Mamma, ho visto un UGO! Oggetti Giganti Non Identificati


Colossal, Shin Godzilla, il Grande Gigante Gentile. A Monster Calls, Gulliver, Animali Fantastici, Kong. Le dimensioni contano, diffidate di chi dice il contrario. Siamo nel 2017, l’onda lunga delle Lezioni Americane è terminata da un bel pezzo. La prima lezione, diceva Calvino, è la leggerezza, che andava intesa come una sottrazione di peso, una ricerca analitica delle componenti minime del mondo, o del racconto. Lezione valida e applicabile alle differenti arti, solo che nel cinema qualcosa sta cambiando verso: da qualche tempo, dopo tanto minimal, sembra arrivata una stagione di maximal, dalla durata e dai confini ancora incerti. Si potrebbe obiettare che il franchise dei Transformers stesse lì già da un bel pezzo, a dimostrare il primato durevole della pesantezza e dell’oversize, ma a noi non interessano alieni e nemmeno metalli trionfanti, a noi interessano i giganti, in quanto creature colossali,  più o meno organiche, più o meno terrestri, dalle sembianze umane o vegetali o animali.

Continua a leggere

Dikotomiko intervista Park Chan-wook!


In occidente sono “il regista di Old Boy”, e me ne dispiace. Ha avuto successo, certo, ma non credo sia il mio miglior film. Vorrei che il pubblico avesse la possibilità di guardare anche i film che non fanno parte della trilogia della vendetta. Per esempio, reputo Thirst superiore a Old Boy.  Park Chan-wook, aka Mr. Vendetta, titolo del primo dei film che compongono la trilogia insieme a Old Boy e Lady Vendetta. Una (non)trilogia che ha timbrato a fuoco il nome di Park sopratutto in Occidente, dove le visioni orientali sono sempre tardive, immobili, semplicistiche. A meno che non si è lettori di Nocturno, ovviamente. Qui il secondo nome del più grande regista coreano non è più Mr. Vendetta, ma

Continua a leggere

Get Out, di Jordan Peele. Un capolavoro, in bianco e nero.


Oops, Blum did it again! Jason Blum lo ha fatto ancora, stavolta l’ha fatta grossa, grossissima. 5 milioni di dollari investiti, quasi 160 incassati nei soli Stati Uniti; bel botto, vero? E invece no, questo è solo il bottino, il colpaccio è stato produrre, col marchio Blumhouse, un’opera che resterà per sempre nella storia del cinema. Il film è Get out, il regista è Jordan Peele, e Jason Blum, lo giuro, è Roger Corman sotto mentite e più giovani spoglie.

Continua a leggere

Elle for Vendetta. Tutte le donne di Paul Verhoeven


Si narra che Steven Spielberg, infervorato da Soldato d’Orange, avesse suggerito il suo nome a George Lucas per dirigere Il Ritorno dello Jedi, ma che avesse bruscamente cambiato idea dopo aver visto Spetters: “Forse ha temuto che avrei cominciato il film con un’orgia tra Jedi!”, ha detto lui al Guardian. Certo è che con lui avremmo visto una Leila diversa, testa alta e tette in fuori, che prona si accoppia a Jabba e ad un manipolo di alti ranghi dell’Impero, per il trionfo della Repubblica o per la sua soddisfazione personale. Lui è Paul Verhoeven, l’Olandese Violento (non Volante). Il suo cinema è radicale, un incubatore di dualità complementari in equilibrio instabile: maschi e femmine, carne e sangue, ma anche sacro e profano, polluzioni e deiezioni, stupri e infatuazioni. I suoi film sono distribuiti nell’arco di mezzo secolo, grondano libertà, disperazione, sovversione, vengono accusati bipartisan di essere fascisti, comunisti, misogini, omofobi, pornografici, blasfemi. Moralisti mai, a-morali semmai, come lui, Verhoeven, indagatore degli incubi maschili nelle più disparate proiezioni femminili. Non sappiamo se ami le donne, come ha spesso dichiarato, quel che è certo è che le guarda e le mostra, sin dagli inizi della sua carriera le spoglia – letteralmente – di ogni divinazione e le butta nell’agone, in due tre o più per volta, circondate da uno stuolo di peni grottescamente eretti. Parrebbe una variante della guerra tra sessi, invece è la rappresentazione della dinamica naturale degli ormoni: il maschio agisce meccanicamente – roboticamente – spinto dal testosterone, la femmina sta/non sta al gioco per un obiettivo che duri di più di 20 o 30 orgasmatici secondi.

Continua a leggere

The Neon Fetish – Guida al feticismo cinematografico – Parte II – Tarantino, il regista piedofilo


Cominciamo dalle sequenze finali di The Hateful Eight, l’impiccagione da camera che non ha precedenti, e non avrà seguenti, nella storia del cinema. Guardiamo Daisy Domergue negli ultimi spasmi di vita, guardiamo le contrazioni raccapriccianti dei piedi costretti nelle scarpe di vernice, con appeso il moncherino di John Ruth, fino al sopraggiungere della morte. Feticismo estremo. Arti mozzatI, scarpe, corde, camera da letto, questo è Quentin Tarantino, non il postmoderno, ma l’archeologico, il filologico Tarantino. La scena è ispirata, forse, al Kiss Me Deadly di R. Aldrich, anche lì l’impiccagione era una danza macabra di piedi femminili, piedi nudi appesi, piedi nudi che corrono sull’asfalto in una notte buia. Il foot fetish è una questione autoriale, e Quentin Tarantino dichiara pubblicamente la sua santissima trinità in materia: Bunuel, Hitchcock, Fuller.

tarantinos-foot-fetish-2

Continua a leggere

Animali Notturni: dikotomiko intervista Tom Ford


“Nocturnal Animals è un racconto pedagogico, un ammonimento sulle conseguenze dei compromessi che si accettano nella vita, sulle conseguenze delle nostre scelte e delle nostre decisioni. In una cultura sempre più usa e getta in cui tutto, compresi i rapporti umani, può essere così facilmente gettato via, questa è una storia di lealtà, dedizione e di amore. Si tratta di una storia sull’isolamento che sentiamo tutti, e sull’importanza di valorizzare le connessioni personali, le relazioni che ci sostengono. Nocturnal Animals costruisce ponti tra i personaggi principali, al contempo chiudendo le vie di contatto tra loro.”

nocturnal-animals-3

Continua a leggere

Trapped and Confused: il cinema e gli ascensori per l’inferno


Varchi quelle porte e l’incredulità è sospesa, resta la fede, ce ne vuole tanta per chiudersi lì con sconosciuti che ansimano e puzzano, aspettando che un impulso elettrico ti elevi o ti deprima secondo i tuoi desiderata. L’ascensore, il suo moto verticale, è metafora dell’ovvio, del cinema e della vita, ma anche del sesso, l’ascensore come vagina dentata, porta grondante sangue dell’utero, oppure della coscienza, l’ascensore come confessionale per rimettere i peccati, espiarne il fio. Da sola nell’ascensore, come in una Panic Room, è Mrs. Hilyard, la protagonista di Un Giorno di Terrore – Lady in a Cage, di W.Grauman (1964), costretta all’inazione mentre fuori la sua casa è saccheggiata, la sua vita di madre schernita, fino alla fuga salvifica. L’ascensore affollato poi, il “crowded elevator” cantato dagli Incubus, è sintesi perfetta della follia, claustrofobia ed agorafobia che collidono. In questo non luogo, sospeso tra sacro e profano, Silvano Agosti colloca Nel più alto dei cieli (1977), come un The Descent per un gruppo di laici e religiosi che restano bloccati durante una visita in Vaticano, e scivolano in uno stato di allucinazione progressiva fatto di prevaricazione, perversione, antropofagia.

lady-in-a-cage

Continua a leggere