Lo Squalo.


Ma va! Ma vaffanzum! Ma va! Vaffanzum alla Universal, vaffanzum a Spielberg, vaffanzum all’intero mondo sommerso. Correva l’anno 1975, e Lo Squalo si pappò i botteghini dell’intero mondo occidentale, USA, Inghilterra, Francia, Germania; sfondò la cortina di ferro approdando anche a Cuba, ovunque stupore e tremori. Un solo, unico Paese, nel profondo Mediterraneo, arginò il Leviatano: l’Italia, la derelitta Italia, che in quella stagione vide trionfare altri mostri, non marini ma di una comicità perduta per sempre, i goliardi interpreti di Amici Miei. Onore dunque a Mario, ad Ugo, Gastone, Duillio, Philippe; pane per quei terribili denti.

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Antropophagus, di Joe D’Amato. Fetus, pollutions.


Mi si nota di più se scrivo enne volte alla settimana, o se scrivo una volta sola? Ok, pubblico un post ogni sette giorni. No guardate, ho cambiato idea, pubblico solo quando mi va, perché blogger vuol dire libertà. Oggi è il giorno, sento l’urgenza morale, pedagogica, escatologica, di battere un colpo a favore degli obliviati, di quelli che vivono e vivranno sempre nell’ombra come un senso di colpa, il più grande senso di colpa per i cinefili italiani, vecchi e nuovi. Soprattutto per quelli nuovi, perché non sanno quello che fanno, non sanno quello che vedono. Antropophagus, di Joe D’Amato.

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The Walking Deadpool, numero 2.


Per lanciare il film in Italia, hanno mandato Ryan Reynolds e Josh Brolin a gigioneggiare con Milly Carlucci, nel tv show del sabato sera più amato dagli ultracentenari. Ai più è sembrato un clamoroso errore nella scelta del target, solo alcuni hanno capito che quella della Marvel è stata una scelta dadaista, perfettamente in linea con il più terminale dei supereroi. Deadpool infatti è sopra le righe, nel senso che non ha un preciso pubblico di riferimento: è splatter e sboccato, quindi dovrebbe essere amato dai più grandicelli, ma alla fine non risulta più osceno di una qualunque canzone ital-trap amata dai ragazzini. Non si può non amare Deadpool, costretto dalla saturazione del Marvel Cinematographic Universe ad alzare sempre l’asticella, a cavalcare il politicamente scorretto, il socialmente scorretto, il visivamente scorretto, e nello stesso tempo a sparare a salve, perché l’obiettivo resta mungere la mucca del box office, non di sovvertire il sistema. Siamo, cioè, al di qua dei confini dei territori battuti con successo da fenomeni quali Kick Ass e Super.

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Buio Omega, di Joe D’Amato. Formidabili quegli anni!


Ho paura. Provo angoscia, terrore, sgomento, E’ ancora presto per dirlo, ma tutti i sintomi convergono verso una diagnosi dolorosa, per certi versi imprevedibile. Sembrerebbe proprio che sia arrivata una pessima annata. Che il 2018 sia il nadir del cinema di genere, in specie del cinema horror, malgrado la Blumhouse, malgrado i confortanti successi commerciali di certo horror di cassetta. Ho bisogno di qualcosa di forte, che sia coraggioso, repulsivo, provocatorio, brutale. Che sia rivoluzionario, perché a me purtroppo piace guardare la rivoluzione, anziché farla. Ho bisogno di Buio Omega, di Joe D’Amato.


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Tratto da una storia nera. Parte Seconda.


La scorpacciata sugli Hillside Stranglers ci permette di evidenziare un importante elemento strutturale, nei film sugli omicidi seriali: per essere nella mente, o negli occhi, del serial killer, bisogna spesso passare attraverso la mente, e gli occhi, degli investigatori. Ciò è ancor più vero per la casistica dei delitti irrisolti, lì dove il responsabile l’ha fatta franca e dove la giustizia ed i media, stancatisi di brancolare nel buio, hanno rimosso il caso dalle prime pagine e dalle coscienze mutevoli del volgo. Film come Zodiac di Fincher, o Memories of Murders di Bong Joon-ho, sono fulgidi esempi di un genere che perde il baricentro di un protagonista psicopatico e spazia a 360° sull’ambiente, le emozioni, le relazioni interpersonali dei detective. Non si può dire altrettanto per The Alphabet Killer, film del 2008 diretto da Rob Schmidt.

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Sunshine, di Danny Boyle. Il Sol dell’Avvenuto.


Fuori, lo spazio interplanetario. Dentro, lo spazio ristretto di piccoli ambienti metallici, corridoi stretti, una serra (nella quale la fitta vegetazione serve a produrre ossigeno), una sala ologrammi. E l’Osservatorio: un’enorme finestra che permette – con opportuni filtri – di osservare la luce del sole da vicino. O, senza filtri, di lasciarsi bruciare e polverizzare in una sorta di suicidio mistico. Un’astronave, la Icarus II, che appare come un gigantesco ombrello spaziale: lo scudo di protezione dai raggi solari, e il manico, ovvero la piccola parte abitata dall’equipaggio. Ristretto è anche il campo delle opzioni e situazioni, quando si tratta di realizzare un film di (molto)fanta(e poca)scienza hardcore.

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Il culto di Chucky. A Natale regala anche tu una bambola assassina!


Di plastica o di gomma? Di gomma, senza dubbio. E’ lui stesso a chiarirlo, a saga inoltrata: prima dell’accoppiamento, alla pupa che gli chiede di proteggersi per prevenire orridi concepimenti, risponde che non c’è alcun rischio, di gomma è il suo corpo per intero, membro e membra. Gomma e sangue per la precisione, perché questa è una nuova carne all’inverso, da artificiale diventa organica, da immortale diventa mortale, in itinere. Lui è sua bassezza Chucky, conosciuto dal pubblico italiano come la bambola assassina, il serial killer più esiziale, esilarante, estemporaneo che il cinema degli anni 80 ci abbia regalato. Hey, do you wanna play?

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