Stranger Things. La tv, gli anni 80, il pozzo di Vermicino.


Qui stiamo stupefatti e confusi, travolti da un insolita visione nell’azzurro vuoto di Luglio. Il trionfo di Netflix è inesorabile, ancora ed ancora, ma stavolta non ci sono top players, non c’è Frank Underwood a vincere facile, stavolta ci sono quattro ragazzini sfigati e una ragazzina paranormale, in diretta dalla notte dei tempi, o, se preferite, collegati in tempo reale ma fuor di sesto, dagli anni 80. Sono, gli anni 80, uno degli ultimi totem di un Occidente liquefatto, marcito, scarnificato. Bastano poche note di un pezzo degli anni 80 per scatenare branchi di cani di Pavlov, ovunque, comunque divertiti e plaudenti. Bastano pochi fotogrammi di un film degli anni 80 per riattivare umandroidi bolsi e ingrigiti, un quarto stato in telecomando e pantofole che emette un solo grido, nostalgia!, nostalgia!. Più che un grido, un rantolo, un conato di morte e frustrazione, un riflusso acido che brucia la gola e provoca secrezioni oculari. Gli anni 80 sono il cuscino sudicio con cui soffocare tutti quelli che sono venuti dopo, cancellarne i connotati, confonderne le identità, sono un buco nero, sono un pozzo senza fondo grande 22 pollici. Un pozzo. Alfredino. Alfredo Rampi. Era il 1981, l’Italia dei misteri, delle stragi, della P2, del terrorismo, l’Italia tutta convergeva artesianamente a Vermicino, tutta si calava a testa in giù, sottosopra, lungo il tubo catodico, per salvare il bambino inghiottito dagli inferi, che nel delirio – delirio? – parlava di stanze buie da aprire, voleva parlare con mamma e con Zio Ivo, ma zio Ivo non esisteva, non era chi lo aveva messo là, vero? Alfredino morì, così vanno le cose, così devono andare, e con lui morì, non l’innocenza, ma la coscienza di una nazione, argilla per gli altrui ricordi e l’altrui immaginario. Tutti giù nel pozzo siori, si comincia, are u ready? Ready Player One!

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Peaky Blinders season 3. Gomorra a Birmingham, un secolo fa.


Quando le dita di Stephen Knight battono sulla tastiera del pc, nascono grandi cose come Piccoli Affari Sporchi, La Promessa Dell’Assassino, le prime due stagioni di Peaky Blinders. Quest’anno ha fatto proprio il botto, la terza stagione della serie tv dedicata al clan di Thomas Shelby schizza nell’olimpo degli intoccabili, dove gli fanno compagnia Gomorra e The Knick, True Detective e Profugos. Se la prima stagione era simbolizzata dall’oppio e la seconda dalla cocaina, dice Stephen, nella terza è la droga più letale a condizionare personaggi ed eventi, e tale droga è il potere.

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Trapped. I fiordi, la tempesta e il cadavere mutilato


Primo episodio: 90% di share e mezzo paese davanti ai teleschermi: poco più di 150.000 persone, ok, ma è comunque la metà della popolazione nazionale. Stando a quel che si dice su internet, esiste qualcuno che in Islanda ha usato un metodo meno tradizionale per misurare la popolarità di Trapped, basandosi sul consumo di litri di acqua fredda: durante la trasmissione degli episodi, il consumo nazionale è calato del 30% per poi risalire di colpo dopo i titoli di coda. Ciò significa che i fan della serie hanno trattenuto la pipì fino alla fine della puntata.

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Deutschland 83. L’impero del male colpisce ancora


La guerra fredda, la crisi dei missili più grave dopo quella del 1962, il muro di Berlino, la paranoia crescente. Eppure, la musica che nel 1983 ascoltavamo noi ragazzetti ignari e i ventenni tedeschi più o meno consapevolmente coinvolti in quell’opprimente delirio cospirativo, era la stessa: Eurythmics, Duran Duran, Phil Collins, Cure, il Bowie pop, lo Stevie Wonder ultrapop. Per tutte le otto puntate di Deutschland 83 questa musica esce dalle autoradio, dai walkman di contrabbando, dai locali, a sottolineare la forte aderenza della storia al tempo, e delle piccole storie alla Storia. Ci sono due spettri a fare ombra alla vicenda, uno è l’ AIDS (che era ancora considerato da molti un’esclusiva degli omosessuali) e l’altro è l’impero del male (ovvero l’Unione Sovietica nelle parole suggestive – e molto cinematografiche – pronunciate dall’attore Ronald Reagan in un famoso discorso del marzo 1983, con il quale terminava ufficialmente il periodo della distensione tra le superpotenze ed iniziava quello più caldo della guerra fredda; d’altronde il programma di difesa missilistica intercontinentale era denominato Star Wars…). Ed è proprio in questo periodo che i coniugi Winger (tedesco lui, americana lei) ambientano Deutschland 83, una serie che è andata in onda negli Stati Uniti in tedesco, con i sottotitoli in inglese, sul canale del Sundance.

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Ctrl+Alt+Canc? Troppo tardi, è arrivato Mr. Robot


Il blitz che ha sottratto alla piattaforma di corna più famosa al mondo una valanga di nomi e cognomi, provocando dimissioni, disperazione e suicidi, è avvenuto mentre Mr. Robot guadagnava consensi ovunque. Un attacco dal fortissimo impatto mediatico, che potrebbe rivelarsi una tremenda strategia pubblicitaria per chi, ad esempio, adesso promette agli utenti fedifraghi sicurezza assoluta per 20 dollari. Chissà. Certo è che l’attacco è un gigantesco spot per la serie di Sam Esmail (Elliot si imbatteva in Ashley Madison già nel primo episodio), che si è avvalso della preziosissima consulenza di Michael Bazzell.

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Uno che ha iniziato costruendo il primo pc al liceo, poi è diventato hacker, quindi ha lavorato con la polizia investigando anche sui cyberpedofili, ed è finalmente approdato a Hollywood. Se tutti gli attacchi e gli aspetti tecnologici sono plausibili e realistici non solo ai nostri occhi ignoranti, ma anche alla comunità di hacker, il merito è tutto suo. Quasi tutto: Esmail è talmente ossessionato dalla necessaria accuratezza dei riferimenti, che ha dovuto e voluto piegare lo script della serie in diversi punti per non intaccare tale assoluta credibilità. Il risultato è che quando leggiamo la notizia che gli investigatori sono riusciti a localizzare il segnale di attacco a ashleymadison.com nei Paesi Bassi, ma non hanno potuto fare di più perché il pc è stato spento, subito pensiamo ad Elliot che stacca i cavi e distrugge dischetti nel microonde. Ed è sempre Elliot che nella prima puntata stana pedofili e infedeli. E allora il cortocircuito realtà/finzione diventa un vortice, Ashley Madison viene inserito nei dialoghi della serie in tempo reale. Ed ecco che noi iniziamo a sentire le voci. E a parlare ad amici immaginari. Con il voice-over, naturalmente.

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Narcos, la serie tv che porta Netflix sulla pista giusta


Secondo Forbes, Medellin si piazza al settimo posto tra i posti migliori del mondo per svernare in tranquillità: «Al pari di Istanbul e della malese George Town, Medellin è una delle migliori città dove vivere con pochi soldi. Una corsa media in taxi costa 2,5 dollari, le infrastrutture sono a standard occidentali, così anche le attività per il tempo libero». La stessa Forbes, nel 1987, inseriva  Pablo Gaviria Escobar al settimo posto tra gli uomini più ricchi del pianeta, e Pablo ufficialmente possedeva una compagnia di taxi, che doveva camuffare i miliardi di dollari dei proventi delle sue polverose attività. Giugno 2014, quarti di finale dei Mondiali di calcio, stadio Maracana di Rio de Janeiro,  Brasile contro  Colombia. Al minuto 88 Zuniga, terzino colombiano dal collo taurino e dai modi brutali, affronta da tergo la stellina verde-oro Neymar, assestandogli una ginocchiata che gli spezzerà le reni invalidandolo per i mesi a venire. Da quel giorno nulla è stato più come prima tra Brasiliani e Colombiani. Nel settembre 2014 il carioca Josè Padilha comincia la riprese di Narcos, serie tv sull’ascesa e la caduta di Escobar prodotta dai gringos maldidos di Gaumont per Netflix. Il capo dei capi è impersonato da Wagner Moura, il più grande attore brasiliano vivente, a digiuno di lingua spagnola prima di allora. Wagner è ingrassato più di 20 chili e ha cambiato modo di camminare e di parlare pur di interpretare Escobar, ciò non lo ha salvato dalla pletora di critiche sulla sua pronuncia, alcuni addirittura giurano di aver letto più volte dal suo labiale un «Zuniga hijo de puta».

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Twin Peaks, la serie tv del 2015. Intervista distopica a David Lynch


 

«Twin Peaks è diversa. Lontana dal resto del mondo, l’avrai notato. Ed è proprio per questo che ci piace. Ma c’è anche il rovescio della medaglia, come in tutte le cose. Forse è il prezzo che paghiamo per vivere qui. C’è una specie di malattia nell’aria. Qualcosa di molto, molto strano tra questi vecchi boschi. Puoi chiamarla come vuoi. Una maledizione. Una presenza. Assume forme diverse, ma è stata tenuta lontana da qui da tempo immemorabile. E noi siamo sempre pronti a combatterla. Come i nostri padri. E non finirà con noi. Poi toccherà ai nostri figli»

La recente proliferazione di serie tv di qualità eccelsa alla True Detective, compresi alcuni gioielli autoriali come The Knick di Soderbergh e Top of the Lake della Campion, ha spostato in avanti i limiti della produzione televisiva, arrivando a coinvolgere addirittura, last but not least nella classifica dei desideri del pubblico cinefilo, David Lynch. Niente scuse, la sua Twin Peaks è il fenomeno televisivo del 2015: due mesi dopo la puntata finale della seconda stagione, #chiahauccisolaurapalmer è ancora trending topic su twitter. Il seme inquieto germogliava da lungo tempo, dal 1987 dicono i bene informati, solo che all’epoca le serie televisive avevano altri canoni, dovevano rappresentare realtà lineari e rassicuranti come una serie di fotocopie. Twin Peaks invece è una soap-opera disturbata, con un arco narrativo sottoposto a continue distorsioni, che si incanala spontaneamente nella via tracciata da Lost, Carnival, Dexter, Millennium.

I neuroni producono acelticolina mediante la quale inviano impulsi al proencefalo. Questi impulsi diventano immagini e le immagini diventano sogni, ma nessuno sa perché scegliamo queste particolari immagini

redroom

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