Beasts Of No Nation, e Fela Kuti non c’entra


Questa rivolta tirerà fuori la bestia che è in noi. Sono parole di Pik Botha, presidente sudafricano quando le sommosse anti-apartheid divennero più forti e incontrollabili. Parole che annunciavano la reazione brutale del governo razzista. Un governo amico per Reagan (e per la Thatcher, ça va sans dire), che sponsorizzava relazioni e collaborazioni con il Sudafrica tra i paesi membri dell’ONU. Le bestie senza patria, quindi, sono proprio quelle che compongono l’assemblea delle Nazioni Unite, secondo Fela Kuti e una delle sue canzoni, scritta appena uscito di prigione nel 1986: sulla copertina del disco appariranno proprio i tres amigos Reagan, Thatcher e Botha disegnati come demoni assetati di sangue. Nel 2005 Uzodinma Iweala, metà americano, e metà nigeriano come Fela, intitola proprio Beasts Of No Nation un romanzo (che nasce in realtà come tesi quando Iweala studiava a Harvard). E’ la storia di Agu, un bambino che si trasforma in bambino soldato, e della guerra che sta insanguinando il suo paese, un paese africano immaginario, che somiglia molto alla Nigeria. Cary “True Detective” Fukunaga ha lavorato allo script per sette anni, e adesso Beasts Of No Nation è un film, prodotto da Netflix e lanciatissimo verso la notte degli Oscar.

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True Detective 2. Well, nevermind


Nick Pizzolatto ha chiuso al traffico la strada in salita che, oltre il cielo nero e stellato, conduceva a Carcosa. Ha riposto in soffitta tutta la weird fiction e il cosmic horror di Ligotti, Chambers, Lovecraft e compagnia bella, ha tirato giù e spolverato i libri di Hammett ed Ellroy perchè così vanno le cose, così devono andare. Quella strada è chiusa, le vertigini cessano di colpo, piombiamo con i piedi nella terra lercia, il malessere che ci assale è una doccia fredda, reale, dolorosa. Rust e Marty sono lontani, la Louisiana è lontana, il Re Giallo è esploso in mille pezzi, generando spore tossiche e polveri sottili e malefiche sparse ai quattro venti, che accendono sparuti flash citazionisti sotto i nostri occhi impotenti e disorientati dalla natura differente della seconda stagione. La prima volava, la seconda striscia.

I live among you well disguised

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Spanish True Detective


Credevo che il cinema spagnolo fosse in crisi. Ok, Almodovar, De la Iglesia, Amenabar, anche Balaguerò, poi però più niente, pochi autori a varcare i Pirenei e la generale sensazione di una stagnazione sociale e culturale. Mi sbagliavo, ovviamente, e di grosso:  i film spagnoli hanno incassato in patria la cifra record di 123 milioni di euro nel 2014, secondo i dati diffusi dalla Confederazione di produttori audiovisivi spagnoli (Fapae), con una quota di mercato del 25,5%, che è la più alta degli ultimi 35 anni. In aumento vertiginoso anche il numero di spettatori -20.8 milioni – pari a un incremento dell’89% rispetto al 2013. Boom di incassi, secondo il presidente di Fapae, Ramon Colon, dovuto alla “nascita in Spagna del cinema popolare, che trascina le masse nelle sale” e che ha “rotto la frontiera che esisteva fra cinema spagnolo e pubblico”. Una rinascita dovuta soprattutto a film di grande successo ai botteghini, come ‘Ocho apelidos vascos’, che ha segnato il record storico di incassi di 56 milioni con 9,5 milioni di spettatori; ‘El niño’, (16,2 mln di euro); ‘Torrente 5: operazione Eurovegas’ (10,5 mln di euro): ‘La isla minima’ (6 mln) e Relatos Selvajes (4 mln).

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Cormac McCarthy, the True Detective


Se esiste un film dicotomico per eccellenza, è questo. Dovremmo esserne gli sponsor a vita, programmarlo in eterno loop in una sala cinematografica destinata solo ad esso, e dividere la platea in due metà esatte e ben distinte.  Da una parte poltrone bianche, dall’altra poltrone nere.

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(A Clockwork) Orange Is The New Black


Siamo diventati incontentabili, saltiamo isterici di pilota in pilota, a volte bastano i titoli di testa, a volte mezza puntata, spesso un paio di episodi. Dopo Breaking Bad e True Detective, tra una stagione e l’altra di The Walking Dead, i nostri telesensi frustrati non trovano pace. E così abbandoniamo House Of Cards al decimo minuto della prima puntata della seconda stagione, cancelliamo dalla memoria Fargo dopo tre episodi, sprofondiamo nella palude della noia dopo quattro puntate di The Penny Dreadful, ci dimentichiamo di Orphan Black dopo due e di Utopia dopo una sola. Banshee finisce nella polvere durante la prima puntata, sbuffiamo dopo cinque minuti dall’inizio di Under The Dome, ed è sufficiente un fotogramma casuale a condannare all’oblio Dexter. Continua a leggere

Io è il peggior nemico di Me


 

Da più di sessant’anni ormai la science fiction saccheggia e sviluppa il tema del Doppio, e non potrebbe essere altrimenti: è il genere più legato all’immaginazione, alla creazione di mondi, alla proiezione/identificazione/transfer. In un certo senso la fantascienza è rassicurante, in quanto tende a spostare in remote galassie l’origine del Mostro, della Minaccia, dell’Altro. Che invece scaturisce da regioni inesplorate, vero, ma si tratta di regioni psichiche, non spaziali, vicinissime e non remote, talmente vicine che una eventuale spinta secessionista sarebbe splatterosissima. E’ consigliabile non sobillare rivolte in quelle regioni, sentite a me.

Stai zitto Omiko, sono io, Dikot, l’unica parte vera e pensante della nostra entità duale, non sei un doppio, al massimo sei un doppione. E poi lo sanno tutti, il doppelgänger è l’essenza della psicanalisi, quella che ti servirebbe prima di scrivere le tue baggianate.

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True Detective, Genesis


True Detective è un sasso lanciato nelle acque marce di una palude, cerchi concentrici si diffondono sulla superficie, cadenzati e inesorabili lambiscono la mangrovia, carezzano la quiete assassina degli alligatori, smuovono resti di animali.

Dove quel sasso è caduto, è il Sud: Louisiana, Arkansas, Tenneesee. Down there, the white side of the South. Il Sud bianco, bianco come un sudario. Come Moby Dick, orrorifica per il niveo candore della carne più che per l’essere Leviatano, Melville scrisse: ”Nemmeno nelle nostre superstizioni manchiamo di gettare lo stesso mantello di neve addosso ai nostri fantasmi; tutti gli spettri si levano infatti in una nebbia lattiginosi. Sì, e mentre questi terrori ci afferrano, diciamo anche questo, persino il re del terrore, com’è personificato dall’Evangelista, cavalca un pallido cavallo”.

Ovunque spettri, bianchi spettri del Sud, dell’Inferno quindi del Paradiso. E poi, Rust. E poi, Marty.

 

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