Sunshine, di Danny Boyle. Il Sol dell’Avvenuto.


Fuori, lo spazio interplanetario. Dentro, lo spazio ristretto di piccoli ambienti metallici, corridoi stretti, una serra (nella quale la fitta vegetazione serve a produrre ossigeno), una sala ologrammi. E l’Osservatorio: un’enorme finestra che permette – con opportuni filtri – di osservare la luce del sole da vicino. O, senza filtri, di lasciarsi bruciare e polverizzare in una sorta di suicidio mistico. Un’astronave, la Icarus II, che appare come un gigantesco ombrello spaziale: lo scudo di protezione dai raggi solari, e il manico, ovvero la piccola parte abitata dall’equipaggio. Ristretto è anche il campo delle opzioni e situazioni, quando si tratta di realizzare un film di (molto)fanta(e poca)scienza hardcore.

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Il culto di Chucky. A Natale regala anche tu una bambola assassina!


Di plastica o di gomma? Di gomma, senza dubbio. E’ lui stesso a chiarirlo, a saga inoltrata: prima dell’accoppiamento, alla pupa che gli chiede di proteggersi per prevenire orridi concepimenti, risponde che non c’è alcun rischio, di gomma è il suo corpo per intero, membro e membra. Gomma e sangue per la precisione, perché questa è una nuova carne all’inverso, da artificiale diventa organica, da immortale diventa mortale, in itinere. Lui è sua bassezza Chucky, conosciuto dal pubblico italiano come la bambola assassina, il serial killer più esiziale, esilarante, estemporaneo che il cinema degli anni 80 ci abbia regalato. Hey, do you wanna play?

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It. Forse l’ho letto. Forse l’ho visto. (Prima puntata)


Non avete mai visto la serie televisiva? Non avete mai letto il libro? Non sapete nulla del travaglio che precede la realizzazione del film? No? Davvero? No? Non temete! Scusate, voglio dire: non abbiate paura di andare al cinema! A grande richiesta, ecco per voi il dossierone su It, lo speciale che abbiamo  redatto per Nocturno, in edicola nel mese in corso: un trattato minienciclopedico, un bignami di tutto ciò che si dovrebbe sapere, prima che si spengano le luci ed inizi il film. Leggetelo, così anche voi, ignari e incosapevoli che non siete altro, potrete dire: that’s It!

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La montagna del dio cannibale, di Sergio Martino


Pensiamo al 1978 come all’anno tombale di un’epoca oscurantista, appena rischiarata dagli abbaglianti di una Giulietta Alfa Romeo, invece no. Nel 1978 usciva nella sale italiane La Montagna del Dio Cannibale, di Sergio Martino. Il pubblico nostrano lo accolse tiepidamente, l’incasso fu dignitoso ma non entusiasmante, alla fine dell’anno risultò 78mo al box office, in una classifica dominata da Grease con 8 miliardi di vecchie lire. Qui sorge il primo dilemma, perché Marco Giusti, in una pubblicazione Stracult, parla di un incasso di un miliardo e mezzo di lire per La Montagna, il che non sembra attendibile proporzionalmente al posto in graduatoria: mistero. Forte di un cast internazionale, il film fu ben distribuito ed apprezzato anche all’estero, con il suo titolo originale o con la variante Slave of the Cannibal God, ad evidenziarne l’indole pruriginosa.

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L’isola degli uomini pesce, di Sergio Martino


Germinale. Ci sia consentito usare ancora l’aggettivo, abusato ma non troppo, in relazione a questo film, perché da una piccola storia ne sono scaturite infinite altre, qualcuna delle quali andiamo a eviscerare. C’è il titolo, L’Isola degli Uomini Pesce, che non ha trovato requie, mutando secondo i capricci della distribuzione ed il mercato di riferimento. Cioè, L’Isola degli Uomini Pesce (1979) valeva per la distribuzione italiana; per l’autore, in patria, sarebbe stato L’Isola del Dio Vulcano. Island of Fishmen per gli Inglesi, con gli Spagnoli e i Francesi ad allinearsi, ma in Albione valeva anche Island of Mutation, poi eccoli là, i Crucchi, con l’Isola dei Nuovi Mostri, per finire con la proverbiale creatività yankee, Something Waits in The Dark – simile a millanta titoli di film horror degli ultimi 40 anni, alla faccia del marketing -, e, udite udite, Screamers! Che poi sarebbe stato più corretto chiamarlo Scream Her, perché ad urlare è solo una, la protagonista Barbara Bach: quasi ininterrottamente nei primi 12 minuti di film, poi digradando in corso d’opera.

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Monolith, di Ivan Silvestrini. Attenzione, bimbo a bordo!


Un’autovettura fuoriserie, realmente costruita negli studios americani, il suo nome kubrickiano a figurare audacemente nel titolo, roba che da queste parti non si era mai vista e pensata. Avrebbe potuto essere l’evento cinematografico dell’anno, l’occasione per celebrare l’unità di intenti delle fabbriche di creatività autarchica, e invece no. Monolith, diretto da Ivan Silvestrini, esce nella sale italiane in pieno agosto, e pace all’anima sua.

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Mamma, ho visto un UGO! Oggetti Giganti Non Identificati


Colossal, Shin Godzilla, il Grande Gigante Gentile. A Monster Calls, Gulliver, Animali Fantastici, Kong. Le dimensioni contano, diffidate di chi dice il contrario. Siamo nel 2017, l’onda lunga delle Lezioni Americane è terminata da un bel pezzo. La prima lezione, diceva Calvino, è la leggerezza, che andava intesa come una sottrazione di peso, una ricerca analitica delle componenti minime del mondo, o del racconto. Lezione valida e applicabile alle differenti arti, solo che nel cinema qualcosa sta cambiando verso: da qualche tempo, dopo tanto minimal, sembra arrivata una stagione di maximal, dalla durata e dai confini ancora incerti. Si potrebbe obiettare che il franchise dei Transformers stesse lì già da un bel pezzo, a dimostrare il primato durevole della pesantezza e dell’oversize, ma a noi non interessano alieni e nemmeno metalli trionfanti, a noi interessano i giganti, in quanto creature colossali,  più o meno organiche, più o meno terrestri, dalle sembianze umane o vegetali o animali.

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