Il Ragazzo Invisibile: Seconda Generazione. In lode di Gabriele Salvatores


Sono un blogger d’onore, uno di parola. Di parole forse, troppe, o troppo poche, dipende dall’argomento. Oggi l’argomento è vivo, è sentito. E’ politico, addirittura ideologico. La molla scatta alla cassa del multisala X, nel bel mezzo di un pomeriggio feriale. Chiedo alla gentilissima cassiera di assegnarmi un posto centrale, sesta fila a partire dallo schermo, non una più indietro. Non c’è problema, dice lei, divertita, trasecolata, la sala è vuota per intero, dice lei, nessuno sta andando a vedere quel film, che è già alla seconda – temo ultima – settimana di programmazione. In barba ai trasecolamenti, ai sarcasmi, ai vituperi, scopro di avere una missione da compiere. Io ho una missione da compiere, tutti noi abbiamo una missione  da compiere: salvare Salvatores. Il Ragazzo Invisibile, Seconda Generazione.

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Le Notti di Salem. In memoria di Tobe Hooper


Truman Capote diceva che uno scrittore deve vomitare almeno un milione di parole, prima di scrivere qualcosa di buono. Nel caso di Stephen King, questa buona pratica va a farsi benedire, dal momento che la sua produzione romanzesca è stata, da subito, formidabile. Carrie è del 1974, Le Notti di Salem dell’anno successivo, del 1977 è Ossessione, del 1978 è Shining. Ogni opera, una visione peculiare, agghiacciante, stupefacente (e di stupefacenti il nostro faceva buon uso). Carrie, il primo romanzo, il più breve, è anche la prima trasposizione cinematografica, diretta da Brian De Palma nel 1976. Un cult movie, sempiterno oggetto di adorazione e di studio. La stessa sorte sarebbe dovuta toccare a Salem’s Lot, Le Notti di Salem, solo che il romanzo, nelle sue circa 400 pagine, si dipana su linee narrative stratificate, troppo complesse per essere incanalate nei prodotti indie horror dell’epoca. Questo è un lavoro per Tobe.

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Tre manifesti a Ebbing, Missouri.


Sepolta per sempre l’era dei colletti bianchi, attraversiamo incautamente l’epoca dei colli rossi. I redneck. Di questi giorni è un dibattito surreale, virtuale, letale tra Tom Wolfe e Michele Serra, avente ad oggetto il rapporto tra la sinistra e questi fantomatici autoctoni del Nord America, di colore bianco, genere subumano, sottospecie bifolco. Wolfe accusa i democrats di averli ignorati, peggio, di averli evitati nelle loro politiche, di averli rimossi dalla loro visione di mondo attuale e futuribile, e questa negligenza sarebbe stata la goccia che ha fatto traboccare il water, con fuoriuscita di Trump. Michele Serra, dalla remota periferia dell’impero, si è sentito chiamato in causa, senza una ragione specifica, o forse con una ragione generica, perché da sempre gli Italiani che ben pensano sognano languidamente di cogliere la Grande Mela. Almeno noi, ha risposto Serra, intendendo per noi il collettivo internazionale marchiato a sproposito come “radical chic”, noi ci abbiamo provato con i redneck, in epoca passate certo, senza riuscirci, ma abbiamo provato ad educare sti miserabili. Per fortuna di Tom, di Michele, per fortuna nostra e di voi tutti, ci sta pensando il cinema a mettere le cose a posto. Three billboards outside Ebbing, Missouri.

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Koch Media Homevideo, le novità di fine anno


Back In Time

Un progetto concepito dal regista Jason Aron, fan della trilogia di Ritorno Al Futuro. Due anni di riprese, non solo negli Stati Uniti: in occasione di un meeting di fan, la troupe ha operato anche in trasferta a Londra. Il film è apparso online il 21 ottobre del 2015: non è una data casuale, come tutti gli appassionati delle avventure di Marty McFly ben sanno.

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Top 20-17. I migliori film dell’anno, secondo dikotomiko


Regrets, I’ve had a few;

But then again, too few to mention.

I did, what I had to do

And saw it through, without exemption.

I planned, each charted course;

Each careful step, along the byway,

But more, much more than this,

I did it my way.

 

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Westworld season One: The Maze. In bluray


Westworld è una serie trasparente, di quelle che invitano a guardare dentro, con la consapevolezza di stare dall’altra parte del vetro, o dello specchio, o dell’acquario. Westworld è una metaserie, cioè una serie autoconsapevole, si offre didascalicamente agli spettatori parlando di cicli narrativi, di linee di dialogo, di intrecci potenziali. Westworld scorre su fiumi infiniti di parole, dai corsi al momento non del tutto manifesti. Davanti a Westworld si resta turbati e perplessi, è come sottoporsi ad una cura Ludovico per occhi e cervello, sembra non esserci niente da dire o scoprire, tutto pare previsto o, addirittura, prevedibile da parte degli autori. Le riflessioni, le reazioni, rischiano di sembrare riflessi pavloviani.

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Dove sognano le formiche verdi. In DVD per RHV


 

Proiettato al Festival di Cannes nel 1984, e ambientato nel deserto australiano, il film mette in scena lo scontro tra una compagnia mineraria e i nativi aborigeni che lottano per proteggere la loro terra. Per gli aborigeni australiani quella terra è il luogo di comunione tra la loro comunità, i loro avi, i loro sogni. È il luogo sacro dove sognano le formiche verdi e il loro sogno è l’esistenza dell’universo. Se le formiche venissero svegliate o il loro sogno venisse disturbato sarebbe il caos. Herzog porta in scena l’estinzione delle culture antiche, estinzione come annullamento dei paesaggi dell’anima. Dove sognano le formiche verdi è uno dei più fruibili tra i film di Werner Herzog, con sorprendenti toni leggeri e da commedia, ovviamente caustica, e un finale (quasi) buonista nel suo voler timidamente sperare nella coscienza dei singoli. Capitalismo contro aborigeni, progresso contro tradizione, tecnologia contro natura. I vincitori sono sempre i soliti, ma ci sarà pure un motivo per il quale ogni volta che gli aborigeni prendono l’ascensore, questo si blocca.

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