Chi-Raq, il nuovo film di Spike Lee. No peace, No pussy! #oscarssowhite


Per quanto notoriamente amante delle dicotomie, ho sempre avuto in odio il cinema sul genere. Non il cinema di genere, badate bene, ma sul genere, quello che si qualifica per l’importanza sociale delle tematiche prima ancora che per la cifra stilistica di autori e protagonisti. Il cinema queer, per esempio, con i suoi festival , mi è sempre sembrato autoreferenziale e isolazionista, essendo la sua visibilità compromessa proprio dai limiti del recinto autoimposto. Così pensavo anche del cinema nero americano, quello che dal 2000 si autocelebra con i Black Reel Awards, premi riservati a cineasti neri, premi minori, secondari, perché se accanto alla parola cinema si colloca un aggettivo qualificativo si finisce sempre nel territorio del “di cui”, dell’eccezione, dell’attenuante di giudizio . Così pensavo, e mi sbagliavo. La polemica di questi giorni, circa la bianchitudine delle nomination all’Oscar 2016, mi ha oggettivamente colpito, credo sinceramente che alcuni titoli o autori siano stati esclusi dalla premiazione di quest’anno in base al colore della pelle. Tra questi, Spike Lee, ed il suo magnifico Chi-Raq, prodotto dagli Amazon Studios.

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Black Power, Black Addiction. E Spike Lee.


Bad blood runs

Bill Gunn. Alcuni di voi, latenti anziché no, penseranno al wrestler circense, altri, feticisti avantpop, penseranno al personaggio di David Carradine in Kill Bill. In pochi, pochissimi, penseranno al regista ribelle perduto nella notte di un colpevole oblio. Bisogna tornare molto indietro nel tempo, nel 1973, l’anno in cui Jewison girava il suo Jesus Christ Superstar con il Giuda nero e militante, Giuda, che per certa leggenda fu il vampiro primigenio, destinato a vagare per l’eternità in uno stato di non morte, assetato di sangue umano per aver tradito il sangue divino. In quello stesso anno Bill Gunn, sorta di Arthur Miller afroamericano, vinceva il Critic Choice Prize a Cannes con Ganja And Hess, il film che sovvertì la visione razziale e l’immaginario di un’intera nazione. E’ noto infatti che il decennio precedente si fosse chiuso in USA con il riconoscimento, almeno sulla carta, di pari diritti ed opportunità tra bianchi e neri: dalla fine della battaglia costituzionale era scaturita la battaglia sociale, con la mitopoiesi di eroi, antieroi e modelli di riferimento dominanti ma black oriented. Era nata così la blaxploitation, e in mezzo c’era stato Blacula, il primo succhiasangue di colore, nel 1972. A Gunn fu detto di girare un film di quel genere, con il colore della pelle come specchietto per allodole bramose di sangue e fantasie interracial a buon mercato. Ma Gunn deviò di parecchio, realizzando una riflessione autoriale non sul vampirismo ma sulle sindromi da dipendenza (fisica, psicologica, culturale), sulle addictions quindi, alle quali sovrappose una rappresentazione della spiritualità afroamericana insistita e morbosa. Tutti neri i protagonisti per un’opera nerissima, che Gunn realizzò in assoluta libertà, visto che i due producers non capivano un’acca di cinema e si guardarono dall’intervenire nel processo di film making. Non si fecero scrupolo però a film ultimato, sfigurandolo, tagliandolo (da 110 a 76 minuti), ribattezzandolo con mille nomi falsi come Blood Couple, Black Evil, Black Vampire, e Blackout: The moment of terror, e spacciandolo nei drive-in e nei circuiti grindhouse. Ma Bill Gunn (invece di entrare negli uffici e fare tutti a pezzi con l’ascia) ha pensato a noi, depositando una copia della versione originale al Museo d’Arte Moderna, che ne concede la visione in eventi determinati, e che rappresenta forse la più forte e duratura opposizione alla prepotente fagocitazione che Hollywood ha compiuto nei confronti degli artisti neri. Il film è ripartito in 3 capitoli di lunghezza diseguale (Victim, Survive e Letting go), con un messaggio chiaro sin dal titolo: Ganja ed Hess, nomi dei protagonisti, nello slang del ghetto sono i nomignoli di marijuana ed eroina, madre di tutte le assuefazioni.

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Kate Winslet, British Beauty


Little Children

Todd Field

2006.

 

Labor Day

Jason Reitman

2013.

 

Due film al prezzo di uno, in tempi di crisi bisogna risparmiare anche sui post. Ma no, è che sono due titoli che hanno importantissimi elementi in comune: entrambi iniziano con la lettera L e sono composti da due parole. Inoltre, nota fondamentale, io li ho visti uno di seguito all’altro. Ragioni più che sufficienti, insieme naturalmente alla spending review, per obbligarli a coesistere sotto lo stesso tetto/post. Continua a leggere

Spikie, what’s wrong with u ?


Oldboy

Spike Lee

2013 .

Mesi fa mi sono inciampati gli occhi in una intervista a Josh Brolin, al quale si chiedeva se avesse timore dei commenti rabbiosi dei fan di Park Chan Wook, tutti incazzati a morte per l’oltraggiosa decisione di remakeizzare Oldboy, e per quella ancora più oltraggiosa di scegliere lui come protagonista. Josh rispondeva qualcosa tipo: che cazzo me ne frega di quattro sfigati segaioli che passano tutta la giornata su internet a scrivere puttanate.

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(Bravo Josh! Digliene quattro! E’ ora di finirla con questo settarismo integralista, sono un branco di nerds frustrati, si arrogano il diritto di appropriarsi delle opere di altri, le adottano, le rendono feticci, e magari si sparano le seghe mentre rivedono in loop le scene più violente o quelle che definiscono “cult”.)

Da quel giorno, aspettavo di vedere il film di Spike Lee per sfogare la mia frustrazione di sfigato segaiolo che passa le giornate su internet a scrivere puttanate: sbavavo dalla voglia di ricoprire di insulti Spike, Josh e compagnia bella e bollare Oldboy come fallimento, boiata, film miseramente inutile.

Adesso che l’ho visto, ecco…

Sono costretto a scrivere che

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E’ PROPRIO COSI’! HURRA’! AHAHAHAHAHAHAH!!

Torniamo indietro, riavvolgiamo il nastro e fermiamoci al 2004. Momento indimenticabile, quando i miei occhi sono stati invasi dal capolavoro del maestro, quando i miei sensi sono stati talmente scossi dalla visione da sentire la necessità fisica di rivederlo dopo poche ore. E ancora la terza volta dopo pochi giorni. E ancora. E ancora.

Abbagliato da tanta magniloquenza, dal genio estremo di Park, dalla follia anarchica di una vicenda che, tratta da un manga, diventava magia in carne e ossa senza perdere un grammo della libertà espressiva del fumetto. Un’opera che mi obbligava a stordirmi per seguire traiettorie impossibili, che mi paralizzava, e che devo rivedere ancora una volta, subito. Perchè sento il bisogno di rimettere le cose al loro posto.

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Se il film coreano non fosse mai esistito, quello di Spike Lee  sarebbe stato un thriller  girato con mestiere,  ma con una sceneggiatura contorta, eccessi pulp inutili e personaggi poco credibili. Su tutti Joe Doucett/Josh Brolin, ovviamente: una specie di Capitan America in borghese, stronzo alcolizzato che si redime e ripulisce GRAZIE al ventennio di prigionia (amen); un villain aristocratico dai tratti fumettistici caricaturali, facilmente collocabile in qualsiasi adattamento Marvel e con la faccia schizzinosa di Sharlto Copley; Elizabeth Olsen, sempre sia lodata e desiderata, che risulta invece perfetta nel ruolo della cuoricina generosa e disponibile a soccorrere chiunque.

 
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Joe/Josh passa 20 anni segregato in una dignitosissima stanza d’albergo, e l’unico segno del tempo sul suo corpo è la perdita di peso e pancia: il suo aspetto, peso a parte, è identico a quello che aveva al principio del suo soggiorno obbligato. Suggerirei quindi di brevettare la formula come dieta efficace, oltre che come metodo di purificazione spirituale e mentale. Nei depliants pubblicitari, comunque, non dimenticate di scrivere in piccolo, in fondo in fondo, che il metodo funziona solo ad Hollywood.

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Sullo schermo della tv in camera di  Joe/Josh scorrono (oltre alle immagini create solo per i suoi occhi) programmi di aerobica e ginnastica, vecchi film, e lo scorrere del tempo è evidenziato dai volti dei presidenti U.S.A. che si susseguono: Bush, Clinton e… indovinate un po’ qual’è il volto che appare quando Joe inizia il suo improvviso piano di recupero forma e lucidità mentale? ESATTO, Obama! Yeah mothafukka, this is the message!

Ma.

Ma il film di Park Chan Wook esiste. Il confronto inevitabile rende il mediocre thriller di Spike Lee qualcosa di assolutamente, profondamente, totalmente, inutile e ridicolo.

I volti e le atroci sofferenze dell’istrionico Choi Min Sik e del personaggio forse più commovente del secolo impersonato da Yoo Ji Tae, gli abissi emotivi raggiunti dai due e dalla regia maestosa, l’apparente disordine nel racconto che va avanti a sussulti, in definitiva ogni fotogramma dell’opera coreana rendono insensata la fatica di Spike.

E si, Spike cita e omaggia: la lingua, il martello, la scena di battaglia: anche quest’ultima, stilisticamente notevole, perde il suo probabile senso perchè inserita in un contesto da “thriller istituzionale”.

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Oltre a citare, utilizza la vicenda per stigmatizzare l’invadenza dei media nella società e la pericolosa propensione a credere a qualsiasi cosa venga trasmessa in tv: era ora che qualcuno denunciasse tutto questo! Ahahahah!

Ah, un’ultima cosa: Joe Doucett deve ringraziare Spike Lee e lo sceneggiatore Mark Protosevich che hanno evitato di tradurre i ravioli in hamburger. Se l’avessero fatto, Joe sarebbe morto nella stanza d’albergo ben prima della scadenza ventennale.

 

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Fa’ la lista giusta


Miracolo a Sant’ Anna ci aveva indignato.

L’ accusa di razzismo a QT per Django Unchained ci aveva avvilito.

Il tuo listone dei 100 film essenziali ci ha oltraggiato.

Spike-Lee

Perché ?

Hai il coraggio di chiedermi perchè ?

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