Non Dimenticare. Ci meritiamo Francesco Tota.


Riuscire ad essere noiosi, prolissi, finti, retorici ed inutili anche con un cortometraggio della durata di pochi minuti non è da tutti, ci vuole un talento speciale. Ma anche in questa categoria gli italiani riescono a primeggiare: ci è capitato diverse volte di assistere a rassegne e concorsi, durante i quali abbondavano dialoghi incredibilmente supponenti, carrellate e panoramiche interminabili, zoom e primi piani che sembravano durare ore e assolutamente privi di senso. Esistono eccezioni, ovviamente. E quando ci capitano davanti agli occhi, festeggiamo.

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The Visit, di M.Night Shyamalan.


Quando la fine sembrava già scritta, quando una limacciosa sicumera mi induceva a ritenere concluso questo formidabile 2015, con dieci film già belli pronti da elencare tre mesi prima del tempo, ecco che il divin burlone, il Dio del Cinema, ne combinava un’altra delle sue e veniva a trovarmi sotto mentite spoglie, e che spoglie ragazzi, e che film. The Visit, di Manoj. Night. Shyamalan.

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Cop Car, e i terrificanti baffi di Kevin Bacon


Porci con le ali iniziava più o meno così: Cazzo. Cazzo cazzo cazzo. Figa. Fregna ciorna. Figapelosa, bella calda, tutta puzzarella. Figa di puttanella. Gli exploit verbali di Rocco e Antonia mi son tornati in mente all’inizio della visione di Cop Car. Le prime parole che i due giovanissimi protagonisti pronunciano sono infatti: weiner. Pussy. Boobs. Damn. God damn. Ass. Asshole. Ass face. Bitch. Shit. Shithead. Fuck. Travis, il più scafato dei due, le pronuncia con voce ferma e aggressiva, mentre Harrison, il più sfigato, le ripete senza tanta convinzione, come un alunno docile e timido, solo per essere all’altezza del suo amico. Jon Watts aveva esordito con Clown, che  con tutti i suoi (tanti! tantissimi!) difetti – primo tra tutti la produzione di Eli Roth – risultava realmente disturbante, per merito della morbosa attenzione del regista alle mutazioni del corpo, che mettevano in secondo, terzo piano l’inflazionato archetipo del clown pauroso. Morbosa è anche la passione di Watts per gli anni ottanta, che se in Clown si traduceva con estetica ed effetti speciali un po’ così, in Cop Car eleva la pellicola verso l’Olimpo della serie B più nobile. Questo è un film che non arrossisce per niente se sistemato sullo stesso scaffale di Duel, Mud, o Blood Simple, del quale possiede la stessa carica di humour nero e sadismo sghignazzante. Jon Watts sarà il regista del prossimo Spiderman: merito del suo innegabile talento o la Marvel è alla canna del gas?

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Joe Lansdale va al cinema


A ciascuno il suo, dicotomicamente parlando: Stephen King è letteratura, Joe Lansdale è narrativa di consumo. Lunga vita al Re ed ai suoi capolavori, che in vertiginosa successione marchiarono la mia tremebonda adolescenza, introiettati in 32 mesi e non di più: cujo carrie christine la macchina infernale le notti di salem shining misery ossessione unico indizio la luna piena la lunga marcia a volte ritornano la zona morta scheletri l’ombra dello scorpione pet sematary l’incendiaria gli occhi del drago le creature del buio e poi stop. Invece, Lansdale. Fu una piacevole scoperta dell’età adulta, compresi che l’autore era validissimo ma senza i segni del genio, per altri valeva la pena avere imparato a leggere. E’ che costui ed il Re affondano le radici nella palude limacciosa degli anni 80, ma mentre King ha messo piedi e mani nude in quella melma ignota pescandone creature mostruose, incubi e deliri che sono gli Stati Uniti e sono questo schizoide Occidente dell’oggi, l’altro  ha calzato stivali e guanti, attento a calcare  percorsi già tracciati con eleganza e leggerezza, senza avventurarsi in antri incogniti. E anche la Notte del drive-in, il suo capolavoro, sfuma allegramente nell’eco di parole già vissute.

Cold in July è un suo romanzo che non avevo letto, ora film grazie a Jim Stake Land Mickle, regista dell’avanguardia indie horror americano, con una marcia in più rispetto ad altri più celebrati come Larry Fessenden ed Adam Wingard.

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Metro Manila


Ho bisogno di fede. Devo credere a ciò che vedo. Quando questo non succede, preferisco chiudere gli occhi. O il cervello, che è lo stesso. La curiosità per l’eufonìa di un nome meraviglioso, Brillante Mendoza, mi ha spinto a vedere Kinatay, ed è stato un miracolo. Manila, il traffico, le strade, le prostitute, il clan, l’orrore. Ho visto tutto, ho creduto a tutto.

Tempo dopo, mi è capitato sotto gli occhi Metro Manila, un film marchiato indipendente che più indipendente non si può, e difatti ha fatto incetta di premi indipendenti, dal Sundance al British Indipendent Film Award. Una storia di povertà, colpa e riscatto (?)  girata nell’area metropolitana di Manila e dei suoi brulicanti sobborghi. Stavolta il regista è inglese e conosce il luogo come potrei conoscerlo io o voi, per esserci stato una volta in vacanza. Ora, ho ben presente la solita prosopopea, non è importante quanto viaggi, è importante come viaggi, con che occhi intendo, però è innegabile che se racconti di un posto che non conosci bene puoi scivolare su semplificazioni o luoghi comuni, e anche se volessi fare l’alternativo e dimostrare di aver conosciuto, tu solo, il Genius loci, non sfuggiresti alla dura legge dello stereotipo. Mentre mi incarto in questo pensiero, un lampo mi acceca e mi torna alla memoria di quando un altro insigne britannico, Danny Boyle, sbancò Hollywood con la sua favoletta sugli slum di Bombay, che ho visto e a cui ho creduto (almeno alla prima visione, alla seconda mi sono un po’ atrofizzato). Giusto, è la fede che conta, quindi voglio credere in questo Sean Ellis.

 

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Racconto Verticale. Prima parte.


Eye in the Sky

Nai-Hoi Yau

2007

Hong Kong se ne sta lì da sempre, stretta stretta, il mare da una parte, le colline dall’altra, brulicante di abitanti, tanti, innumerevoli abitanti, più di 6.500 per chilometro quadro, che aumentano, e  aumentano, e aumentano ancora.

Uno addosso all’altro, uno sopra all’altro.

Ad Hong Kong ci sono 1.223 grattacieli. E’la città del mondo con il maggior numero di edifici con altezza superiore ai 500 piedi. Ospita 36 dei 100 più alti edifici del mondo.

E’ la città del mondo, dati wikipedia, con la più alta percentuale di popolazione “che vive e lavora oltre il 14° piano

Cominciamo dal basso.

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Piano terra livello strada: persone che si accalcano su un autobus, un uomo e una donna sconosciuti siedono uno di fianco all’altro, ignorandosi ?, di fronte ad un uomo apparentemente assopito. L’autobus si ferma.

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