boyle


Oggi è una di quelle giornate che potrei cominciare pubblicando, chessò, un bell’aforisma, di quelli così sapidi, pregni di significato da spalancare le menti di chi legge, e al contempo da creare l’illusione che la mia mente sia una fabbrica di forte sentire, diuturnamente operativa. Ma no, io non sono un aforis-man e preferisco la mangrovia dell’afasia alle spiagge del sentito dire, o sentito pensare. Nondimeno, in questi momenti sgorga da me una riflessione, su come nel nostro secolo funesto, e in quello lugubre che lo ha preceduto, si sia sviluppata un’iconografia dell’aforisma, che nel vano tentativo di essere edificante si è rivelata, appunto mortuaria, luttuosa, sepolcrale, quindi traversamente cristiana: uomini e donne, più uomini che donne, trapassati in maniera violenta o pre-matura, immortalati  in bianco e nero dolente e sovrascritti di parole cubitali come tagline, solenni come una constatazione di decesso avvenuto. Gli aforismi, amici miei, sono epitaffi, lapidi, cause di morte, non c’è vita su quei pianeti. Steve Jobs, di Danny Boyle.

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C’era una volta il (Slow) West


Certamente ricordate tutti la scena di Alta Fedeltà nella quale John Cusack mette su un cd nel suo negozio, scommettendo con il suo aiutante che in una manciata di minuti avrebbe venduto 5 copie del disco. L’irresistibile canzone che si sente è questa, la band è la Beta Band e il disco, monumentale, è The Three E.P’s (tra l’altro quella scena ha provocato un boom di vendite negli Stati Uniti impensabile per i Beta Bandidos prima d’allora: merito di Stephen Frears, ma anche di John Cusack che collaborò alla sceneggiatura) che quando uscì, alla fine dagli anni 90, sembrava provenire da un’altra galassia. Nella band militava un certo John Maclean, che ne ha diretto inoltre quasi tutti i videoclip – stilisticamente si possono considerare dei piccoli film – incluso questo. Dopo lo split della band, ha diretto due corti, che con Slow West hanno in comune l’attore protagonista: il suo amico Michael Fassbender.

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Frank, il cantante mascherato


Contrappasso. E’ quello che molti chiamano scherzo del destino. Un accidente dolorosamente deterministico, una serie di sfortunati eventi, il caso che si piega alla nemesi.  Ardente di studi umanistici, fresco di laurea e pregno di giovanile comunismo, trovai subitaneo lavoro come cassiere di banca. Una condanna lautamente remunerata, fariseo compiansi la mia incoerenza la mia pigrizia. Giorni bui, fine pena mai, scontavo e contavo soldi sporchi, speranza e sicurezza di gente di paese. Uno produceva olio d’oliva, mi portava rotoli da dieci milioni di lire tenuti con le mollette sotto la canotta da lavoro, sudata, e malolente. Un altro, pensionato d’oro dello Stato, un giorno mi colpì. Siamo tutti persone, mi disse. Certo, abbiamo tutti uguale dignità e diritti, gli risposi. No, fece lui, persone nel senso etimologico della parola latina, che tu certamente conoscerai. Io nicchiai, anno di studio in frantumi, e lui benevolo, maschera, persona in latino significa maschera. Siamo tutti maschere. Maschere, come persone, come Frank.

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12 Anni Schiavo – Solomon Unchained


12 Years a Slave

Steve McQueen

2013 .

[Post also available on http://www.rapportoconfidenziale.org]

Ci ha pensato Tom Robbins, con il suo Villa Incognito, a rinfrescarci la memoria su una ovvietà linguistica che non è poi così ovvia: il nome comune e proprio di divinità,“Dio”, è diventato “Signore” nelle traduzioni bibliche dell’epoca feudale, per suggellare a livello religioso l’ordinamento giuridico e sociale dominante.

Povero fedele, se per la Grazia eterna invochi il Signore dei Cieli, per la grazia terrena invocherai il Signore della terra, duca, conte, marchese, o chicchessia, ché Cesare e Dio hanno fatto le larghe intese e si sono spartiti la torta della tua devozione.

Ci è noto, d’altronde, che la religione è una schiavitù nel senso più etimologico nel termine, se si accetta l’origine dell’abusato termine dal verbo latino RE-LIGARE con il significato di unire, legare insieme. Legare insieme, legare, con la corda, con le catene, con la violenza.

Edwin Epps, the Nigger Breaker

Edwin Epps, the Nigger Breaker

And that servant
which knew his Lord’s will…
WHICH KNEW HIS LORD’S WILL;
and prepared not himself…
PREPARED NOT HIMSELF,
neither did according to his will
shall be beaten with many stripes…
Do you hear that?
Stripes.
That nigger that don’t obey his lord
– that’s his master – do you see?
that nigger shall be beaten
with many stripes.

Non ci meravigliamo – ci vuole altro per un nostro ooooh – che sia esistita la schiavitù come pratica di sfruttamento di uomini su altri uomini, volta a suggere indebito profitto e ricchezza dal sangue e dalla carne altrui. Inorridiamo però, laici, vergini e candidi come pupi, al pensiero che la schiavitù abbia avuto un fondamento religioso, una giustificazione divina della supremazia di una razza sull’altra, prima ancora che un fondamento giuridico. Ebbene, questo è un esecrato, prevedibile effetto collaterale del teorema dell’Esistenza di un Popolo Eletto, grottesco nella sua onnicomprensività (un popolo eletto come popolo composto unicamente da buoni e da santi? Tutti? Ma va!) ma così universalmente folle da poter esser plasmato alle follie umane d’ogni tempo. Il popolo di Mosè può diventare il popolo della Chiesa di Roma, può diventare il popolo dei Conquistadores, dei Padri Pellegrini, dei Figli del Fuhrer, dei Nipoti di Stalin. Tutti eletti, senza primarie, senza televoto.

Ops, sto divagando.

patsey

Il fatto è che ho un processore tetra-core nel cervello, e questo film immenso comincia con un’epigrafe errata: “Tratto da una storia vera”. No! Non è tratto da una storia vera, è tratto dalla Storia vera, e parla della schiavitù dei Neri d’America, che è non scritta, ma mormorata, raccontata, cantata. Con lo Spiritual, con il Blues.

Roll Jordan
Roll, roll Jordan, roll
I want to go to heaven when I die
To hear Jordan roll (roll, roll, roll)

Now brother, you ought to been there
Yes, my Lord
A sitting in the kingdom
To hear Jordan.

Coro 1:
Well, roll Jordan, roll (roll Jordan)
Roll Jordan, roll (roll Jordan, roll Jordan)
I want to go to heaven when I die
Roll Jordan, roll.

Well my mother, you ought to been there
Mother, you ought to been there
My mother, you ought to been there
Roll, Jordan roll.

Oh you can see it roll, better roll, better roll (roll Jordan, roll Jordan)
Roll Jordan, roll (roll Jordan, roll Jordan)
I want to go to heaven when I die
Roll Jordan, roll.

Well my mother, you ought to been there (oh yes)
Mother, you ought to been there
My mother, you ought to been there
Roll, Jordan roll.

Coro 2:
Oh you can see it roll, better roll, better roll (roll Jordan, roll Jordan)
Rollover Jordan, roll (roll Jordan, roll Jordan)
I want to go to heaven when I die
Roll Jordan, roll.

Well my sister, you ought to been there now
Sister, you ought to been there
My sister, you ought to been there
Roll, Jordan roll.

Repete Coro 2

Well my brother, you ought to been there now
Brother, you ought to been there
My brother, you ought to been there
Roll, Jordan roll.

Repete Coro 2
Roll, roll.

Il che ci porta ad una considerazione ancora più ampia, se cioè sia indispensabile per la memoria collettiva la parola in quanto scritta, o la parola in quanto detta, cantata, raccontata. Domanda retorica, è la voce che conta.

Tanto vi dovevo, di seguito è Salomon vs Django.

1) La cultura è una pistola
Solomon è un uomo libero, nero, yankee. Di ceto elevato, ben istruito, vive a Washington e suona il violino.
La sua cultura è sinonimo di libertà. Per essa, Salomon è altro, è differente dai neri nati schiavi che incontra, anche la sua dignità e la sua morale risultano sempre differenti (superiori ?) a quelle di chi è nato con le catene ai polsi. Nella pratica, grazie alla sua cultura saprà scrivere la lettera fondamentale perché sia liberato dall’amico, Mr…
Django è (presumibilmente) analfabeta. Nato schiavo, ribelle sì, ma pur sempre schiavo. Deve la sua libertà alla cultura altrui, ad un europeo – tedesco – che si fa beffe dell’ordinamento sociale e giuridico del Vecchio Sud fino al sacrificio estremo, e solo grazie a quel sangue versato Django diventa artefice del suo destino.

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2) Bianco vince, Nero perde
Al di là delle ovvie differenze narrative, occorre notare che in entrambi i casi la catarsi del nero passa attraverso la legittimazione operata da un bianco, che scardina dall’interno il sistema giuridico su cui la schiavitù era fondata. Non c’è lotta di razza né di classe, sono i WASP (White Anglo-Saxon Protestant) a determinare il mutamento, conseguentemente ai mutamenti economici ed industriali che stravolgono l’originaria aristocrazia fondiaria WASP.

3) Steve e Quentin
Steve McQueen è une dei più grandi registi contemporanei, visionario, radicale, disturbante, il suo è un cinema sul corpo, dell’attore e dello spettatore. In 12YaS adopera il corpo di Solomon, adeguatamente rappresentato e martoriato, per un melodramma a schema classico. Salomon è l’Uomo strappato dal suo focolar, precipitato negli Inferi della crudeltà, costretto a subire e a commettere atrocità, tentato, stracciato, ma alla fine redento dall’Amore che riesce a conservare.
Tarantino, il Maestro, usa il genere western per travestire il suo romanzo di formazione, l’epos di Django è propedeutico allo sviluppo di una coscienza della libertà, quindi alla distruzione fisica e totemica della schiavitù. Rispetto alla dimensione intimistica di Solomon, Django compie un passo ulteriore nello scontro finale con Steven, nero anche lui ma collaborazionista e delatore, che rappresenta la rottura estrema dell’accettazione sociale del principio di schiavitù.

4) Black Music
Melodramma chiama classico, Steve McQueen affida le musiche ad Hans Zimmer, che senza ironia è il Morricone delle più grandi produzioni hollywoodiane,ma più che questo ha il grande, immenso merito, di lasciar cantare i suoi attori nei passaggi più toccanti, dando forma e luce allo spiritual e al blues. Nella soundtrack compare John Legend in Roll Jordan Roll, il medesimo John Legend che con Call The Police scandisce la fase finale della vendetta di Django. Scelta avantpop per Tarantino, che guarda alle contaminazioni, più che alle origini della musica nera.

5) Dream Teams
Se in squadra ci sono Fassbender e Pitt vs. Schultz e Di Caprio, il pareggio è il risultato più giusto. Ai punti, vince per uno zerovirgolazero uno il titanismo di Solomon, contro il casual low profile di Jamie Fox.

6) X factor
Se non scoderemo mai 12YaS è grazie al minimamente grande Paul Dano, il motherfucker guardiano degli schiavi, con il suo rap ante litteram.

Tibeats, the Motherfucker

Tibeats, the Motherfucker

Nigger run nigger flew
Nigger tore his shirt in two.
Run run the pattyroller will get you.
Run nigger run well you better get away
That’s right.
Nigger run, run so fast
Stoved his head in a hornets nest
Run nigger run well the pattyroller will get you
Run nigger run well you better get away
Run nigger run well the pattyroller will get you
Run nigger run well you better get away
Some folks say a nigger won’t steal
I caught three in my corn field
One has a bushel? And one has a peck
One had a rope and it was hung around his neck
Run nigger run well the pattyroller will get you
Run nigger run well you better get away
Run nigger run well the pattyroller will get you
Run nigger run well you better get away
Hey Mr. Pattyroller don’t catch me
Catch that nigger behind that tree
Run nigger run well the pattyroller will get you?
Run nigger run well you better get away
Run nigger run well the pattyroller will get you?
Run nigger run well you better get away

Se non scorderemo Django è grazie al mutante Samuel Jackson e alla sua invettiva alla condanna e all’oblio.

And as a slave of the LeQuint
Dickey Mining Company,
hence forth, till the day you die,
all day, everyday,
you will be swingin’ a sledgehammer,
turning big rocks into little rocks.
Now when you get there,
they gonna take away your name,
give you a number, and a sledgehammer,
and say get to work.
One word of sass,
they cuts out your tongue.
They good at that too,
you won’t bleed out.
Aww, they does that real good.
They gonna work you, all day,
every day, till your back give up.
Then they gonna hit you
in the head with the hammer,
throw your ass down
the nigger hole.
And that, will be the story
of you, Django.

E’ quando si è convinti che il disco sia finito, dopo qualche secondo di silenzio, che parte la ghost track:

Thanksgiving Blues

Thank you Steve for making me unable to read the credits

thank you Steve for making me unable to read the credits

too many tears in my eyes, i couldn’t.

Thank you Steve ‘cause you kept on creating your movies on bodies

thank you Steve ‘cause you kept on creating your movies on bodies

whipped and frustrated, naked and imprisoned.

Prepare yourself to be the first black director to win the Oscar

prepare yourself to be the first black director to win the Oscar

many afroamerican eyes will drip joy tears, on that night.

Thank you Brad because you put your money in

thank you Brad because you put your money in

excited by your short, enlightened part in History.

Thank you Michael because you did not undress, at last

thank you Michael because you did not undress, at last

this time you stripped the bloody and miserable birth of a Nation.

Mr. Dano don’t hate me, i thank you too

mr. Dano don’t hate me, i thank you too

‘cause of your new cool and stylish Filthy-Bastard part.

Excuse me Louisiana if I don’t thank you

excuse me Louisiana if I don’t thank you

not your fault, but you’re such a natural set for hate and racism.

Il Consigliori 2.0


The Counselor

Ridley Scott

2013

Se la penna che scrive è impugnata dalla mano di Cormac McCarthy, la parola magica, scritta o evocata, è sempre la stessa: Morte.

La morte è negli occhi di Cameron Diaz/Malkina, finalmente inquietante e convincente dopo 20 anni di boiate. Non a caso sono molti i primi piani sugli occhi felini della ex-svampita sorridente.

cameron

Felini, come i suoi gattoni, un’incredibile coppia di ghepardi domestici. Gheparda in calore lei medesima, capace di scoparsi il parabrezza di una Ferrari al solo scopo di annichilire il suo uomo (“sembrava un pesce gatto attaccato al vetro di un acquario”, racconta uno sconvolto Bardem), spietata avida e insaziabile, desiderosa di fagocitare anche la sweet pussycat Penelope Cruz, unica creatura innocente dell’universo – ma l’inconsapevolezza è vera innocenza ? -,  vittima predestinata e inerme come i conigli predati dai gattoni di cui sopra. Continua a leggere