The Square, di Ruben Ostlund. Svezia, né inferno né paradiso


Stai portando in giro un passeggino, con un bimbo dentro. Ti vien voglia di un caffè ed entri in un bar. Lasci il passeggino fuori e ti fermi al bancone a gustare tranquillamente il caffè. Lo fai a Roma, New York, Londra? Sei pazza/o. In Svezia no. E’ una cosa normale. I bimbi non si rubano, in Scandinavia hanno la socialdemocrazia nel cervello. Ma se nel passeggino ci lasci il portafoglio o la borsa, allora sei stupida/o, perfino in Svezia. Christian non è così stupido: subisce il furto di portafoglio e cellulare in una piazza centrale e affollata, resta vittima di uno scippo che è anche una messinscena efficace e ingegnosa, emozionante come il buon cinema, il buon teatro, o una performance di arte contemporanea. Una truffa che pungola e stimola il suo (voler) essere maschio e altruista, uomo forte e pronto a difendere i più deboli: una ragazza che urla terrorizzata “vuole uccidermi!” e un uomo che arriva di corsa apparentemente malintenzionato. Christian si mette di mezzo, l’impatto fisico non è violentissimo, giusto il tanto che basta per infilargli le mani nelle tasche. L’aggressore batte in ritirata, la ragazza è salva. Prima di accorgersi del furto Christian è eccitatissimo, ha le palpitazioni, ed è contento di aver fatto la cosa giusta. Dopo, niente sarà più come prima.

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Thor: Ragnarock. Waititi e lo spettacolo del Tiki-Taika


Ho fatto il liceo nel pieno fulgore degli anni 80, circondato da paninari e nerd, postpunk e neodark. Due le parole d’ordine di quell’epoca così strana: glasnost e pèrestrojka. Trasparenza e nuovo corso. Ricordo che i nostri rappresentanti d’istituto, indomiti reduci del 68 e del 77, anagraficamente obsoleti, ideologicamente ignari dell’apocalisse imminente, organizzavano assemblee per elogiare l’URSS ed il socialismo reale, in quanto sistema politico capace di autocorrezione. Credevano, o davano ad intendere, che il nuovo corso di Gorbaciov avrebbe preservato il mondo oltre cortina, che Gorbaciov quindi fosse  il profeta di una vittoriosa e pacifica Rivoluzione Russa 2.0,. Avevano azzeccato solo lo zero, nel senso di anno zero, ground zero: la distruzione, e poi il nulla. Ho pensato a loro guardando il magnifico Thor: Ragnarock.

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Capitan Mutanda, di David Soren. Conoscerete la loro velocità.


E in corso una rivoluzione e me la stavo perdendo. Parlo del tempo, anzi, dei tempi, i tempi del racconto animato. Alla cadenza calma e sedativa, propria dell’affabulazione tradizionale monocentrica, si va infatti affiancando una narrazione policentrica, che vive su accelerazioni repentine, rallentamenti bruschissimi, cambi di genere, cambi di umore, sovversione dei consueti didascalismi. L’esperienza visiva mi confonde, ho 44 anni e perdo gradualmente in flessibilità mentale, ma con qualche sforzo credo di riuscire a comprenderla e a farla mia. Potete rintracciare questa nuova era in alcuni dei cartoni animati di cui è prodiga la tv digitale, dico ad esempio Teen Titans, Adventure Time, Phineas e Pherb, Uncle Grandpa; al cinema, invece, solo nei lungometraggi di SpongeBob, oppure in questo nuovo Capitan Mutanda, di David Soren.

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Warlock. Gobble gobble, gobble, gobble, Tommaso Pincio one of us!


Oggi spariglio, parlo di libri più che di film. Di un libro, un romanzo, un grande romanzo americano. Si chiama Warlock, è del 1958, l’autore è Oakley Hall. Lo trovate in libreria, edizioni SUR, pregevolmente tradotto da Tommaso Pincio. Warlock è il crepuscolo del western, scritto quando ancora il mezzogiorno del genere rintoccava. E’ il crollo di una Nazione, imputato al marciume delle sue poco gloriose fondamenta. E’una galleria di personaggi indelebili: pistoleri, commercianti, minatori, samaritane, prostitute, sindacalisti, banditi, ciarlatani, bari, ubriaconi, uomini di legge e uomini senza dio. Un’epopea scritta con un inchiostro di polvere, la polvere che copre un paese fantasma tremendamente archetipico. Warlock è la ricerca di un futuro migliore, e l’impossibilità di sfuggire ad un destino inesorabile. Ho letto Warlock qualche mese fa, solo dopo averlo fatto ho scoperto l’esistenza di Ultima Notte a Warlock, film del 1959, diretto da Edward Dmytryk e sceneggiato dallo stesso Hall, che non è menzionato nelle info di copertina dell’edizione italiana. Ne ho chiesto la ragione a Tommaso Pincio, cinefilo appassionato e sensibilissimo, poichè penso che quell’informazione avrebbe accresciuto l’appetibilità del romanzo per un ignaro compratore; ecco la sua risposta:

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Brutti e Cattivi, di Cosimo Gomez. Brutto si, cattivo manco de striscio


E’ proprio vero: il cinema italiano serio (che per noi significa cinema di genere ma non solo) sta tornando ad infettare finalmente gli schermi nazionali assopiti da decenni di visioni da TSO. Negli ultimi quattro/cinque anni sono nati The Butterfly Room, Tulpa, Oltre Il Guado, Perez, Il Ragazzo Invisibile, Song’e Napule, Belluscone, Non Essere Cattivo, Il Racconto dei Racconti, Suburra, Lo Chiamavano Jeeg Robot, Pericle Il Nero, Veloce Come Il Vento. (E chiedo scusa ai titoli che sto dimenticando.) Si scrivono storie di qualità, i produttori – non sempre, almeno non in tutti i titoli citati – osano investire qualche spicciolo, il pubblico quasi sempre premia il coraggio. Certo, non è la new wave coreana, ma una piccola onda fresca e pulita si. E’ inevitabile, però, che l’onda finisca per portarsi dietro detriti di provenienza incerta, truccati e coloratissimi, sporchi di sangue finto. Ed è proprio finto la parola chiave: Brutti e Cattivi, di Cosimo Gomez.

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Wonder Woman, in bluray per Warner


Una boccata di aria pura, un racconto scevro di tormento, di nodi, di complessità. Epos del supereroe, mitologia alla maniera americana, un minestrone gustosissimo, un melting pot di Storia e di storielle. Il nostro presente, perso dietro alla nevrosi da aggiornamento continuo, sembra aver rimosso definitivamente l’anacronismo, come fosse il peggiore dei mali, come fosse richiesto a tutti uno sforzo costante di allineamento e introiezione. La (de)formazione continua è diventata, non so dirvi quando, un criterio per valutare la qualità di un qualsiasi prodotto, dell’arte o dei mestieri. Wonder Woman, semplicemente, se ne frega. Degli aggiornamenti, della veridicità, della consecutio temporum, dei dati statistici, dell’incredulità, dell’unità dell’opera. Wonder Woman regna, amici miei. Perché è libera da tutto ed è prima di tutto, forte di una inconsapevolezza che è innocenza primigenia.

 

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It, quello di Andy Muschietti.


E’facile essere dicotomici  con le rece degli altri. Noi invece siamo ab origine, dikotomici, duali e bipolari. Quando pensiamo di avere chiare le idee, ecco alzarsi il vento del cambiamento, e via con nuove opinioni, nuovi punti di vista, nuove polemiche. Nella puntata precedente abbiamo parlato del caso Fukunaga, dell’It che non vedremo mai, dell’esegesi letteraria e televisiva. Ora, non sollecitati, procediamo a dare a Muschietti quello che è di Muschietti.

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