Lo Squalo.


Ma va! Ma vaffanzum! Ma va! Vaffanzum alla Universal, vaffanzum a Spielberg, vaffanzum all’intero mondo sommerso. Correva l’anno 1975, e Lo Squalo si pappò i botteghini dell’intero mondo occidentale, USA, Inghilterra, Francia, Germania; sfondò la cortina di ferro approdando anche a Cuba, ovunque stupore e tremori. Un solo, unico Paese, nel profondo Mediterraneo, arginò il Leviatano: l’Italia, la derelitta Italia, che in quella stagione vide trionfare altri mostri, non marini ma di una comicità perduta per sempre, i goliardi interpreti di Amici Miei. Onore dunque a Mario, ad Ugo, Gastone, Duillio, Philippe; pane per quei terribili denti.

SHARK RISING

O fauci, secondo la traduzione letterale del titolo, una sineddoche tra le più diegetiche della storia del cinema. Jaws: un film, un caso di studio. Trattasi infatti del primo blockbuster estivo, distribuito nelle sale Usa nella bella stagione, che di fatto ha destagionalizzato la commercializzazione e la fruizione dei prodotti delle major. Un caso, ma non a caso, in quanto il progetto industriale Jaws è in realtà una campagna militare, altro  che commerciale, cominciata nel 1973. La maggior parte delle fonti e dei siti, poco informati, riportano che il film nascesse come adattamento dell’omonima novella, edita nel 1974 da Peter Benchley. Invece no, la Universal ragionava già dall’anno prima su un’idea crossmediale a tema ittico, da quando lo scrittore presentò una prima bozza ai produttori, e fu la stessa Universal, con le bocche di fuoco del suo marketing, a pompare le vendite del libro, generando al contempo aspettative, curiosità, interesse (oggi diremmo che la Universal accese consapevolmente il flame, che mandò l’hype a mille).

 

 

SBATTI IL MOSTRO IN PRIMA PAGINA

Si trattava di creare una nuova minaccia, animale e non aliena, per il genere umano, diversa dai mostri della laguna, da gorilloni oversize, da insettacci geneticamente atomicamente modificati. Si pensò quindi ad un essere vivente di dimensioni naturalmente ragguardevoli, invero poco conosciuto e altrettanto poco temuto, avvolto tuttavia da un alone di mistero che solo i grandi documentaristi new age, Jacques Cousteau in primis, cominciavano a svelare. Il grande. Squalo. Bianco. Un mostro a grandezza naturale, che in quella grandezza naturale, approssimata per eccesso, fu riproposto nel film. Le dimensioni contano, ed anche alcuni numeri fondamentali: dal 1876 al 2008, gli attacchi mortali dello squalo bianco all’uomo sono stati 65. Una vittima ogni due anni. Per dire, ogni anno 20 persone vengono sbranate dai cani. Eppure la Universal ha pensato alle fauci dello squalo e non a quelle del migliore amico dell’uomo, costruendogli attorno una “brand equity”, un universo di valori, attributi, caratteristiche che hanno permeato il nostro immaginario collettivo. E’ tutto scritto negli slogan coniati per il lancio del film, diffusi sui media come se non ci fosse un domani. Vive per uccidere, una macchina carnivora irrazionale, che attacca e divora qualsiasi cosa, dicevano. Nessuna delle fantasie sul diavolo reggerà il confronto con la realtà di Jaws, scrivevano ancora. E come se dio avesse creato il diavolo e gli avesse messo le fauci, scrissero anche. Lo squalo come creatura carnivora, diuturnamente affamata, venuta dall’oscurità – l’inferno, alias il profondo degli abissi – per uccidere senza requie. Per mangiare. La sharkomania, o la sharkophobia, è tutta qui: non nel creare un nemico mortifero, ma un nemico affamato, facendo leva sulla paura/desiderio infantile di essere divorati, dilaniati, smembrati.

HE-SHARK, O SHE-SHARK?

Pochi spiccioli di psicanalisi sono a questo punto necessari, trattandosi di un fenomeno pop generato e impattante sulla cultura dominante. C’è chi ha visto in Jaws l’eterna lotta tra il superIo, l’uomo progredito, e l’Es, il dionisiaco degli istinti primari. C’è chi ci ha visto i vietcong, il nemico ferale che ancora nel 1975 sbucava dal nulla, per colpire il cuore e il cervello bacato dello zio Sam. Altri, a ragione, hanno pensato a musi gialli d’antan, alla squalo come reincarnazione del sottomarino giappo che affondò la USS Indianapolis, al crepuscolo della seconda guerra mondiale. Suggestioni, disparate e disperate. Chi vi scrive, zuppo di acqua salmastra e di malizia, riconosce in Jaws il mito della vagina dentata, il timore ancestrale dell’evirazione, della perdita della mascolinità. La salvezza dalle fauci pubiche, secondo le leggende ainu e shinto nipponiche, passava attraverso un fallo d’acciaio che avrebbe spezzato gli orridi denti, e guardacaso il finale di Jaws, noto all’universo mondo, vede lo squalo in mille pezzi per l’esplosione di una bombola d’ossigeno – di acciaio – che gli ostruiva la cavità orale.

SQUALO BIANCO VS. UOMO BIANCO

A dirla tutta, lo squalo di congegni meccanici e gomma utilizzato sul set si chiama Bruce, dal nome dell’avvocato di Spielberg, e di sesso maschile è lo squalo protagonista della novella di…, ma nel film non si fa mai accenno al genere, del resto un demone è asessuato, o pansessuale. Mascolina, o maschilista, o patriarcale è invece tutta la comunità fittizia di Amity Island: sindaco, capo della polizia, pescatori, biologi, giornalisti sono tutti maschietti. Le donne sono marginali, come la moglie, ancillare, del Deputy brody: al più sono femmine sacrificali, come la fricchettona che è la prima vittima dello squalo, nelle battute iniziale del film, per uno spuntino al chiaro di luna. Uomini donne e bambini, tutti rigorosamente bianchi nei ruoli principali, quindi lo scontro sembra essere tra l’America conservatrice e la sua stessa entropia. A complicare le cose ci si mette Brody, interpretato da Roy Scheider, che è un ebreo newyorchese catapultato ad Amity per ragioni di ufficio, il cui ebraismo, come ha a dire Mrs Brody in un passaggio del film, richiama reminiscenza da Antico Testamento su colpe, castighi e vendette divine.

Un quadro ben complesso, in un film che voleva essere semplice semplicissimo, destinato ad un target di grandi e piccini, privato delle sue scene più cruente proprio per non incorrere nel divieto ai minori. La Universal mise Spielberg alla regia, fresco dei suoi 26 anni e del successo di Sugarland Express e Duel. “Un espertone di B-Movie, che non sa niente di squali e di oceano”, il commento al vetriolo di Benchley. E la forza di Spielberg sta tutta qua, nell’aver pensato da spettatore, non da biologo, tantomeno da intellettuale. Spielberg ha scritto – spurgando e mondando la novella d’origine – il suo film, lo ha diretto, ha partecipato attivamente alla composizione della colonna sonora. Lo ha creato, entrando nella storia del cinema dal boccaporto principale. Parecchi annuari, e molta della critica americana, parlano di Jaws come di un grandissimo film horror. La critica del Vecchio Continente ne esalta invece le caratteristiche da thriller, o da nuovo canone del cinema di avventura (in seguito Spielby girerà I Predatori dell’Arca Perduta). Addirittura, i recensori della BBC ne parlano come di una commedia nera in due atti. Il primo sarebbe una satira sulla comunità ottusa e ristretta (gated community, si dice) di Amity, rappresentata all’apice del suo patriottismo carnevalesco, sul limitare dei festeggiamenti del 4 Luglio. Il secondo atto sarebbe in realtà un buddy movie, quando sceriffo, biologo e pescatore cacciatore di taglie, i 3 amigos, si imbarcano per sfidare la bestia nel suo ambiente naturale, instaurando tra loro dinamiche e siparietti tipicamente camerateschi, tra canzonacce, sbronze e racconti da vecchi filibustieri.

UN MORSO PER RIDERE, UNO PER MORIRE

Il confine tra i generi, in realtà, è liquido come l’oceano. Vero è che Spielberg ha girato un thriller dove la suspense, partita, come abbiamo visto, due anni prima dell’uscita in sala, non abbandona lo spettatore fino ai titoli di coda. Vero anche che i siparietti comici non mancano, disseminati con arguzia nel plot e nelle interpretazioni di un cast di top player ed attori improvvisati: Pauline Kael, critica leggendaria, addirittura definì Jaws ‘un film comico, a la Woody Allen”. Merito di Spielberg è di aver utilizzato elementi tradizionalmente esilaranti in funzione spaventosa, ricorrendo largamente alla sineddoche cara allo stile di Lubitsch. Una parte, mozzata, per il tutto. Della prima vittima, la fricchettona divorata di notte, Spielberg mostra il rinvenimento di un moncone, un braccio mangiucchiato dai granchi sulla riva. Per il povero bambino sul materassino, vaporizzatosi in uno sbuffo rosso sangue, va di metafora con il materassino sbrindellato. E ancora: sguardo sulla un gamba mozza di un bagnante, sulla testa, tumefatta e stupefatta, di un povero pescatore, sul bastoncino di un fu cane da riporto. Lo squalo è ora una sineddoche – la pinna dorsale che appare in superficie, come una livella, come il marchio di un boogeyman-, ora una trasfigurazione. E’ gli assi del molo che posta a spasso, dopo aver ingoiato l’esca di alcuni pescatori amatoriali. E’ i barili agganciati agli arpioni scagliatigli da Quint, l’ultima delle sue vittime.

LO SQUALO C’E’, MA NON SI VEDE

Lo squalo è anche una parodia, la risata che esorcizza la morte, nell’insieme dei falsi allarmi e dei falsi avvistamenti che scatenano la psicosi ad Amity Island. Un essere proteiforme, di fatto invisibile: nella versione per il pubblico del 1975, il film dura 2 ore e 4 minuti, e la bestia è in scena per 4 minuti, tutto il resto è fobia, è attesa, tutto il resto è paranoia. La parsimonia nelle epifanie del mostro ha ragioni oggettive, la macchina di scena era rozza, rotta, rottamabile. Spielberg trasforma il vincolo nel tocco del maestro (“come avrebbe fatto Hitchcock?”, afferma di essersi domandato): lo squalo è il non visto, potrebbe apparire ovunque, su ogni centimetro del grande schermo, così, senza preavviso, senza ragione, senza tempo, per inghiottire gli occhi e il corpo e la mente di chi sta lì guardare. Il non visto si trasfigura, diventa più reale del vero: la Universal, perfida come non mai, parlava addirittura di squali veri impiegati nelle riprese (!), e diffondeva fake news su scene girate in presa diretta, a tu per tu con le bestie, anticipando, di fatti, la grande suggestione e la grande illusione dei più recenti mockumentary.

PRIMA DI JAWS

Tutto questo, e molto ancora, si nasconde nelle fauci di Jaws, che ancora oggi resta, di gran lunga, il più famoso e osannato film sugli squali, ma che non è il capostipite del genere, malgrado la vulgata ne parli in questi termini . Risale al 1956 infatti The Sharkfighters – Cacciatori di Squali, diretto da Jerry Hopper, regista poi convertitosi alla serialità televisiva più glorioso (La Famiglia Addams, Get Smart, Il Fuggiasco). Liberamente ispirato ai fatti della USS Indianapolis, il cui affondamento non causò tanti morti quanti ne fecero, tra i naufraghi, gli squali, Sharkfighters è incentrato su un team di scienziati che durante la seconda guerra mondiale lavoravano ad un siero squalo-repellente, una sorta di Autan contro i pescecani. Poco da menzionare, solo alcune sequenze con riprese subacquee di veri squali tigre. 13 anni più tardi, nel 1969, fu la volta di Shark, interpretato da Burt Reynolds. Il film, prodotto dalla Troma, fu diretto addirittura da Samuel Fuller, che lo rinnegò e rinunciò al montaggio finale in segno di protesta contro la produzione, rea di aver usato una tragedia occorsa nelle riprese – l’uccisione di uno stuntman ad opera di uno squalo bianco – a fini promozionali. Anche Shark è una pellicola dimenticabile, eccezion fatta per le riprese spericolate degli squali nel loro habitat. Si doveva arrivare al 1975, al genio illusionistico di Spielberg, perché il cinema scoprisse il filone inesauribile di orrore, fascino e paura, nascosto nel profondo degli abissi.

 

[anche in dossier Cruel Jaws – Guida al mondo degli squali killer, Nocturno n.188, Agosto 2018]

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