Il Ponte delle Spie. Il muro di Spielberg è di cartapesta


Gli eventi luttuosi che funestarono il finire dell’anno 2015, già altrimenti orribile, determinarono per nausea o per converso una nuova indulgenza plenaria, nei modi e nei gusti. Per intenderci, a chi vi scrive capitò di ricevere in omaggio un cioccolatino al pistacchio, del valore commerciale di euro 1,60, munificamente e straordinariamente dispensato dall’Eataly di Bari con la seguente dichiarata causale: “per far ritornare ai nostri clienti il sorriso, dopo i fatti di Parigi”. Il ritorno al sorriso, alla bontà cioccolatosa dunque, anche nelle visioni, tanto che in quei giorni si riscontrò il trionfo, imprevedibile nella sua dimensione unanime e plebiscitaria, di un film altrimenti qualificabile come minore: Il Ponte delle Spie, di Steven Spielberg.

Tom Hanks is Brooklyn lawyer James Donovan and Mark Rylance is Rudolf Abel, a Soviet spy arrested in the U.S. in the dramatic thriller BRIDGE OF SPIES, directed by Steven Spielberg.

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Speciale Poltergeist, parte 2. Directed by…


Tobe Hooper, che in tenera età perse il padre, dichiarava di essere stato testimone diretto di eventi riconducibili al fenomeno dei Poltergeist: porte che si spalancavano da sole, piatti che volavano allegramente per la casa, altre cosette del genere, tutti eventi accaduti – o percepiti – dopo la morte del papà. Questi ricordi, affermò Hooper, sono stati l’ispirazione per il film. Nondimeno, anche ereditare l’ufficio di Robert Wise alla Universal ha avuto notevole importanza: Wise aveva infatti dimenticato in un cassetto un libro, che aveva utilizzato durante le ricerche svolte per Gli Invasati, e questo libro trattava proprio l’argomento Poltergeist. Così, quando Spielberg gli propose la regia di Night Skies (che avrebbe dovuto essere il seguito di Incontri Ravvicinati), Tobe rifiutò per assenza di empatia verso gli alieni, e disse a Steven che avrebbe preferito una storia di fantasmi. Steven fu evidentemente stimolato da Tobe, e Night Skies mutò forma e si divise a metà, generando Poltergeist ed E.T.. Eppure, alla domanda “chi ha diretto davvero Poltergeist?”, è inevitabile che la maggioranza assoluta degli spettatori risponda Spielberg.

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Speciale Poltergeist, parte 1. Il miglior film di Spielberg


As God is my witness, I saw the thing. It’s unbelievable. Il genere horror non è morto, anzi è vivo e lotta insieme a noi: facendo due conti, si scopre infatti che nel 2014 sono stati prodotti e distribuiti worldwide ben 147 film di paura, 84 in più, per prendere un anno a caso, del 1982. Non è un problema di quantità infatti, ma di qualità, perché a scorrere i nomi dei registi ci si accorge che l’horror attuale è pieno di pischelli che si fanno (e che maciullano) le ossa, o di mestieranti più o meno velleitari, invece nell’anno dei mondiali ci si spaventava con Dario Argento – quello vero, Argento vivo – Carpenter, Romero, Schrader, Fuller, Fulci, Damiani. E poi, o prima, campione del mondo dell’82 era Poltergeist, non un altro film sulla possessione ma un film posseduto, bipolare, maledetto. E capolavoro del cinema di tutti i tempi, ça va sans dire, girato da una coppia di fatto, Steven Spielberg e Tobe Hooper. Per le famiglie, sulla famiglia: quella americana dei baby boomers, diventati grandi e ricchi a forza di deregulation ultraliberista e megabolle immobiliari. Ma stiamo zitti un attimo e mettiamoci a guardare la ridente Cuesta Verde, nuovissimo esclusivissimo complesso residenziale di California, entriamo in casa dei Freeling, in questa villetta su due livelli, monofamiliare in tutto meno che nell’antenna e nel telecomando della TV, condiviso in duplex con i Tuthill, odiosi vicini facce da sitcom. Al piano terra ampio salone, cucina e disimpegno; al piano di sopra i servizi, la stanza da letto dei bimbi, quella della figlia più grande, poi quella matrimoniale. Zoom qui: Steve, marito e padre, legge una biografia di Ronald Reagan; Diane moglie e madre, ha sul comodino un saggio di Jung. Carol, la figlia più piccola, è forse sonnambula, la notte prima l’hanno trovata che parlava al TV color, imbambolata davanti all’effetto neve, ma loro sono rilassati, complici, arrivati. Lei fuma una sigaretta, no no, è proprio uno spinello, sta per passarlo al marito, incredibile, e se si sveglia qualcuno? Qualcuno in effetti si sveglia, in questo e quell’altro mondo, e comincia la sarabanda.

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#JurassicWorld. Duro Rex, sed T-Rex.


C’è una ragione per cui il capitalismo è alla canna del gas, non è l’avidità vampiresca delle multinazionali della finanza, non è lo stato di guerra permanente contro nemici endogenerati, non è il surriscaldamento globale e l’esaurimento delle risorse scarse, no. il capitalismo sta morendo perché non è più cool, non è più sexy, non è più appealing, incapace di continuare a vendere sogni su scala globale, Sogni come esperienze raggiungibili ancorché tangibili, spettro (spettri) di possibilità, ridotte oramai a set di cartongesso e congegni meccanici, confinati nei recinti  di qualche divertimentificio, sperluccicante spersonalizzante parco a tema, alieno come una riserva indiana, inaccessibile come un castello della Baviera, e tanto, tanto costoso. Welcome to their Jurassic World, welcome back to Isla Nublar.

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Young Ones, derivante da Paul Thomas Anderson


Frontiera ultima. Come estrema, oltre la quale il nulla. Come definitiva, senza la quale la fine. Luogo geografico politico. Punto di arrivo da occupare, punto di partenza da superare, punto di vista. Si tratta di spazio, tra quattro pareti o ignoto profondo, si tratta di tempo, finito o prossimo venturo. Il cinema guarda fisso alla frontiera, la vede chiara attraente come un miraggio, oppure cupa spaventosa come un abisso. Se alza gli occhi allo zenit è il cielo, se li abbassa al nadir è la terra. Ora Young Ones, di Jake Paltrow, e terra sia.

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La storia incomincia domani qui, a sud del west, da qualche parte della California senza Dio.

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Incontri Ravvicinati Del Terzo Tipo


Nocturno è in edicola anche d’estate, compratelo. E se avete la sensazione che strani bagliori fuoriescano dalle pagine, non preoccupatevi: il dossier, pregno di rivelazioni inquietanti, riguarda gli Alieni Cattivi. Guida al cinema delle più spaventose intrusioni extraterrestri.
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A noi, teneri agnellini impauriti, è toccato per fortuna occuparci di quelli buoni.
LE MACCHINE COSMICHE DELLA DIVINITA’
La mistica come chiave di lettura del capolavoro di Spielberg Incontri Ravvicinati Del Terzo Tipo, dove gli alieni sbarcano dalla Grande Luce come concrezione del peace & love…
Nel 1977 fu scoperto il planetoide Chirone (Chiron 2060), una via di mezzo tra un asteroide centauro e una cometa periodica in orbita tra Urano e Saturno, e le porte della percezione si spalancarono. Chirone avrebbe brecciato il velo di Maya, ricomponendo la fittizia dualità di corpo e psiche nell’indivisibilità dell’individuo, che è tutt’uno con l’Universo, perché tutto è in relazione, tutto è connesso. Nel medesimo anno, ci fu chi non fu lambito dall’avvento di Chirone, originando l’epos di Guerre Stellari con la rabbia marziale di un vecchio plutoniano; ci fu invece chi, inconsapevolmente?, rottamò Plutone per abbracciare la nuova pax centauriana, creando Incontri ravvicinati del terzo tipo. Non siamo impazziti, è che il film di Spielberg ha alimentato un florilegio di interpretazioni misticheggianti in cui l’astrologia e la filosofia new age spadroneggiano, appropriandosi di un’opera che vive di simboli religiosi, di riferimenti metafilmici e di una numerologia pregnante e pervasiva.

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Fuori dai fumi dell’ashram, Incontri resta un grande manifesto neoumanista panteista, che deriva per diretta discendenza dalla fantascienza del maestro Bradbury e di Destinazione Terra (They Come from Outer Space di Jack Arnold), rivista attraverso Wise e Ultimatum Alla Terra (The Day the Earth Stood Still), contestualizzata in epoca tardo-hippie. La visione dell’extraterrestre come babau offensivo orrido ostile, topos della Guerra Fredda, lascia il posto all’epifania di esseri sciamanici latori di un messaggio di pace e amore che è la Shangri-La dell’eterna giovinezza. Esperienza, conoscenza e connessione con gli alieni permettono il raggiungimento dell’elevazione, ascensione fisica (la scalata della Devil’s Tower) e mistica (la abduction finale nella mother ship) insieme. Più o meno gli stessi fondamenti del mercerianesimo caro a Philip Dick (Do Androids dream of electric sheep?, 1968), la salita come sublimazione del proprio potenziale ascetico per la realizzazione individuale e collettiva agognata, a riprova dell’esistenza di un humus ascetico filosofico diffuso nella controcultura americana.

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Tutta spielberghiana è invece la riflessione sull’alienitudine come declinazione dell’alienazione: se l’alieno è l’altro da sè, differente dal comune senso dominante per provenienza o per modo di essere, l’alienato viene ad essere colui che ha visto la Luce, il protagonista Roy Neary. Padre irresponsabile e bamboccione, fanatico di Pinocchio e dei trenini, è un Jack Torrance benigno, vive in un altrove psichico psicotico teleguidato da un’entità che lo spinge a riprodurre ovunque ed all’infinito la montagna del contatto. Jillian Guiller, l’altra eletta, è una ragazza madre, discinta languida e scapestrata. Alienati pertanto sono i messaggeri, mentre infanti sono i vettori del contatto: bambino è Barry, il primo ad essere soggetto (non vittima) di abduction nel film, e anche Elliot del successivo E.T. lo è, bambini sembrano anche gli extraterrestri polidattili all’apice della loro manifestazione. Le creature disegnate da Carlo Rambaldi seguono l’iconografia tradizionale, somigliano al famoso cadavere alieno dell’Area 51, e non hanno nell’aspetto nulla di minaccioso, anzi, la moltiplicazione di dita e falangi sembra voler moltiplicare le opportunità di contatto. La collaborazione tra Rambaldi e Giger era ancora al di là dal venire, siamo quindi agli antipodi degli umorosi esseri fallico-vaginali che tormenteranno la vita di Ripley ed i sogni degli anni 80.

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Nel tripudio delle mille luci dell’immensa nave madre gli umani cercano disperatamente di soddisfare la mistica voglia di infinito, il desiderio struggente dell’immortalità; proviamo una palpitante ammirazione (invidia) per i ritornanti scomparsi decenni prima, che scendono incolumi e affatto invecchiati dall’astronave, percepibile come tempio o addirittura come varco per l’aldilà: le luci e le ombre che colmano lo sguardo dello spettatore quando il portellone è calato ricreano l’atmosfera onirica delle cosiddette “testimonianze” di chi ha visto il tunnel, la luce, prima di risvegliarsi dal coma. Spielberg descrive la parte finale del film (in un’intervista del 1977) come “orgasmo visivo, orgia”. Eppure conferisce fervore mistico e religioso ai concetti fanciulleschi di curiosità, scoperta e stupore, oltre che di attrazione per l’ignoto, rappresentandoli in maniera efficacissima negli occhi colmi di speranza (“this means something”) dei testimoni terrestri dell’Evento: le loro espressioni sono le stesse di chi crede di assistere alla resurrezione o a qualche miracolo. L’approccio spirituale è totalmente differente, ad esempio, da quello delle saghe di Star Trek e Guerre Stellari, nelle quali il cammino avventuroso dell’uomo ha sempre il destino segnato dall’incontro con Dio. Paradossalmente però, nel film di Spielberg i riferimenti ai testi sacri (biblici perlopiù, ma non solo), sono molti e chiarissimi, a cominciare dal film I Dieci Comandamenti di DeMille trasmesso sul piccolo schermo in casa di Roy.

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La luce accecante che illumina le strade del midwest, proveniente dalle astronavi, rimanda ovviamente alla luce che avrebbe folgorato Paolo sulla via di Damasco. La luce inoltre ustiona il volto di Roy, proprio come Mosè di ritorno dal monte Sinai. Quando la vita di Roy va a rotoli per la sua ossessione, non è difficile notare le analogie con la necessità, per i discepoli devoti, di abbandonare tutto per seguire il messia. Il richiamo della montagna sacra sembra attirare i fedeli, proprio come i muezzin alla moschea. Il coro dei pellegrini indiani ““Ah yah, Ah yah ye” sembra fare il verso al tetragramma biblico (Yodh-He-Waw-He) che Spielberg citerà ancora in Indiana Jones e l’ultima crociata.

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Gli spiriti inquieti, affamati di verità, di Roy e Jillian non si baciano per l’inizio di una apparentemente banale passione folgorante o una improbabile relazione amorosa. Il loro bacio è espressione di gioia pura ed entusiasmo per aver trovato e riconosciuto il compagno di viaggio, il fratello d’anima che va nella stessa direzione. I due sono accomunati anche dalla perdita (in forme differenti) della propria famiglia a causa degli alieni.

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Incontri ravvicinati è forse solo una (incredibilmente affascinante) favola, che persino dopo più di tre decenni riesce a rapire anche lo spettatore più smaliziato. Come una studiatissima operazione di marketing da un lato ci fa tornare tutti bambini curiosi, dall’altro mette in scena per mezzo di immagini innegabilmente mistiche e religiose, la volontà irrefrenabile di credere. All’esistenza degli alieni, di una o più divinità, del grande complotto, o di qualsiasi altra entità. E quando Roy sale sulla spaceship siamo senza dubbio spettatori di una abduction, anche se realizzata con gentilezza e tanti buoni sentimenti. L’alienato Roy e l’intelligenza aliena nella sua testa, la cattedrale spaziale, l’illuminazione ancestrale: sembra di sfogliare le pagine di Dianetics. Sarà mica uno spot ben riuscito per Scientology?