The Nightingale. Jennifer spits on our grave


Jennifer Kent è la regista di Babadook, uno dei migliori film del nostro secolo. Alcuni lo sanno, altri no. Alcuni la ricordano per essere stata aggredita con insulti e parolacce alla Mostra del Cinema di Venezia, lo scorso anno. Quegli insulti venivano da un bamboccio, cinefilo per mancanza di prove, incapace di guardare, prima ancora che di esprimere un giudizio o un’opinione compiuta. Un troll, tra tanti, inutile come tutti i troll. Le contumelie erano rivolte al nuovo film di Jennifer Kent, la visione più crudele e violenta che mi sia capitata da alcuni anni a questa parte. Un western in terra d’Australia, tra Soldato Blu e The Revenant, in cui Kent distrugge i mostri del colonialismo, del razzismo, della misoginia. Dell’infanzia violata e brutalizzata. Infanzia, non come sinonimo di innocenza, ma di assenza totale di difesa. L’infanzia cioè esorbita: da mera categoria anagrafica a stato, condizione dell’individuo. Sullo schermo scorrono immagini di assassini efferati, a volte preceduti da stupri, da sevizie, altre volte improvvisi, altre volte ancora agognati, addirittura. Tutte le vittime, buone o cattive, grandi o piccine, sono colte nel momento in cui non possono difendersi, o non sono più in grado di farlo. E’un’ecatombe, è un sacrificio di massa e rituale. La catarsi non arriva, del resto questo tempo, anche al cinema, non è catartico, è colpevole senza ancora diventare espiatorio. The Nightingale è la favola che ci meritiamo, quella in cui una mamma bellissima, fresca, piena di amore, canta una ninna nanna celestiale, e mentre canta, con una mano ci tiene forte, con l’altra brandisce un pugnale. Il sangue scorre, ma non bastano fiumi di sangue a nettare la lordura di questo mondo infame.

Sia lodata Jennifer Kent, sia lodato il dio del cinema.

 

Midsommar, the Swedish Inferno.


I want let the sun go down on me, I want let the sun go down. Il culto del bagno a mare è una prerogativa dei tanti sud del mondo. Di tutti quei posti dove il caldo regna, cuoce membra e cervella. Il caldo regna, batte forte il sole, e allora splash, un tuffo dopo l’altro, a big splash, a bigger splash, come se non ci fosse un domani. Estate? Vamos a la playa! A nord invece no, pensano differente. Il caldo è un amico, un ospite più o meno atteso, desiderato e rispettato. I nord del mondo non si nascondono dal sole, lo coinvolgono invece nei loro giochi, si mostrano, si elevano. Abbagliati dalla luce, producono abbagli. Midsommar – Il villaggio dei dannati, di Ari Aster.

 

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The Virtues. Shane Meadows è tornato.


Nell’estate del 1982 mio padre Arty, un camionista, trovò il cadavere di una ragazzina di 11 anni. Sospettato di essere l’assassino, finì in carcere: la polizia non credette alla sua versione. Cominciò il consueto assedio dei media attorno a casa mia, e mia sorella ed io fummo allontanati. E separati. Io finii da mia zia, che cercò di tenermi lontano dai notiziari. Ma ritrovarsi le prime pagine dei giornali davanti agli occhi fu inevitabile: c’erano i nostri nomi, e c’era una foto di mio padre. Una foto di quando aveva 18 anni ed era un rocker, non una foto attuale da padre di famiglia quasi trentenne, in modo da sembrare credibile come bastardo pericoloso. Uscii di casa sconvolto, confuso, e mi fermai a respirare su un’altalena in un parco.

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AL PARCO CINECITTA’ WORLD APRE “IL REGNO DEL GHIACCIO”


Allerta neve e ghiaccio a Roma! Non è un altro capriccio del meteo impazzito, né un evento straordinario come la famosa nevicata estiva del 358 d.C. a Santa Maria Maggiore, ma un nuovo padiglione, ricco di divertimento, che apre a Cinecittà World, Il parco a tema del Cinema e della Tv: Il regno del ghiaccio, ovvero il il primo snow park al coperto d’Italia.

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Una musica può fare, nininni, biopic, black metal …


In quel film c’è tutta la mia personalità. E’ grandioso, totalmente anarchico. Parola di Kurt Cobain, il film è Giovani guerrieri (Over The edge, 1979). Diretto da Jonathan Kaplan, ispirato da fatti di cronaca, metteva in scena gli adolescenti americani e la loro rabbia contro il sistema. Nessuno pensava a loro, niente era progettato per loro, e allora affanculo tutto. Droga, alcool, violenza, scontri con la polizia. Tutto molto punk: e infatti Kaplan, che aveva conosciuto da vicino il fenomeno dei Sex Pistols, ci vide proprio quello nello script: questi ragazzi erano punk americani, e il film doveva essere un film punk, grezzo e pulsante, con attori non professionisti.

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Pet Sematary, di Mary Lambert. Mai dire Maine!


I made it through the wilderness, somehow I made it through, didn’t know how lost I was, until I found you. Che tradotto al maschile suona così: Sono passato in zone selvagge, in qualche modo ce l’ho fatta, non sapevo quanto fossi perso, finché ti ho trovato. Le terre incognite, la ricerca, l’amore, la follia.E’ la intro, è l’incipit che vale un decennio, gli anni 80; è la prima strofa di Like a Virgin, Madonna sings. uno dei primi videoclip della storia: lei, tutta croci catene e cinghie, eternata mentre canta serpeggiando, in su una gondola tra i canali di Venezia. A dirigerla una donna, Mary Lambert, l’artefice delle prime rappresentazioni metamorfiche di Nostra Signora del Pop: è Lambert che dirige Borderline, poi Like a Virgin, Material Girl, La Isla Bonita, Like a Prayer. Da Madonna agli Eurythmics, Janet Jackson, Whithney Houston and so on. Tanto glitter che scende su tanti freak impazziti. Fino al cinema, il cinema vero, quello prodotto dalla Paramount. E’ il 1989, Lambert è colei che gira Pet Sematary, tratto dall’omonimo capolavoro di Stephen King. Lo gira con il placet del Re (o dello Zio), che sulla scelta del regista si riserva diritto di veto. Perché proprio Lambert?

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Il Campione, di Leonardo D’Agostini. In panchina Rovere e Sibilia: è gia scudetto!


C’è una scena, in questo film, nella quale Accorsi – un professore preso a schiaffi dalla vita e prossimo al punto di non ritorno – invece della sua tristissima Multipla si trova a guidare una Lamborghini. Un’esperienza capace di generare adrenalina anche nei quasicadaveri, come il professore. E infatti urla di gioia mentre accelera, sfrecciando sul grande raccordo animale (meno male che Appino c’è) come in preda ad un orgasmo cosmico. Veloce, Veloce come il vento: un film che ci stregò, necessario come una lunga sorsata di birra fredda dopo otto ore di sole e sabbia. Semplice, divertente, sincero, zero pippe e tanto cuore pulsante. Lo firmava Matteo Rovere, era il 2016, la metamorfosi era già in corso: stava diventando una sorta di Jason Blum de noantri. Veloce come il vento e Il Campione sono fratelli, qui Matteo Rovere produce insieme a Sydney Sibilia, e se forse è ancora presto per dire “due nomi una garanzia”, sono entrato comunque in sala estremamente fiducioso. E infatti, Il Campione è un film epocale.

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