The Walking Deadpool, numero 2.


Per lanciare il film in Italia, hanno mandato Ryan Reynolds e Josh Brolin a gigioneggiare con Milly Carlucci, nel tv show del sabato sera più amato dagli ultracentenari. Ai più è sembrato un clamoroso errore nella scelta del target, solo alcuni hanno capito che quella della Marvel è stata una scelta dadaista, perfettamente in linea con il più terminale dei supereroi. Deadpool infatti è sopra le righe, nel senso che non ha un preciso pubblico di riferimento: è splatter e sboccato, quindi dovrebbe essere amato dai più grandicelli, ma alla fine non risulta più osceno di una qualunque canzone ital-trap amata dai ragazzini. Non si può non amare Deadpool, costretto dalla saturazione del Marvel Cinematographic Universe ad alzare sempre l’asticella, a cavalcare il politicamente scorretto, il socialmente scorretto, il visivamente scorretto, e nello stesso tempo a sparare a salve, perché l’obiettivo resta mungere la mucca del box office, non di sovvertire il sistema. Siamo, cioè, al di qua dei confini dei territori battuti con successo da fenomeni quali Kick Ass e Super.

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Koch Media Homevideo, novità di maggio


TURBO KID

Premiatissimo dal pubblico nei festival fantastici di mezzo mondo, a cominciare dal Fantasia di Montreal che è il benchmark del settore e che lo ha anche coprodotto, ma guai a pensare ad un qualsivoglia trattamento di favore per la creatura, in quanto lì lo spettatore è sovrano, credetemi. In tantissimi hanno partecipato alla produzione di questo low budget, tra gli altri spicca Jason Grindhouse Eisener di Hobo With a Shotgun, che all’opera conferisce soldi (pochi) e dna (tanto). Si comincia, anno carpenteriano 1997, all’indomani di una apocalisse planetaria, cumuli di rifiuti caos anarchia e ultraviolenza post punk – come nella mente del serial (George) Miller -, ma in mezzo a tutto questo marciume ecco the boy, un ragazzetto boccoluto che potrebbe felicemente essere il Michael Cera di qualche anno fa, in giro sulla bici perlustra i cumuli di rifiuti alla ricerca di memorabilia, un poster, una musicassetta, un mandrillo mutageno da rivendere al mercato nero in cambio di acqua, risorsa scarsissima, e fumetti.

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Loro 2, di Paolo Sorrentino. Per un nuovo miracolo italiano.


Pagliaccio triste come me, ah ah. Ho cortocircuitato la visione e adesso sono a ricomporre emotivamente i due tronconi. A posteriori, ancora non comprendo per quali ragioni un’opera sia stata così orribilmente, e superfluamente, tranciata. Il movente commerciale mi sembra flebile, anche se trovare al multisala due film di Sorrentino, uno propedeutico all’altro, può essere un sogno ad occhi aperti per alcuni spettatori, un incubo ad occhi chiusi per altri. Non parliamo, peraltro, di esigenze dovute a tempi di percorrenza prolungati, dal momento che sommando i due addendi si ottiene una durata appena superiore all’ultimo (magari fosse l’ultimo) Avengers. Com’è, come non è, qui vi parlo di Loro 2, che brilla di luce propria, alla luce di Loro 1.

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Buio Omega, di Joe D’Amato. Formidabili quegli anni!


Ho paura. Provo angoscia, terrore, sgomento, E’ ancora presto per dirlo, ma tutti i sintomi convergono verso una diagnosi dolorosa, per certi versi imprevedibile. Sembrerebbe proprio che sia arrivata una pessima annata. Che il 2018 sia il nadir del cinema di genere, in specie del cinema horror, malgrado la Blumhouse, malgrado i confortanti successi commerciali di certo horror di cassetta. Ho bisogno di qualcosa di forte, che sia coraggioso, repulsivo, provocatorio, brutale. Che sia rivoluzionario, perché a me purtroppo piace guardare la rivoluzione, anziché farla. Ho bisogno di Buio Omega, di Joe D’Amato.


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Avengers: Infinity War. Baciamo le manos, allo zu Thanos?


La moltitudine mi inquieta, i plebisciti mi indignano. Gli osanna mi annichiliscono, i peana mi stordiscono. Mi sento così, fuori dal mondo, anzi, fuori da qualsivoglia universo cinematico. Non è un’urgenza, tantomeno un dovere morale, forse è un sesto senso di scarrafone, forse un settimo senso unico alternato quello che mi costringe a confessarvi tutto il mio spaesamento al cospetto del campione cosmico del migliore dei box office possibili. Avengers: Infinity War.

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Loro 1, di Paolo Sorrentino. Una lettura tramontista


Ho un rapporto personale con Silvio Berlusconi, come del resto tutti gli Italiani. Intendo cioè che per me Berlusconi è simbolo, chiave di lettura, totem, babau. Non un succedaneo della figura paterna, ma la personificazione di un mondo, di un modo di stare al mondo, che io posso guardare dal di fuori perché mi è alieno. Guardare per credere? No, guardare per giudicare. E’ tutta colpa di Berlusconi. La recessione perenne, i rifiuti, Maria De Filippi, Barbara D’Urso, la fine della lotta di classe, la barbarie, l’analfabetismo funzionale, il razzismo, la droga. E’ colpa di Berlusconi. L’italianità più becera. E’ colpa di Berlusconi. E’ tutta colpa di Berlusconi. Oh sì fratelli, potete starne certi. Poi arriva Sorrentino, e mi spalanca le porte della percezione, costringendomi alla chiamata in correità. Loro 1.

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Rampage, Furia Animale. Le dimensioni contano!


C’è un grosso coccodrillo, ed un gorilla bianco, un lupo alto 6 metri, un vecchio lottatore… solo non si vedono, le bombe acca. Oggi mi va di bullizzarvi un pò con il cinema di cassetta, quello che ci fa strabuzzare le orecchie e stropicciare i sensi, ivi compreso il comune senso del pudore. Rampage, di Brad Peyton.

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