Cannibal Holocaust. Welcome to our Green Inferno


Omega. Omertà. Omissis. La recensione che segue è di quelle definitive, cioè siamo noi che facciamo i conti con i nostri padri, e siccome parliamo di gente degenere, rinnegata, negletta, vituperata, sento il dovere amorale di avvertirvi: le parole che seguono potrebbero urtare la vostra sopita sensibilità, decidete adesso se continuare o meno la lettura, perché oggi non è un giorno qualsiasi, oggi è quel giorno in cui dikotomiko parlò di Cannibal Holocaust.

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Dear Zachary, la vita è tutto un film, ma anche la morte.


Ho amato Boyhood da subito, anche se adesso, a un mese dalla visione, il ricordo di quell’amore è precocemente sbiadito, dimenticato no. Camera con vista sulla vita mi sembrava, un tratto di vita, miracolosa perché escludeva o rimuoveva la convitata di pietra cioè di marmo, la grande falciatrice con cui non si patteggia. La morte in Boyhood non è, nemmeno fuori campo, la sua assenza ne fa un racconto di formazione atipico e peculiare. Prima, ragazzi miei, nel 2008 c’era stato chi aveva girato il film di una vita partendo dai titoli di coda, dalla morte dei protagonisti, reali ma incorporati in un’opera pop di finzione estrema. Dear Zachary: a letter to a son about his father.

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Livin’ in a Balcanian world, and I am a Balcanian girl


The Seasoning House

Paul Hyett

2012

La pace non ha volto, la guerra sì.

La guerra è l’inferno, il trionfo della morte, distruzione sangue orrore.

Orrore eterno, quindi mutante, destriero con occhi di fuoco che calpesta vermi e frantuma ossa, cavalcato dall’Abominevole, teschio senza maschera, falce che tutto miete .

Le guerre impressionano, immagini cancellano l’immaginario.

apocalisse

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