Cam, 2018. Blumhouse. Netflix. Living in immaterial world, and I am immaterial girl


Questa volta sono sul pezzo, arrivo per tempo, brucio le tappe. Il film è distribuito da Netflix, è prodotto da Blumhouse, è miliare quanto un manifesto programmatico. Ho qualche remora a parlare di manifesto programmatico, dacché esiste una pagina satirica su fb, nella fattispecie, Il Cinefilo nell’Era dell’Internet, che fustiga implacabilmente tutte le frasi fatte, i luoghi comuni e le banalità di ‘noantri sproloquiatori di cinema. Per evitare la gogna del Cinefilo, ho da tempo bannato dal mio vocabolario parole quali “seminale”, “derivativo”, “necessario”, o frasi quali “film non perfetto, ma non vuole esserlo”. Manifesto programmatico invece ha resistito alla giusta gogna, forse perché può essere riservato ad un numero così esiguo di opere, che è impossibile generalizzarne l’uso. Cam, di Daniel Goldhaber.

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Psychokinesis, il supereroe coreano sulle barricate


Il cinema è un treno, il treno è cinema, da sempre. Anche in Corea. Il viaggio distopico su rotaie di Bong Joon-ho (Snowpiercer) si è fermato al primo binario della stazione della streaming queen Netflix, per consegnare al capostazione marpione un prodotto per grandi e piccini come Okja, che comunque confermava, senza se e senza ma, la natura anticapitalistica del (grande) cinema di Bong. Al binario due, con quasi un anno di fisiologico ritardo, è arrivato un altro treno, guidato da Yeon Sang-ho e proveniente da Busan. Un treno carico di morti viventi e vivi morenti, famiglie di fatto impegnate a combattere capitalisti (spietati e affamati di denaro come tanti strigoi), chè l’istinto di sopravvivenza straccia in un attimo ogni contratto sociale – comunque precario – e il più infame avrebbe sempre la meglio se non fosse per lei: la cara, eterna, necessariamente coniugata al femminile, lotta di classe. E allora Yeon ha viaggiato su binari paralleli a quelli di Bong, consegnando al solito capostazione un prodotto per grandi e piccini, addirittura un film di supereroi. Una origin story, nientemeno. Farcita di commedia e sentimenti, risate ed effetti speciali. Non fate quelle facce inorridite, non siamo a Hollywood. Qui il supereroe non si sogna nemmeno di salvare il mondo o farsi cucire un costume, non è per niente affascinante e prende coscienza dei suoi poteri – la telecinesi – con un processo realistico e spontaneo lontanissimo dai canoni Marvel e vicino semmai ai desideri di Massimo Troisi in Ricomincio da Tre. Psychokinesis.

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Annientamento, di Alex Garland. Take a walk on the bright side!


Che superpelle, che antigeni che hai, mi mandi fuori di teeesta! Mi tocca fare il difensore delle cause perse e mettermi a perorare sull’innocenza di un marchio, solo pochi mesi addietro amato in questo mondo e in quell’altro, più anche della mela morsicata. Parlo di Netflix, che sta affrontando la gogna dei farisei da tastiera, pronti a stroncare con il vituperio le sue ultime, ardite produzioni filmiche. L’indignazione popolare ha investito pure questo film, che non è prodotto, ma solo distribuito fuori dagli USA da Netflix, meritoriamente, onorevolmente. Annihilation, di Alex Garland.

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Okja. Il Porco (G)Rosso di Bong Joon-ho e Netflix


Un maiale gigantesco, imparentato con le bestiole che popolano l’universo di Hayao Miyazaki, ed una ragazzina orfana, preadolescente, sono cresciuti insieme in mezzo alla natura, lontani dalle città caotiche e vicinissimi a mille classici della tradizione letteraria e cinematografica. I cattivi vogliono privare la ragazzina del suo unico e gigantesco amico, ma arriva in suo aiuto addirittura l’Animal Liberation Front. Okja è un film schierato – dalla parte giusta – ed è un film commovente, girato alla grandissima, sempre in movimento, stiloso ed elegante. Alcune scene rasentano la perfezione, prima tra tutte l’incursione di Okja in un centro commerciale. Non avevamo il minimo dubbio: con Bong Joon-ho alla regia, il cinema è cinema con la C maiuscola. Anche se fruito attraverso laptop e smartphone. Se volete realizzare qualcosa di strano, ha detto in un’intervista Bong, Netflix è il posto giusto.

 

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Stranger Things. La tv, gli anni 80, il pozzo di Vermicino.


Qui stiamo stupefatti e confusi, travolti da un insolita visione nell’azzurro vuoto di Luglio. Il trionfo di Netflix è inesorabile, ancora ed ancora, ma stavolta non ci sono top players, non c’è Frank Underwood a vincere facile, stavolta ci sono quattro ragazzini sfigati e una ragazzina paranormale, in diretta dalla notte dei tempi, o, se preferite, collegati in tempo reale ma fuor di sesto, dagli anni 80. Sono, gli anni 80, uno degli ultimi totem di un Occidente liquefatto, marcito, scarnificato. Bastano poche note di un pezzo degli anni 80 per scatenare branchi di cani di Pavlov, ovunque, comunque divertiti e plaudenti. Bastano pochi fotogrammi di un film degli anni 80 per riattivare umandroidi bolsi e ingrigiti, un quarto stato in telecomando e pantofole che emette un solo grido, nostalgia!, nostalgia!. Più che un grido, un rantolo, un conato di morte e frustrazione, un riflusso acido che brucia la gola e provoca secrezioni oculari. Gli anni 80 sono il cuscino sudicio con cui soffocare tutti quelli che sono venuti dopo, cancellarne i connotati, confonderne le identità, sono un buco nero, sono un pozzo senza fondo grande 22 pollici. Un pozzo. Alfredino. Alfredo Rampi. Era il 1981, l’Italia dei misteri, delle stragi, della P2, del terrorismo, l’Italia tutta convergeva artesianamente a Vermicino, tutta si calava a testa in giù, sottosopra, lungo il tubo catodico, per salvare il bambino inghiottito dagli inferi, che nel delirio – delirio? – parlava di stanze buie da aprire, voleva parlare con mamma e con Zio Ivo, ma zio Ivo non esisteva, non era chi lo aveva messo là, vero? Alfredino morì, così vanno le cose, così devono andare, e con lui morì, non l’innocenza, ma la coscienza di una nazione, argilla per gli altrui ricordi e l’altrui immaginario. Tutti giù nel pozzo siori, si comincia, are u ready? Ready Player One!

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Peaky Blinders season 3. Gomorra a Birmingham, un secolo fa.


Quando le dita di Stephen Knight battono sulla tastiera del pc, nascono grandi cose come Piccoli Affari Sporchi, La Promessa Dell’Assassino, le prime due stagioni di Peaky Blinders. Quest’anno ha fatto proprio il botto, la terza stagione della serie tv dedicata al clan di Thomas Shelby schizza nell’olimpo degli intoccabili, dove gli fanno compagnia Gomorra e The Knick, True Detective e Profugos. Se la prima stagione era simbolizzata dall’oppio e la seconda dalla cocaina, dice Stephen, nella terza è la droga più letale a condizionare personaggi ed eventi, e tale droga è il potere.

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Narcos, la serie tv che porta Netflix sulla pista giusta


Secondo Forbes, Medellin si piazza al settimo posto tra i posti migliori del mondo per svernare in tranquillità: «Al pari di Istanbul e della malese George Town, Medellin è una delle migliori città dove vivere con pochi soldi. Una corsa media in taxi costa 2,5 dollari, le infrastrutture sono a standard occidentali, così anche le attività per il tempo libero». La stessa Forbes, nel 1987, inseriva  Pablo Gaviria Escobar al settimo posto tra gli uomini più ricchi del pianeta, e Pablo ufficialmente possedeva una compagnia di taxi, che doveva camuffare i miliardi di dollari dei proventi delle sue polverose attività. Giugno 2014, quarti di finale dei Mondiali di calcio, stadio Maracana di Rio de Janeiro,  Brasile contro  Colombia. Al minuto 88 Zuniga, terzino colombiano dal collo taurino e dai modi brutali, affronta da tergo la stellina verde-oro Neymar, assestandogli una ginocchiata che gli spezzerà le reni invalidandolo per i mesi a venire. Da quel giorno nulla è stato più come prima tra Brasiliani e Colombiani. Nel settembre 2014 il carioca Josè Padilha comincia la riprese di Narcos, serie tv sull’ascesa e la caduta di Escobar prodotta dai gringos maldidos di Gaumont per Netflix. Il capo dei capi è impersonato da Wagner Moura, il più grande attore brasiliano vivente, a digiuno di lingua spagnola prima di allora. Wagner è ingrassato più di 20 chili e ha cambiato modo di camminare e di parlare pur di interpretare Escobar, ciò non lo ha salvato dalla pletora di critiche sulla sua pronuncia, alcuni addirittura giurano di aver letto più volte dal suo labiale un «Zuniga hijo de puta».

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