Cam, 2018. Blumhouse. Netflix. Living in immaterial world, and I am immaterial girl


Questa volta sono sul pezzo, arrivo per tempo, brucio le tappe. Il film è distribuito da Netflix, è prodotto da Blumhouse, è miliare quanto un manifesto programmatico. Ho qualche remora a parlare di manifesto programmatico, dacché esiste una pagina satirica su fb, nella fattispecie, Il Cinefilo nell’Era dell’Internet, che fustiga implacabilmente tutte le frasi fatte, i luoghi comuni e le banalità di ‘noantri sproloquiatori di cinema. Per evitare la gogna del Cinefilo, ho da tempo bannato dal mio vocabolario parole quali “seminale”, “derivativo”, “necessario”, o frasi quali “film non perfetto, ma non vuole esserlo”. Manifesto programmatico invece ha resistito alla giusta gogna, forse perché può essere riservato ad un numero così esiguo di opere, che è impossibile generalizzarne l’uso. Cam, di Daniel Goldhaber.

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Overlord, la serie B indossa lo smoking.


Seconda guerra mondiale, un villaggio francese occupato dai nazisti. Una chiesa. Sotto la superficie della chiesa, un laboratorio nel quale un piccolo Mengele qualsiasi conduce orribili esperimenti sugli umani. Sopra la chiesa, una torre che ospita un radiotrasmettitore capace di impedire le comunicazioni tra gli Alleati, proprio alla vigilia del D-day. Il male assoluto su tre livelli, concentrato in un punto preciso e sviluppato in altezza. Mica quisquilie.

 

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NAZRA Palestine Short Film Festival. Anche a Bari


Nazra in arabo significa sguardo. Il festival di cortometraggi dalla – e sulla – Palestina ha un nome bellissimo. Quest’anno, questo mese, in questi giorni, la seconda edizione del festival, anche a causa del successo riscosso dalla prima, si sente addosso una miriade di sguardi, moltiplicati da nord a sud, attraverso tutto il paese che sembra una scarpa. Dopo la presentazione ufficiale a Venezia, avvenuta durante la Mostra del Cinema, il Nazra sta passando da Torino, Siena, Padova, Napoli. Arriverà fino a Palermo ed Alghero. Toccherà quindici città, e tra queste anche Bari, il 25 e 26 ottobre.

Nella foto il Centro Culturale Mesahal, a Gaza City, che a novembre dello scorso anno ha ospitato il Nazra.

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Sicario, Soldado, Sollima. Adesso vi faccio vedere come gira un italiano.


Sgombrate il campo da dubbi e perplessità: Sollima ce l’ha fatta! Il suo Sicario: Day of Soldado è il film dell’anno, di più, è una pietra miliare per l’action del nuovo millennio. Non è blasfemo ricorrere a paragoni illustrissimi: guardatelo pensando al Fury Road di George Miller, al Fury di David Ayer, a Patriots Day di Peter Berg. Anche, se ne siete capaci, al 13 Hours: the Secret Soldiers of Benghazi di Michael Bay, o alle missioni impossibili di Chris McQuarrie. Il livello è questo, è altissimo e prestigioso, e l’importanza dell’opera sovrasta gli esiti al box office internazionale. Ad oggi, Soldado ha infatti incassato 75 mln di dollari in giro per il mondo, a fronte di un budget di produzione di 25 milioni. Bene, ma non benissimo, con il peso di alcune critiche d’oltreoceano marcatamente e pregiudizialmente negative. I risultati sono comunque in linea con quelli del primo capitolo del franchise, il Soldado di Villeneuve, che a fine corsa nelle sale mondiali realizzò un totale di 85 mln di dollari, a fronte di un budget più cospicuo (30 milioni).

 

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Buybust, roba da Matti. Erik Matti


Rodrigo Duterte, presidente delle Filippine, si porta dietro un soprannome rassicurante, sin da quando era solo sindaco: The Punisher. Un personaggio da crime story, una specie di super bad guy rossobruno, che oscilla tra il nazismo e la necessità di una approfondita perizia psichiatrica. Se volete conoscerlo meglio sapete cosa fare. Qui e ora, del presidente (che comunque meriterebbe un posto nel reparto che dovrebbe ospitare Trump, Salvinidimaio, Bolosonaro e compagnia brutta) ci interessa esclusivamente la War On Drug: due anni abbondanti di omicidi, ben più dei 12.000 denunciati quest’anno dall’Osservatorio sui Diritti Umani, di “sospetti” trafficanti e semplici consumatori. Quasi tutti poveri, abitanti delle periferie, nati vissuti e morti ai margini. Nessun poliziotto pare sia stato ancora condannato per queste esecuzioni. E poi minacce, arresti, attacchi frontali contro avvocati, militanti di sinistra, associazioni pro-diritti umani eccetera eccetera.

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Apostle, di Gareth Evans. Un cult(o) movie.


Ho una predilezione per i cult movie. Non i film di culto, ma i film sul culto, quale esso sia. Una religione personale, collettiva, animistica, alienista, esoterica, endoterica, messianica, sciamanica, egotica, sclerotica. Datemi un film sul culto, e io saprò scovarvi il metaforone, il riflesso dei tempi, la parabola, la profezia. Per restare al passato recente, ho adorato The Sacrament di Ti West, Red State di Kevin Smith, The Village di MNS. Ho scoperto The Endless di Moorehead-Benson; tardivamente, ma l’ho fatto. Ora mi prostro, mi genufletto davanti ad Apostle, di Gareth Evans.

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Ride, di Jacopo Rondinelli. Hai voluto la bicicletta? E adesso…


Si chiama adrenalina, non è la cocaina. Prodotto naturale anche concesso dallo stato. Si chiama adrenalina, non è una droga pura. E’ un ciclo riduttore stimolante di tensione. Ci viene bene la menzione di Giuni Russo, per aprire le nostre impressioni di Settembre. Si comincia con Ride, di Jacopo Rondinelli, un film che abbiamo atteso con il massimo grado di curiosità. Volete sapere perché?

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