La montagna del dio cannibale, di Sergio Martino


Pensiamo al 1978 come all’anno tombale di un’epoca oscurantista, appena rischiarata dagli abbaglianti di una Giulietta Alfa Romeo, invece no. Nel 1978 usciva nella sale italiane La Montagna del Dio Cannibale, di Sergio Martino. Il pubblico nostrano lo accolse tiepidamente, l’incasso fu dignitoso ma non entusiasmante, alla fine dell’anno risultò 78mo al box office, in una classifica dominata da Grease con 8 miliardi di vecchie lire. Qui sorge il primo dilemma, perché Marco Giusti, in una pubblicazione Stracult, parla di un incasso di un miliardo e mezzo di lire per La Montagna, il che non sembra attendibile proporzionalmente al posto in graduatoria: mistero. Forte di un cast internazionale, il film fu ben distribuito ed apprezzato anche all’estero, con il suo titolo originale o con la variante Slave of the Cannibal God, ad evidenziarne l’indole pruriginosa.

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L’isola degli uomini pesce, di Sergio Martino


Germinale. Ci sia consentito usare ancora l’aggettivo, abusato ma non troppo, in relazione a questo film, perché da una piccola storia ne sono scaturite infinite altre, qualcuna delle quali andiamo a eviscerare. C’è il titolo, L’Isola degli Uomini Pesce, che non ha trovato requie, mutando secondo i capricci della distribuzione ed il mercato di riferimento. Cioè, L’Isola degli Uomini Pesce (1979) valeva per la distribuzione italiana; per l’autore, in patria, sarebbe stato L’Isola del Dio Vulcano. Island of Fishmen per gli Inglesi, con gli Spagnoli e i Francesi ad allinearsi, ma in Albione valeva anche Island of Mutation, poi eccoli là, i Crucchi, con l’Isola dei Nuovi Mostri, per finire con la proverbiale creatività yankee, Something Waits in The Dark – simile a millanta titoli di film horror degli ultimi 40 anni, alla faccia del marketing -, e, udite udite, Screamers! Che poi sarebbe stato più corretto chiamarlo Scream Her, perché ad urlare è solo una, la protagonista Barbara Bach: quasi ininterrottamente nei primi 12 minuti di film, poi digradando in corso d’opera.

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Monolith, di Ivan Silvestrini. Attenzione, bimbo a bordo!


Un’autovettura fuoriserie, realmente costruita negli studios americani, il suo nome kubrickiano a figurare audacemente nel titolo, roba che da queste parti non si era mai vista e pensata. Avrebbe potuto essere l’evento cinematografico dell’anno, l’occasione per celebrare l’unità di intenti delle fabbriche di creatività autarchica, e invece no. Monolith, diretto da Ivan Silvestrini, esce nella sale italiane in pieno agosto, e pace all’anima sua.

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Mamma, ho visto un UGO! Oggetti Giganti Non Identificati


Colossal, Shin Godzilla, il Grande Gigante Gentile. A Monster Calls, Gulliver, Animali Fantastici, Kong. Le dimensioni contano, diffidate di chi dice il contrario. Siamo nel 2017, l’onda lunga delle Lezioni Americane è terminata da un bel pezzo. La prima lezione, diceva Calvino, è la leggerezza, che andava intesa come una sottrazione di peso, una ricerca analitica delle componenti minime del mondo, o del racconto. Lezione valida e applicabile alle differenti arti, solo che nel cinema qualcosa sta cambiando verso: da qualche tempo, dopo tanto minimal, sembra arrivata una stagione di maximal, dalla durata e dai confini ancora incerti. Si potrebbe obiettare che il franchise dei Transformers stesse lì già da un bel pezzo, a dimostrare il primato durevole della pesantezza e dell’oversize, ma a noi non interessano alieni e nemmeno metalli trionfanti, a noi interessano i giganti, in quanto creature colossali,  più o meno organiche, più o meno terrestri, dalle sembianze umane o vegetali o animali.

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Dikotomiko intervista Park Chan-wook!


In occidente sono “il regista di Old Boy”, e me ne dispiace. Ha avuto successo, certo, ma non credo sia il mio miglior film. Vorrei che il pubblico avesse la possibilità di guardare anche i film che non fanno parte della trilogia della vendetta. Per esempio, reputo Thirst superiore a Old Boy.  Park Chan-wook, aka Mr. Vendetta, titolo del primo dei film che compongono la trilogia insieme a Old Boy e Lady Vendetta. Una (non)trilogia che ha timbrato a fuoco il nome di Park sopratutto in Occidente, dove le visioni orientali sono sempre tardive, immobili, semplicistiche. A meno che non si è lettori di Nocturno, ovviamente. Qui il secondo nome del più grande regista coreano non è più Mr. Vendetta, ma

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Get Out, di Jordan Peele. Un capolavoro, in bianco e nero.


Oops, Blum did it again! Jason Blum lo ha fatto ancora, stavolta l’ha fatta grossa, grossissima. 5 milioni di dollari investiti, quasi 160 incassati nei soli Stati Uniti; bel botto, vero? E invece no, questo è solo il bottino, il colpaccio è stato produrre, col marchio Blumhouse, un’opera che resterà per sempre nella storia del cinema. Il film è Get out, il regista è Jordan Peele, e Jason Blum, lo giuro, è Roger Corman sotto mentite e più giovani spoglie.

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Elle for Vendetta. Tutte le donne di Paul Verhoeven


Si narra che Steven Spielberg, infervorato da Soldato d’Orange, avesse suggerito il suo nome a George Lucas per dirigere Il Ritorno dello Jedi, ma che avesse bruscamente cambiato idea dopo aver visto Spetters: “Forse ha temuto che avrei cominciato il film con un’orgia tra Jedi!”, ha detto lui al Guardian. Certo è che con lui avremmo visto una Leila diversa, testa alta e tette in fuori, che prona si accoppia a Jabba e ad un manipolo di alti ranghi dell’Impero, per il trionfo della Repubblica o per la sua soddisfazione personale. Lui è Paul Verhoeven, l’Olandese Violento (non Volante). Il suo cinema è radicale, un incubatore di dualità complementari in equilibrio instabile: maschi e femmine, carne e sangue, ma anche sacro e profano, polluzioni e deiezioni, stupri e infatuazioni. I suoi film sono distribuiti nell’arco di mezzo secolo, grondano libertà, disperazione, sovversione, vengono accusati bipartisan di essere fascisti, comunisti, misogini, omofobi, pornografici, blasfemi. Moralisti mai, a-morali semmai, come lui, Verhoeven, indagatore degli incubi maschili nelle più disparate proiezioni femminili. Non sappiamo se ami le donne, come ha spesso dichiarato, quel che è certo è che le guarda e le mostra, sin dagli inizi della sua carriera le spoglia – letteralmente – di ogni divinazione e le butta nell’agone, in due tre o più per volta, circondate da uno stuolo di peni grottescamente eretti. Parrebbe una variante della guerra tra sessi, invece è la rappresentazione della dinamica naturale degli ormoni: il maschio agisce meccanicamente – roboticamente – spinto dal testosterone, la femmina sta/non sta al gioco per un obiettivo che duri di più di 20 o 30 orgasmatici secondi.

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