What We Do in the Shadows, il miglior film sui vampiri dell’anno.


Qualcuno, in questo preciso istante, sta pensando che il cinema sui non morti sia morto, che non ci sia più niente da dire o da inventare sui pipistrelli succhiasangue. Beh, questo qualcuno ha torto marcio, meriterebbe davvero un tatuaggio con i miei aguzzi canini sulla sua gorgogliante giugulare, non fosse che così gli impedirei la visione di What We Do in the Shadows, il film che più mi ha fatto ridere dai tempi di Scott Pilgrim, pensate, sono passate 12 ore da quando ho finito di vederlo e sto ancora ridendo al buio del mio giaciglio di frassino.

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In termini comparativi, What We Do in the Shadows sta ai vampiri come Shaun of the Dead sta agli zombi: un nuovo inizio, la parodia definitiva, il grottesco sublimato. Viene dalla Nuova Zelanda, quindi ha il marchio di origine controllata, la Nuova Zelanda è rinomata come terra dal cinema eccentrico e dalle produzioni più bizzarre. Sotto le sembianze del mockumentary, narra le vicende di (non) vita quotidiana di 3 vampiri giovani ma ultracentenari, che dividono in fitto un appartamento di provincia. sarebbero 4, ma il millenario simil Nosferatu è un tantino misantropo e (non) vive schivamente nell’orrido scantinato. I tre mostrano ai cineoperatori crocifissomuniti tutti gli aspetti del notturno ordinario, dalle riunioni di appartamento per decidere chi lava bicchieri e stoviglie lordi di sangue, alle uscite al pub dei vampiri, alle tecniche di rimorchio di prede umane, agli scherzi sadici perpetrati alle vittime, agli scontri con la gang dei lupi mannari (“Werevolves? No, Swearwolves !”).

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Tutto si svolge nel rispetto più ortodosso della tradizione vampiresca, per cui i tre si fanno belli a modo loro per uscire ma non sanno che aspetto hanno perché lo specchio non riflette, vogliono entrare in discoteca ma non possono se il buttafuori non li invita ad entrare, vengono scherniti dalla gente comune per il loro abbigliamento dandy e demode (“Homos!”, “Freaks!” li chiamano). Mostrano, invero, una latente tendenza all’omosessualità nei modi e nei costumi oltre che nella preferenza di prede di sesso maschile, ma conservano memoria di amori romantici eterosessuali e alla bisogna sanno nutrirsi anche di giovani fanciulle, non prima di aver steso asciugamani e giornali su divano e pavimenti, di modo che poi sia più facile pulire. Cero, il film è davvero cazzone, ma irresistibilmente cazzone, i tre sono così simpatici che vorrete averli come amici per l’eternità, uno è tale e quale a Pif, che come uomo detesto, come vampiro adoro. L’equilibrio amicale è rotto da una new entry, uno sfigato vampirizzato di fresco che provocherà catastrofi vantando in ogni dove la sua vampiritudine (“Io sono l’attore principale di Twilight”, ripete ad ignari compagni di bevute). Fra incidenti domestici (ustioni da luce solare) e battaglie volanti (“Oh my God, there’s a bat fight!”), fra amicizie con umani (Stu, l’esperto di computer) e la partecipazione al’Empia Mascherata (il ballo annuale che riunisce l’elite degli zombi e dei vampiri), il film scorre veloce e strampalato manco fosse un docureality di MTV, grazie anche all’uso di effetti speciali artigianali ma incredibilmente verosimili, fino all’epilogo bittersweet, perché se è vero che la non morte condanna alla solitudine ed al dolore, è anche vero che l’amicizia è per sempre, con i Lycans ad esempio si può combattere oppure sbronzarsi insieme, e che l’amore vero, per l’umana amata decenni fa, può travalicare le cospicue differenze di età.

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What We do in the Shadows è un film strepitoso e premiatissimo, esordio alla regia ed alla sceneggiatura per i due dei tre vampiri protagonisti. Invitatelo ad entrare, sul vostro PC o nelle sale cinematografiche italiane (…), poi guardatelo e cominciate a ridere, ridete, ridete, ridete forte. Perché il riso fa buon sangue.

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What We Do in the Shadows

Jemaine Clement, Taika Waititi

2014

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