Raw, di J.Ducournau. The Meat is Murder


Da giorni, da mesi forse, trascinavamo i nostri stracci e le nostre membra marce, senza più una meta, senza più una ragione apparente. La fame era arrivata improvvisa, come una sciagura, nessuno era attrezzato per combatterla. Come un incendio ci aveva consumato, intaccando gli organi vitali, poi la pelle, alla fine, o al contempo, le nostre residue capacità intellettive. Infiacchiti, riuscivamo appena a dondolare il moncone che un tempo era stato il dito indice della mano destra, a fare su e giù sullo schermo. Fino a quando. Fino a quando il titolo apparve, e allora ci scoprimmo così, recidivi, più affamati che mai, non ci vedevamo più dalla fame, eppure qualcosa vedemmo, ma alla fine, in fondo in fondo, non ci saziò. Raw, di Julia Ducournau.

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Figli Come Noi. Succedono cose strane, in Italia.


Stupri, sadismo e tortura. Ovvero Torture-porn. Senza neanche la necessità di mostrare i dettagli. Come un film porno privo dei primi piani delle penetrazioni, delle eiaculazioni, dei peni eretti o delle vagine spalancate. Più torture che porn, quindi. Ma solo negli occhi, chè ormai bastano le parole, i luoghi, i nomi e i cognomi, a turbare, a destabilizzare, a mettere i brividi. Ad indurre a cercare, persino, di distogliere lo sguardo da qualcosa che in realtà non stiamo affatto guardando. Basta pronunciare le parole. Posti come Bolzaneto o la scuola Diaz. Persone come Sole e Baleno. Federico Aldovrandi. Katiuscia Favero. Giuseppe Uva. Stefano Cucchi.

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The Arrival in bluray, per la Universal


Il film di Denis Villeneuve è un’ode all’umanesimo filantropico intergalattico, all’umanesimo che diventa alienesimo quindi, in cui il linguaggio e la comunicazione sono le chiavi di volta, non solo per la comprensione reciproca e per la tolleranza – dalla radice latina della parola, nel senso di “sopportazione”, perché le parole sono importanti – del diverso, ma per la ridefinizione del canone di tempo. Che può non essere lineare, senza essere necessariamente circolare.

 

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The Night Manager, la serie completa in dvd Universal


Tom Hiddleston è un ex militare britannico diventato direttore d’albergo, che, reclutato dai servizi segreti del suo paese, cerca di incastrare un trafficante d’armi, al quale presta il volto Hugh Laurie. Ad arricchire il cast troviamo Elizabeth Debicki e Olivia Colman, l’indimenticabile co-protagonista di Tyrannosaur, il capolavoro di Paddy Considine. La vicenda – un’appassionante gioco del gatto col topo in versione globetrotter – è tratta da un romanzo di John Le Carré, e sulla sedia di regia c’è Susanne Bier, in un raro e benvenuto caso di regista donna per uno spy-thriller.  Scelta appropriata: la Bier ha diretto film in Danimarca, negli Stati Uniti, e in svariate altre location spesso teatri di conflitti globali; The Night Manager viaggia infatti dal Marocco alla Spagna, all’Inghilterra, passando per Egitto e Turchia.

 

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Get Out, i film che hanno ispirato Jordan Peele


Hanno cambiato faccia. Mentre scorrono le immagini di Get Out, il nostro pensiero reagisce come il cane di Pavlov, ci conduce al cult movie di Corrado Farina del 1971. L’accostamento è allegorico più che logico, entrambe le opere sprigionano vapori malsani, c’è un potere che oscuramente trama per carpire qualcosa o qualcuno, coartando legami sentimentali e relazioni sociali. Sempre sulla scia dei pensieri in libertà, guardando gli afroamericani posseduti nel film di Peele – il giardiniere, la cameriera, il dandy in panama e giacchetta – riscontriamo  tracce di Skeleton Key, il film metempsicotico ambientato nella New Orleans del dopo uragano, con i neri che attraverso il voodoo rubavano le identità ai più giovani e ai più bianchi. Di Haneke e dei Funny Games sociali abbiamo già parlato, è invece il caso di riconoscere il tributo di Peele allo Stuart Gordon trionfale, quello di Re-Animator, nella macabra preparazione della trasfusione di cranio. Da Gordon viene anche la cifra stilistica che trova, nel grottesco, il punto di incontro tra l’horror e la commedia nera.  L’ambientazione bucolica di Get Out, con il party organizzato nel bosco, davanti alla splendida villa coloniale, suscita dietrologie nerd, fa pensare al The Conspiracy del canadese Chris MacBride (2012), mentre il contrappasso della intro del film, con la abduction di un povero nero in un elegante quartiere residenziale bianco, deve all’Halloween primigenio l’uso della ricca suburbia come locus maleficus.

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Get Out, di Jordan Peele. Un capolavoro, in bianco e nero.


Oops, Blum did it again! Jason Blum lo ha fatto ancora, stavolta l’ha fatta grossa, grossissima. 5 milioni di dollari investiti, quasi 160 incassati nei soli Stati Uniti; bel botto, vero? E invece no, questo è solo il bottino, il colpaccio è stato produrre, col marchio Blumhouse, un’opera che resterà per sempre nella storia del cinema. Il film è Get out, il regista è Jordan Peele, e Jason Blum, lo giuro, è Roger Corman sotto mentite e più giovani spoglie.

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Alien Covenant, di Ripley Scott. Di Replay Scott. Di Redrum Scott.


Errare è umano, perseverare non è dikotomiko. Ho sbagliato, sono qui a confessarlo e a cospargermi il capo di spore. Qualche tempo fa, più o meno un ciclo ed un emiciclo di rotazione della Terra intorno al Sole addietro, ebbi modo di esprimermi con sarcasmo e ostilità nei confronti di un film, fraintendendo le reazioni che mi aveva suscitato a caldo. Mi aveva stupito la temerarietà dell’autore, la sfrontatezza di fare di testa propria ignorando bellamente le regole del consenso e i vincoli dello Zeitgeist. In altre parole, non riuscivo a credere ai miei occhi, e la cosa mi irritava. Il film in oggetto, cari amici, era The Martian. The Martian, asciugato il vetriolo iniziale, occupa un posto piacevole nella mia memoria, emotiva e visiva, così l’occasione mi è gradita per tributargli i meriti che già gli spettavano. Viva The Martian! Viva Ridley Scott! Viva Alien:Covenant? Forse.

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