The Walking Deadpool, numero 2.


Per lanciare il film in Italia, hanno mandato Ryan Reynolds e Josh Brolin a gigioneggiare con Milly Carlucci, nel tv show del sabato sera più amato dagli ultracentenari. Ai più è sembrato un clamoroso errore nella scelta del target, solo alcuni hanno capito che quella della Marvel è stata una scelta dadaista, perfettamente in linea con il più terminale dei supereroi. Deadpool infatti è sopra le righe, nel senso che non ha un preciso pubblico di riferimento: è splatter e sboccato, quindi dovrebbe essere amato dai più grandicelli, ma alla fine non risulta più osceno di una qualunque canzone ital-trap amata dai ragazzini. Non si può non amare Deadpool, costretto dalla saturazione del Marvel Cinematographic Universe ad alzare sempre l’asticella, a cavalcare il politicamente scorretto, il socialmente scorretto, il visivamente scorretto, e nello stesso tempo a sparare a salve, perché l’obiettivo resta mungere la mucca del box office, non di sovvertire il sistema. Siamo, cioè, al di qua dei confini dei territori battuti con successo da fenomeni quali Kick Ass e Super.

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Buio Omega, di Joe D’Amato. Formidabili quegli anni!


Ho paura. Provo angoscia, terrore, sgomento, E’ ancora presto per dirlo, ma tutti i sintomi convergono verso una diagnosi dolorosa, per certi versi imprevedibile. Sembrerebbe proprio che sia arrivata una pessima annata. Che il 2018 sia il nadir del cinema di genere, in specie del cinema horror, malgrado la Blumhouse, malgrado i confortanti successi commerciali di certo horror di cassetta. Ho bisogno di qualcosa di forte, che sia coraggioso, repulsivo, provocatorio, brutale. Che sia rivoluzionario, perché a me purtroppo piace guardare la rivoluzione, anziché farla. Ho bisogno di Buio Omega, di Joe D’Amato.


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Tratto da una storia nera. Parte Seconda.


La scorpacciata sugli Hillside Stranglers ci permette di evidenziare un importante elemento strutturale, nei film sugli omicidi seriali: per essere nella mente, o negli occhi, del serial killer, bisogna spesso passare attraverso la mente, e gli occhi, degli investigatori. Ciò è ancor più vero per la casistica dei delitti irrisolti, lì dove il responsabile l’ha fatta franca e dove la giustizia ed i media, stancatisi di brancolare nel buio, hanno rimosso il caso dalle prime pagine e dalle coscienze mutevoli del volgo. Film come Zodiac di Fincher, o Memories of Murders di Bong Joon-ho, sono fulgidi esempi di un genere che perde il baricentro di un protagonista psicopatico e spazia a 360° sull’ambiente, le emozioni, le relazioni interpersonali dei detective. Non si può dire altrettanto per The Alphabet Killer, film del 2008 diretto da Rob Schmidt.

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Sunshine, di Danny Boyle. Il Sol dell’Avvenuto.


Fuori, lo spazio interplanetario. Dentro, lo spazio ristretto di piccoli ambienti metallici, corridoi stretti, una serra (nella quale la fitta vegetazione serve a produrre ossigeno), una sala ologrammi. E l’Osservatorio: un’enorme finestra che permette – con opportuni filtri – di osservare la luce del sole da vicino. O, senza filtri, di lasciarsi bruciare e polverizzare in una sorta di suicidio mistico. Un’astronave, la Icarus II, che appare come un gigantesco ombrello spaziale: lo scudo di protezione dai raggi solari, e il manico, ovvero la piccola parte abitata dall’equipaggio. Ristretto è anche il campo delle opzioni e situazioni, quando si tratta di realizzare un film di (molto)fanta(e poca)scienza hardcore.

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Il culto di Chucky. A Natale regala anche tu una bambola assassina!


Di plastica o di gomma? Di gomma, senza dubbio. E’ lui stesso a chiarirlo, a saga inoltrata: prima dell’accoppiamento, alla pupa che gli chiede di proteggersi per prevenire orridi concepimenti, risponde che non c’è alcun rischio, di gomma è il suo corpo per intero, membro e membra. Gomma e sangue per la precisione, perché questa è una nuova carne all’inverso, da artificiale diventa organica, da immortale diventa mortale, in itinere. Lui è sua bassezza Chucky, conosciuto dal pubblico italiano come la bambola assassina, il serial killer più esiziale, esilarante, estemporaneo che il cinema degli anni 80 ci abbia regalato. Hey, do you wanna play?

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It. Forse l’ho letto. Forse l’ho visto. (Prima puntata)


Non avete mai visto la serie televisiva? Non avete mai letto il libro? Non sapete nulla del travaglio che precede la realizzazione del film? No? Davvero? No? Non temete! Scusate, voglio dire: non abbiate paura di andare al cinema! A grande richiesta, ecco per voi il dossierone su It, lo speciale che abbiamo  redatto per Nocturno, in edicola nel mese in corso: un trattato minienciclopedico, un bignami di tutto ciò che si dovrebbe sapere, prima che si spengano le luci ed inizi il film. Leggetelo, così anche voi, ignari e incosapevoli che non siete altro, potrete dire: that’s It!

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La montagna del dio cannibale, di Sergio Martino


Pensiamo al 1978 come all’anno tombale di un’epoca oscurantista, appena rischiarata dagli abbaglianti di una Giulietta Alfa Romeo, invece no. Nel 1978 usciva nella sale italiane La Montagna del Dio Cannibale, di Sergio Martino. Il pubblico nostrano lo accolse tiepidamente, l’incasso fu dignitoso ma non entusiasmante, alla fine dell’anno risultò 78mo al box office, in una classifica dominata da Grease con 8 miliardi di vecchie lire. Qui sorge il primo dilemma, perché Marco Giusti, in una pubblicazione Stracult, parla di un incasso di un miliardo e mezzo di lire per La Montagna, il che non sembra attendibile proporzionalmente al posto in graduatoria: mistero. Forte di un cast internazionale, il film fu ben distribuito ed apprezzato anche all’estero, con il suo titolo originale o con la variante Slave of the Cannibal God, ad evidenziarne l’indole pruriginosa.

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