Lega la Lego® – The Lego Movie


1978. Decenni prima che un manipolo di delinquenti planetari concepisse il primo famigerato junior talent show, partecipai ad una trasmissione di una minuscola, insignificante TV locale. Il gioco a premi, Allegri Ragazzi, metteva in gara le scuole elementari del capoluogo, rappresentate da squadre di bambini tra i 6 e gli 11 anni. Io avevo 5 anni ed usufruivo di una wild card, in quanto frignante fratello di altro partecipante. Il meccanismo del gioco era semplice, mutuato paro paro dal Trivial Pursuit: scontri ad eliminazione diretta, batterie di domande su vari argomenti, Geografia, Storia, Sport, Cartoni Animati, chi pigiava per primo il pulsante rispondeva, la squadra che collezionava il maggior numero di risposte esatte vinceva e passava il turno. Nozionismo competitivo, allo stato puro.

La mia squadra, scuola X, era fortissima, ed arrivò trionfalmente in finale senza il mio aiuto, ma qui incontrò la squadra della scuola Y, altrettanto competitiva e palesemente favorita da una triade di giudici di dubbia moralità. Al termine della gara regolamentare la situazione di parità era assoluta, non servirono 50 domande supplementari per sbloccare l’impasse, così il presentatore, tal Pompeo, ebbe l’Idea: 20 mattoncini Lego per squadra, 10 minuti di tempo per costruire qualcosa a tema libero, impiegando tutti i mattoncini a disposizione. Continua a leggere

Corso de Itagliano per tuti


La mia classe

Daniele Gaglianone

2013 .

Non è fiction, e non è nemmeno documentario. Creatura vagante, non catalogabile, progettata in divenire, sembra voler assomigliare il più possibile ai corpi degli studenti protagonisti, migranti veri provenienti da tutti i Terzomondi possibili, che vogliono imparare la lingua italiana per guadagnarsi il diritto all’esistenza. Metacinema  solo fino ad un certo punto, La Mia Classe è film politico fino in fondo, grondante militanza, schierato dicotomicamente dalla parte giusta contro la parte sbagliata.

Sudestival 2014: accoglienza tiepida per La mia classe

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Smetto quando voglio. Con il Made in Italy.


Smetto quando voglio

Sidney Sibilia

2014 .

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Mi guardo allo specchio e quello che vedo  mi  piace moltissimo: un uomo finalmente adultolaico,cosmopolita, acculturando. Me ne vado in giro convinto di avere capito molte cose, di essere sulla via della saggezza e della libertà. Poi, di improvviso, ecco che ricasco nel solito vecchio vizio, il peggiore.

L’autarchia.

L’autarchia, la grettezza ideologica dell’autosufficienza, l’eliminazione del confronto per l’apologia dell’unico, l’ignoranza come unica forma di felicità.

duce

L’autarchia, quella che, davanti ad un’offerta ricchissima di titoli internazionali al cinema, mi porta a pensare: “mmhh, una commedia italiana, un regista emergente,  perché no?”. Una biscia che si insinua nei miei pensieri, che mi culla sulle lusinghe di opinioni di opinionisti altrimenti negletti, il solito repertorio diluoghi comuni, da “una commedia frizzante e sui generis”, a “un ritratto esilarante dei 40enni di oggi”, a “un tuffo vertiginoso nel cinema contemporaneo di genere”.

E allora sì, sì, sì ! Perché no?

Perché no. No e basta.

Scorrono le immagini dei titoli di testa, ed è chiaro che l’ambientazione è sempre la stessa: Roma, vista di lato, di sotto, di sopra come con Google Map, zoom avanti, zoom indietro, paro paro l’incipit di Ricordati di Me di Muccino, che è uno dei miei acerrimi nemici, lui, il quartiere Parioli e la società de’noantri. Tutto uguale, tranne che in SQV parte una canzone degli Offspring, ‘azz che scelta radicale, e io che mi aspettavo l’ennesima canzone di Rino Gaetano!

sqv

Perplesso, continuo nella virile fruizione dell’italico prodotto, e tra le altre cose mi sciorino:

–          Valeria Solarino, svogliata, svogliatissima,

–          Neri Marcorè, ancora lui, sempre lui, più soporifero che mai;

–          Due latinisti, che tra loro parlano in latino, simpatici come una versione di Cicerone al liceo ;

–          Un obeso schizzato che è la brutta copia sputata, cioè in peggio, dell’odiato Battiston;

–          Un professore universitario napoletano, corrotto e ignorante come di prammatica;

e poi:

–          (profusione di )Adolescenti romani coatti sballati e pieni di soldi;

–          (profusione di )Prostitute russeristoratori cinesibenzinai cingalesi.

Insomma, la solita minestra, stantia, veltroniana, caciottara, subdolamente razzista, condita da una sceneggiatura che procede a conati, più che a strappi, costruita (?) intorno all’ascesa ed alla caduta dell’unico grande protagonista di questa sgangherata farsa corale.

E chi sarebbe sto grande protagonista? Pietro, ricercatore di neurobiologia, che ha la modernissima  idea di mettersi a produrre e spacciare droghe sintetiche (legali).

Vi ricorda qualcuno ?

bbad

Proprio lui, il Dio di Breaking Bad.

Purtroppo per Sidney Sibilia, la derivazione si ferma qui, il suo film è totalmente privo di cattiveria, di cinismo, di satira sociale, al confronto Nunziante e Zalone fanno cinema politico. Il suo occhio non è sincero, guarda dall’alto, non da dentro, le gravi contraddizioni di un paese allo sbando, e non capendo si rifugia nel cliché. Attento Sidney, chè banalizzare vuol dire normalizzare, e questo è reazionario, troppo reazionario, renziano, quasi fascista.

Come l’autarchia.