Bronson, di Nicolas Winding Refn. Living in a box.


Poteva essere un film di denuncia, un prison movie alla maniera del neorealismo inglese, alla Ken Loach, fieramente proletario, impudicamente ideologico. Si parla della storia del più grande criminale di Albione, tale Michael Peterson in arte Charles Bronson, uno condannato a 34 anni di galera per aggressioni brutali e reati plurimi  – mai un omicidio – , 30 anni già scontati in isolamento. Poteva esserlo, ed al progetto lavorarono un manipolo di inglesi in volenteroso autofinanziamento, tra questi Tom Hardy, giovane attore che ancora si barcamenava tra il teatro, luogo natìo, ed il cinema a successo progressivo. Il progetto abortì, poi rinacque a nuova visione grazie a Rupert Preston della Vertigo Films, che lo affidò a Refn.

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Peaky Blinders season 3. Gomorra a Birmingham, un secolo fa.


Quando le dita di Stephen Knight battono sulla tastiera del pc, nascono grandi cose come Piccoli Affari Sporchi, La Promessa Dell’Assassino, le prime due stagioni di Peaky Blinders. Quest’anno ha fatto proprio il botto, la terza stagione della serie tv dedicata al clan di Thomas Shelby schizza nell’olimpo degli intoccabili, dove gli fanno compagnia Gomorra e The Knick, True Detective e Profugos. Se la prima stagione era simbolizzata dall’oppio e la seconda dalla cocaina, dice Stephen, nella terza è la droga più letale a condizionare personaggi ed eventi, e tale droga è il potere.

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The Revenant. Non vendere la pelle di Leo.


Zombi? Romero! Suspense? Hitchcock! Vendetta? Park Chan Wook! Il gioco delle associazioni di genere era destinato a funzionare anche stavolta, il maestro coreano doveva infatti dirigere Revenant – Redivivo, con Samuel Jackson protagonista. Il lavoro di Alejandro González Iñárritu, a conti fatti, non pare discostarsi da quello che Park avrebbe realizzato. La rabbia e il dolore possono tenere un uomo in vita nonostante il freddo mortale delle montagne rocciose, anche dopo che un grizzly ne ha straziato le carni. La rabbia e il dolore alimentano il vento tra le sequoie delle sterminate foreste del Montana e del Wyoming, dove il cacciatore di pellicce Hugh Glass si rifiuta di morire, spinto dalla bruciante sete di vendetta e accompagnato costantemente dalle visioni dei suoi cari defunti, che devono molto a Malick e stridono con il freddo minaccioso e la tremenda indifferenza della natura, chiaro lascito di Herzog. Quella di Glass è una storia vera, diventata da subito ispirazione per leggende e poemi. Nel 1920 i versi di John G. Neihardt – The Song Of Hugh Glass – ne raccontarono la storia con toni epici e la volontà di celebrare le lotte e le vittorie di uomini solitari, in un’epoca durante la quale la società era zero e l’individualismo era tutto, ma già nel 1824 la notizia dell’uomo sopravvissuto all’attacco di un orso aveva fatto il giro degli States, simbolo perfetto per l’epos della frontiera.

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Mad Max: Fury Road.


È stato un tempo il mondo, giovane e forte, odorante di sangue fertile. George ha 70 anni, Charlize 40, Tom 38. All’inizio di tutto, nel 1979, George aveva 34 anni, Mel 23. Ricordatelo bene, quando tornando a casa troverete i bambini, prendeteli in braccio, date loro una carezza e raccontate di quando il cinema vinse sul tempo, troverete forse lacrime da asciugare, non abbiate paura, sono lacrime di gioia, la nostra gioia. Mad Max: Fury Road.

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Tom Hardy. Chi è senza colpa.


C’è sempre bisogno di Brooklyn, oggi come non mai. La sua aura brumosa, i palazzoni, i magazzini dismessi, e poi il putrìo, l’umidità, i marciapiedi, il fatalismo che ti si attacca alle scarpe e non va più via. Brooklyn, l’esotica Brooklyn, l’etnica Brooklyn, l’esangue Brooklyn. Da sempre guardata, prima vivida, poi sbiadita, sfruttata, strangolata, sottratta. Motherless Brooklyn, Brooklyn senza madre,  non un film ma un grande romanzo di Jonathan Lethem, codificava i buchi neri dell’universo Brooklyn in forme nuove originali, il cinema non seguiva anzi ripiegava sul già visto, corrotto da mille commedie e serie tv e infiniti clichè e pupazzi e marionette. J.C. Chandor faceva il miracolo, A Most Violent Year, Brooklyn folgorante dal suo passato immortale, Michael Roskam puntava alla luna ma finiva per accecarsi con il suo dito. The Drop, 2014.

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Peaky Blinders, season two Premiere


Tocca attendere il decimo minuto della seconda puntata, per il suo ingresso in scena. E’ ripreso di spalle, mentre cammina nella sua distilleria clandestina. Movenze goffe e corpo ingombrante, voce roca e dimessa, aspetto da commerciante. Padrone. Immaginiamo le sue pupille saettare a destra e a manca, controllare ogni cosa e persona, perchè ogni cosa e persona in quel posto gli appartiene. E’ incredibilmente riconoscibile anche da dietro. Si fa chiamare Alfie Solomons, è il capo ebreo di una gang di contrabbandieri, compassato e viscido. E’ il terrificante uomo-chiave con il quale Thomas Shelby/Cillian Murphy deve scendere a patti, se vuole sbarcare a Londra con i suoi affari di famiglia. E’ Tom Hardy,  il valore aggiunto della seconda stagione di Peaky Blinders.

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Rieducational Channel


 

Aveva sedici anni quando l’abbiamo conosciuto, si faceva chiamare Pukey ed era uno skinhead. Le cose sono evidentemente peggiorate nei due anni durante i quali l’abbiamo perso di vista, visto che nei dintorni di Eden Lake è diventato il perfido capo di una gang di violentissimi giovinastri. Oggi è cresciuto, e di certo non ha risolto i suoi problemi: arriva nel carcere di Wandsworth, il più grande del Regno Unito, perchè nonostante la sua giovanissima età è un elemento troppo pericoloso e incontrollabile, quindi  “trasferito prematuramente dal carcere minorile a quello per adulti”. Che tradotto in inglese suona: Starred Up.

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