Il Traduttore, di Massimo Natale. Un noir in punta di lingua


Il confine tra tv e cinema è labile, sempre più sottile, spesso diventa impercettibile ad occhio nudo, ma esiste. Su quel limine oscilla Il traduttore, volenterosa opera seconda prodotta e diretta da Massimo Natale. L’idea è ottima, un circolo femminile – vizioso, più che virtuoso – intorno a un maschio espiatorio. Il Traduttore, di Massimo Natale.

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Pericle il Nero, ci meritiamo Riccardo Scamarcio


Le informazioni sono ovunque, liberamente accessibili, immediatamente fruibili.  Ci possono essere criticità legate all’autorevolezza della fonte, alla sua attendibilità, ma sono ovviabili ponderando più dati da più sorgenti, traendone alla fine una sorta di informazione mediana, o grezza, da accantonare o valorizzare sulla base dell’interesse personale. Nel caso di questo film, il solo titolo mi coglieva in direzione erronea e contraria, credevo si trattasse di teatro sperimentale, uno di quegli inutili monologhi, sotto un benevolo occhio bovino, cui la gente del cinema si presta quasi per dovere, per conseguire la patente di artista a tutto tondo, per sperimentare il contatto con un pubblico reale, per brecciare la quarta parete e così via, di luogo in luogo comune. Mi sbagliavo evidentemente, Pericle il Nero è un film di Stefano Mordini, con Riccardo Scamarcio.

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The Myth of the American Sleepover. Non dormiteci sopra.


Il fomento sale, mi struggo di desiderio, darei un occhio per vedere It  Follows qui, ora, invece sono costretto ad aspettare, forse anche invano considerata la lungimiranza della distribuzione italica. Decido così di conoscere meglio David Robert Mitchell,  ben consigliato da alcuni amici social, gente giusta che capisce di cine, e mi metto a guardare The Myth of the American Sleepover, 2010, la sua opera prima pluripremiata. Lo sleepover sarebbe il pigiama party, sacralizzato negli USA per celebrare la fine delle vacanze e l’inizio di un nuovo anno scolastico.

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Black Coal, Thin Ice. A Berlino trionfa il nero di Cina


Nel film che vorrei abitare, ci sono tranci di cadavere scoperti per caso, un detective marcio in motorino che indaga, poi fumo, bicchieri, malinconia, sorrisi, una donna di carne carnefice. Nel film che vorrei abitare, mi troverei in una città senza nome, nei suoi peculiari gangli in inverno. Ci sarebbe buio, o sì, tanto buio, sarebbe così buio che quel detective, quella donna, tutti sarebbero fantasmi. Il film che vorrei abitare è Black Coal, Thin Ice.

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La neritudine del carbone si può toccare, la sottigliezza del ghiaccio si può spaccare, il titolo internazionale significa. Parimenti diversamente significa Daylight Fireworks, traduzione letterale dall’originale cinese, i fuochi d’artificio alla luce del sole valgono meraviglia fuori luogo fuori tempo e sono nel film. La città è ovunque nel Nord della Cina, la storia è di speranze disattese, di violenze punite, alla fine di romantiche solitudini senza cura. Si sta soli come spettri, così si aggirano i protagonisti, ascendenti o discendenti da tanti padri, Chandler Hammet Hawks Melville Wilder. Yinan Diao regista afferma di guardare ai Cohen, ma quello dei Cohen è metacinema ectoplasmatico, attraversandolo si risale a quelle origini.

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Loro, i fantasmi, filtri emotivi trasparenti, agiscono, cercano disperatamente di essere, ma vanno guatati per scorgere, ora una dignitosa lavanderia, ora un fluorescente salone da barba, ora una balera condominiale, ora uno scalcinato parco giochi. Gangli vitali al coperto, all’aperto c’è il movimento seriale di una catena di montaggio, percorsi ghiacciati e pattinatori e pattini letali. Qui si finge di vivere, mai si finge di vincere.

So my life isn’t a total loss.

What? You think anyone ever wins at life?

Come fuoco d’artificio al sole irrompe il sogno, un cavallo parcheggiato in un condominio, carte da poker sul letto di un motel, occhialini 3D per visioni multisala. I proiettili uccidono come le lame, i presunti vivi svaniscono, fatti a pezzi o no, ugualmente morti commutati in ceneri. La cenere di morto, la cenere di sigaretta, il fumo della sigaretta, il vapore dalla bocca nel freddo invernale, il vapore effimero, come il denaro, che non si vede ma domina, è movente, legittima brutalità e genera reazioni e eterna violenza. Quando il buio tramonta e arriva l’alba si capisce che è la Cina di inizio millennio, qui un corpo di pelle vale meno di una giacca di pelle. Resta la memoria. La speranza?

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Of course, we’re bigger and better now.

But memories, good or bad, never fade.

Orso d’Oro a Berlino, premio che suscita stupore per un’opera intrinsecamente di genere, Black Coal Thin Ice è un film miracoloso, raccontato con rigore da entomologo, da guardare con stupore da bambino. Come un fuoco d’artificio in pieno di giorno.

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Perez, punto


Ci sono Luca Zingaretti e Marco D’Amore, quanto di meglio l’Italia esprima oggi in termine di calvizie seduttiva e alopecia attoriale. Luca e Marco. Cranio contro cranio. In un film di un regista nuovo. Kusturica dice di lui che è un talento speciale, visionario persino. Questo richiama la nostra attenzione, lo diciamo da sempre che al cinema italiano servono occhi strani, quindi eccoci in sala, guardiamo le carte di Edoardo De Angelis.

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Lo strano colore delle lacrime del tuo corpo


I primi carabinieri intervenuti  così scrissero nel rapporto: “Il cadavere di un uomo, di sesso maschile e di età apparente intorno ai 40 anni, riverso in terra pronamente, presentava numerose ferite da arma da taglio alla testa e alla schiena, con cospicua fuoriuscita di sangue rappresosi sul sottostante tappeto damascato. Si rinveniva una lama di tipo stiletto, della lunghezza approssimativa di 15 cm, sporca di sangue e poggiata sull’angolo di un tavolino in vetro, parzialmente coperta da un impermeabile rosso di foggia femminile. La stanza era apparentemente in ordine, non fosse per un buco di un metro di diametro nella parete di cartongesso, attraverso il quale si accedeva ad un’altra stanza cieca, del tutto vuota eccettuata la presenza di una scatola aperta sul pavimento, di forma circolare e a strisce bianche e nere, dalla quale spuntavano due guanti di gomma, medesimamente sporchi di sangue.”

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Finalmente un vero capolavoro, un film essenziale, indimenticabile: L’Etrange Couleur (Douleur) de les Armes de ton Corps,  dei belgi Cattet e Forzani. Un’opera sontuosa, vitale eppure intrinsecamente teorica, che si appropria di archetipi e stilemi del giallo e del noir italiano per farne qualcosa di diverso, forse anche qualcosa di più, un manifesto di avanthorror ulteriore rispetto all’avantpop di Quentin Tarantino. Continua a leggere

Bracconieri in fuga


John Moon vivacchia cacciando, ed è caccia di frodo la sua. Un proiettile colpisce ed uccide accidentalmente la preda sbagliata, una ragazza che campeggiava nei dintorni. Mentre ne occulta il cadavere, saltano fuori una pistola, droghe, e un bel mucchio di soldi. Il colpo innesca una serie di eventi funesti che sconvolge la vita di John e mette in pericolo anche la sua famiglia.

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A Single Shot

David M. Rosenthal

2013

Le atmosfere cupe e livide del romanzo sono state trasposte nella pellicola grazie alla fotografia di Eduard Grau, efficace nel rendere A Single Shot un noir rarefatto che sin dai primi istanti promette tensione Hitchcockiana, e che vira le immagini in grigio, marrone e nero.

Ma…
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