Bronson, di Nicolas Winding Refn. Living in a box.


Poteva essere un film di denuncia, un prison movie alla maniera del neorealismo inglese, alla Ken Loach, fieramente proletario, impudicamente ideologico. Si parla della storia del più grande criminale di Albione, tale Michael Peterson in arte Charles Bronson, uno condannato a 34 anni di galera per aggressioni brutali e reati plurimi  – mai un omicidio – , 30 anni già scontati in isolamento. Poteva esserlo, ed al progetto lavorarono un manipolo di inglesi in volenteroso autofinanziamento, tra questi Tom Hardy, giovane attore che ancora si barcamenava tra il teatro, luogo natìo, ed il cinema a successo progressivo. Il progetto abortì, poi rinacque a nuova visione grazie a Rupert Preston della Vertigo Films, che lo affidò a Refn.

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The Handmaiden, di Park Chan Wook. Let’s play master and servant!


Korine, Von Trier, Refn, Verhoeven, sono loro l’avanguardia nella rappresentazione della nuova donna, non più oggetto o soggetto ma avatar, personaggio giocabile in una realtà multilivello falsa come un videogame. A questa avanguardia va ad aggiungersi Park Chan-wook con questo suo ultimo The Handmaiden, ancora invisibile in Italia. Il film ha goduto di una vetrina prestigiosa come il Festival di Cannes e ha sbancato il box office nazionale (31 milioni di dollari incassati in sala, ottavo nella top ten del 2016), tuttavia si è perso nelle nebbie dell’oblio occidentale, vuoi per l’atteggiamento reazionario della critica, che lo ha marchiato come mero esercizio di stile (!), vuoi per le oggettive difficoltà di fruizione di un titolo che agli occhi dei più ha la tripla aggravante, è coreano, dura più di due ore ed è in costume. Liberamente (la libertà è ovvia, nel caso di Wook) tratto da una novella vittoriana inglese, per l’occasione ricontestualizzata, The Handmaiden è una storia di masters (mistresses) and servants: due donne, nobile o aspirante tale l’una, cameriera o aspirante ladra l’altra, e i loro destini incrociati al tempo dell’occupazione giapponese, la passione che le unisce e attraversa truffe, ricatti, abusi infantili, matrimoni riparatori, trattamenti sanitari obbligatori, fughe dall’antro degli orchi.

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Libero Genio in Libero Cinema


“L’elemento fondamentale del Simbolismo è che sotto la realtà apparente, quella percepibile con i sensi, si nasconda una realtà più profonda e misteriosa, a cui si può giungere solo per mezzo dell’intuizione poetica. La nuova generazione di poeti, quindi, manifesta la propria sfiducia nella scienza perché incapace di penetrare nelle oscure profondità dell’animo umano e di spiegare i desideri dell’inconscio, i sogni ecc. Il poeta, invece, può penetrare ed entrare in queste realtà attraverso quell’intuizione che gli è propria. Per questi nuovi contenuti della poesia i simbolisti elaborarono un linguaggio nuovo, non più logico ma alogico, che permetteva di portare alla luce le corrispondenze e i misteriosi legami esistenti tra le cose più diverse; questo perché la parola deve avere la capacità di comunicare le molteplici emozioni che il poeta avverte come simultanee. A tale scopo i poeti simbolisti ricorsero spesso a figure retoriche quali la metafora, l’analogia e la sinestesia.” (da Wikipedia, a proposito del simbolismo nella poesia) Continua a leggere

Last Minute, Bangkok


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Only God Forgives

Nicolas Vinding Refn

2013

Tre consonanti ed una sola vocale.

REFN.

Visione consonante dissonante, (R) ringhia  a labbra strette e pugni chiusi nell’esplosione inattesa deterministica di lampi suoni sangue.

Narrazione fluida coerente e vocalica (E), pietà sospesa su inferno di archetipi, la Colpa, la Mantide, Edipo, la Legge.

Soffio, ultimo respiro e sollievo (F), disturbo di fantasmi bramanti e recanti pena.

Ferro adamantino tra corpi oggetti penetrati recisi, neon su donne senza sguardo, occhi senza luce, corpi senza mani. (N)