Elle for Vendetta. Tutte le donne di Paul Verhoeven


Si narra che Steven Spielberg, infervorato da Soldato d’Orange, avesse suggerito il suo nome a George Lucas per dirigere Il Ritorno dello Jedi, ma che avesse bruscamente cambiato idea dopo aver visto Spetters: “Forse ha temuto che avrei cominciato il film con un’orgia tra Jedi!”, ha detto lui al Guardian. Certo è che con lui avremmo visto una Leila diversa, testa alta e tette in fuori, che prona si accoppia a Jabba e ad un manipolo di alti ranghi dell’Impero, per il trionfo della Repubblica o per la sua soddisfazione personale. Lui è Paul Verhoeven, l’Olandese Violento (non Volante). Il suo cinema è radicale, un incubatore di dualità complementari in equilibrio instabile: maschi e femmine, carne e sangue, ma anche sacro e profano, polluzioni e deiezioni, stupri e infatuazioni. I suoi film sono distribuiti nell’arco di mezzo secolo, grondano libertà, disperazione, sovversione, vengono accusati bipartisan di essere fascisti, comunisti, misogini, omofobi, pornografici, blasfemi. Moralisti mai, a-morali semmai, come lui, Verhoeven, indagatore degli incubi maschili nelle più disparate proiezioni femminili. Non sappiamo se ami le donne, come ha spesso dichiarato, quel che è certo è che le guarda e le mostra, sin dagli inizi della sua carriera le spoglia – letteralmente – di ogni divinazione e le butta nell’agone, in due tre o più per volta, circondate da uno stuolo di peni grottescamente eretti. Parrebbe una variante della guerra tra sessi, invece è la rappresentazione della dinamica naturale degli ormoni: il maschio agisce meccanicamente – roboticamente – spinto dal testosterone, la femmina sta/non sta al gioco per un obiettivo che duri di più di 20 o 30 orgasmatici secondi.

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The Neon Fetish – Guida al feticismo cinematografico – Parte II – Tarantino, il regista piedofilo


Cominciamo dalle sequenze finali di The Hateful Eight, l’impiccagione da camera che non ha precedenti, e non avrà seguenti, nella storia del cinema. Guardiamo Daisy Domergue negli ultimi spasmi di vita, guardiamo le contrazioni raccapriccianti dei piedi costretti nelle scarpe di vernice, con appeso il moncherino di John Ruth, fino al sopraggiungere della morte. Feticismo estremo. Arti mozzatI, scarpe, corde, camera da letto, questo è Quentin Tarantino, non il postmoderno, ma l’archeologico, il filologico Tarantino. La scena è ispirata, forse, al Kiss Me Deadly di R. Aldrich, anche lì l’impiccagione era una danza macabra di piedi femminili, piedi nudi appesi, piedi nudi che corrono sull’asfalto in una notte buia. Il foot fetish è una questione autoriale, e Quentin Tarantino dichiara pubblicamente la sua santissima trinità in materia: Bunuel, Hitchcock, Fuller.

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Animali Notturni: dikotomiko intervista Tom Ford


“Nocturnal Animals è un racconto pedagogico, un ammonimento sulle conseguenze dei compromessi che si accettano nella vita, sulle conseguenze delle nostre scelte e delle nostre decisioni. In una cultura sempre più usa e getta in cui tutto, compresi i rapporti umani, può essere così facilmente gettato via, questa è una storia di lealtà, dedizione e di amore. Si tratta di una storia sull’isolamento che sentiamo tutti, e sull’importanza di valorizzare le connessioni personali, le relazioni che ci sostengono. Nocturnal Animals costruisce ponti tra i personaggi principali, al contempo chiudendo le vie di contatto tra loro.”

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Trapped and Confused: il cinema e gli ascensori per l’inferno


Varchi quelle porte e l’incredulità è sospesa, resta la fede, ce ne vuole tanta per chiudersi lì con sconosciuti che ansimano e puzzano, aspettando che un impulso elettrico ti elevi o ti deprima secondo i tuoi desiderata. L’ascensore, il suo moto verticale, è metafora dell’ovvio, del cinema e della vita, ma anche del sesso, l’ascensore come vagina dentata, porta grondante sangue dell’utero, oppure della coscienza, l’ascensore come confessionale per rimettere i peccati, espiarne il fio. Da sola nell’ascensore, come in una Panic Room, è Mrs. Hilyard, la protagonista di Un Giorno di Terrore – Lady in a Cage, di W.Grauman (1964), costretta all’inazione mentre fuori la sua casa è saccheggiata, la sua vita di madre schernita, fino alla fuga salvifica. L’ascensore affollato poi, il “crowded elevator” cantato dagli Incubus, è sintesi perfetta della follia, claustrofobia ed agorafobia che collidono. In questo non luogo, sospeso tra sacro e profano, Silvano Agosti colloca Nel più alto dei cieli (1977), come un The Descent per un gruppo di laici e religiosi che restano bloccati durante una visita in Vaticano, e scivolano in uno stato di allucinazione progressiva fatto di prevaricazione, perversione, antropofagia.

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Insidious: Wan, two, three!


Antichrist non avrebbe mai visto la luce senza il successo di Saw. Parole di James Wan e Leigh Whannell, che oltre ad essere una coppia di stronzi arroganti, per di più australiani (Wan è di origini malesi, in realtà), sono rispettivamente un regista e uno sceneggiatore dotati di quel particolare talento che permette di realizzare film che costano un milione di dollari e incassano cento volte tanto. E’ successo con Saw, ed è successo ancora con Insidious. Dall’estetica del delitto – e dalla non desiderata attribuzione di paternità per la nascita del torture porn – allo spavento old style e alle case infestate? Non esattamente, chè qui l’unica casa infestata è la Blumhouse, infestata dallo stesso particolare talento di Wan e Whannell. Subito, mentre scorrono i titoli di testa di Insidious, l’occhio dello spettatore è stimolato a perlustrare il perimetro dello schermo, e continuerà a farlo senza tregua per merito delle riprese lente ansiogene e avvolgenti di Wan, alla ricerca di dettagli inquietanti e presenze orrorifiche. Le immagini che scorrono sono come istantanee in movimento, scattate in bianco e nero dentro la casa: lampade, ombre, sagome, angoli e anfratti, con le estremità che sfumano nelle tenebre. Il meccanismo è innescato, l’inganno di trovarsi nel genere “case infestate” funziona (al punto di non fare troppo caso ai nomi del cast che scorrono, dai quali si sollevano i doppi di ogni lettera e sfumano via, come gli spiriti che abbandonano i corpi durante i viaggi astrali), la tensione palpabile cresce e continuerà a crescere man mano che il film prosegue. Parte del merito va all’impeccabile comparto sonoro: la musica è composta principalmente di suoni provenienti da violini e organi, e calza alla perfezione con l’impianto visivo old-school del film, raggiungendo picchi agghiaccianti grazie all’inserimento della canzoncina Tiptoe through the Tulips.

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Fear X. Nicolas Winding Refn, l’uomo che guarda


John Turturro veste i panni del protagonista Harry Cain, un uomo che guarda. Di giorno guarda i clienti del centro commerciale dove lavora come vigilante, di notte i filmati in videocassetta del circuito di videosorveglianza. Perchè in quello stesso centro commerciale sua moglie è stata assassinata, e le notti di Cain sono completamente dedicate allo studio delle immagini, alla loro catalogazione e analisi maniacale alla ricerca di indizi. Quando riesce a posare gli occhi sul frammento di video che riprende proprio l’omicidio, qualcosa scatta nel suo cervello, scuotendolo dallo stato di torpore nel quale era precipitato, interrompendo il loop frustrato, e ritmato dalle sue insicurezze, che scandiva le sue giornate vuote e identiche (perfettamente messe in scena da subito, con Cain che guarda dalla finestra sua moglie allontanarsi verso la casa di fronte senza intervenire: ancora e soltanto, un uomo che guarda).

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Valhalla Rising, di Nicholas Winding Refn. Una catastrofe psicocosmica


Una catastrofe psicocosmica mi sbatte contro le mura del tempo. Vigilo nel sonno,  Vigilo. Sentinella, sentinella, che vedi? Una catastrofe psicocosmica, contro le mura del tempo. Nella mitologia – o religione, che è lo stesso – norrena, il Valhalla non è un generico  aldilà, non è l’altrove per tutti i devoti al culto di Odino. No, il Valhalla è un palazzo colossale, che ospiterà per sempre gli eroi, i guerrieri morti in battaglia. Ai pugnaci caduti non spettano luculliane ricompense, bensì l’onore di supportare Odino nello scontro finale con i Giganti. Odino infatti, come una qualsiasi divinità di questo vecchio pazzo Continente, si nutre del sangue versato, dai suoi o dagli altri non importa, la sua è un’eternità di guerra permanente, nella sempiterna attesa del Big One, il Ragnarock. E Odino, amici miei, è guercio, avendo sacrificato un occhio per vedere il futuro, più chiaramente. Un occhio solo, One-Eye, come il proteiforme protagonista di Valhalla Rising, Mads Mikkelsen all’apice della sua muta brutalità.

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