Ein, Zwei, Samurai.


I luoghi comuni possono atrofizzare la mente, verissimo, ma sono così rassicuranti che a volte è un peccato farne a meno. Pensate invece ai luoghi non comuni, incogniti, a quante minacce, a quante subdole insidie possano celare. Pensate ora al Brandeburgo, non come dinastia ma come Land della Germania, a tutti quegli alberi, a quelle case di pan di zenzero con il tetto spiovente, a tutto quel grigio, a quei loschi occlusi figuri che vi abitano. Der Samurai, di Till Kleinert.

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Luogo non comune che si è fatto già archetipo e categoria dello spirito, il Brandeburgo, da quando il cinico, l’infame, il violento Michael Haneke vi ha ambientato Il Nastro Bianco cogliendone l’essenza più profonda, la violenza come prerequisito del contratto sociale, la comunità di umani come comunità di automi, punto di incontro di alienazioni divergenti e spesso confliggenti. Purtroppo Il Nastro Bianco è adorato da quellichebenpensano, e quindi  tacciato di simbolismo politico, addirittura di preveggenza ex post(!), in quanto prefigurerebbe l’incubazione del nazismo (luogo comunissimo), a noi invece piace questa lettura: “ Il nastro bianco molto più che al Nazismo, fa riferimento al modello coercitivo che Michel Foucault ha chiamato “potere di sovranità”. Questo tipo di potere, fortemente gerarchico, che si muove dall’alto verso il basso, usa la violenza in modo visibile al fine di trasmettere i valori da rispettare.”

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Per usare la violenza, ovunque in ogni tempo il potere si avvale dei soliti stolidi strumenti, i militi, i brigadieri, i gendarmi, i soldatini, i poliziotti. Der Polizei, parola acidissima, suono elettropop teutonico degli anni 80. Ein Polizist è il perturbato protagonista del film di Kleinert. Jakob si chiama, come nelle favole. Una monade, un German Marshall sociopatico, solitario come il lupo che nutre di frattaglie ogni giorno, incurante del disprezzo e e del biasimo dei suoi compaesani. Parliamo di lupi in Germania, quindi è d’uopo riportare, parola per parola, l’incipit di un’opera straordinaria, l’Hitler di Giuseppe Genna:

Confrontatevi con lui. Considerate se questo è un uomo.È scatenato nei cieli, immenso, invisibile, entra nel tempo e ne riesce, digrigna i denti giallastri, immensi, i suoi occhi di brace illuminano tutte le notti future.

È il lupo della Fine, si chiama Fenrir.

Gli antichi nordici sapevano che un giorno avrebbe rotto il vincolo. Fu allevato nella terra dei giganti, fu fatto rinchiudere da Odino e serrati i suoi arti con una catena che i maghi prepararono con rumore del passo del gatto, barba di donna, radici di montagna, tendini d’orso, respiro di pesce, saliva di uccello – alla vista e al tatto sembrava un nastro di seta, ma in realtà nessuno avrebbe potuto spezzare quella catena. E in attesa della fine, il lupo Fenrir è rimasto recluso, a ululare, a sbavare, a tentare di spezzare il vincolo.

E ora è riuscito.

Da fuori del tempo cala nel tempo e nello spazio, percorre ciclopico i vasti cieli europei, annusa i confini e marca il territorio, urina piogge acide sulle frontiere della Germania, ulula e stride, stalattiti di ghiaccio pendono dal suo ventre unto, le zampe cavalcano l’etere, velocissimo, non sa nulla, ispeziona con le narici dilatate, è il mostro dell’avvenire, il portatore dell’apocalisse.

Apocalisse significa: rivelazione. Rivelerà a chi?

Gira a vortice, a spirale, sull’Europa pronta al disfacimento. Sulle case borghesi. Sui patriarchi che tengono alla propria onorabilità. Sulle mogli accantonate. Sui molti bambini cresciuti a bacchettate. Sulla natura iridescente del pianeta che si prepara al degrado.

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Di tutto ciò, il lupo Fenrir non vede nulla: sono forme che ai suoi occhi accesi evaporano. Il tempo è una breve distrazione tutta umana.

Ed ecco che l’olfatto capta.

Intercetta l’odore ricercato. Ecco la traccia. Avverte la presenza della non-persona. A lui si legherà, perché entrambi sono niente, e cresceranno insieme, e il lupo Fenrir apprenderà dal non-umano, si riempirà, si gonfierà di liquami e tradimenti e orrori non suoi, scaturiti da quello zero che non è una persona, e l’odore di quella annusa nell’aria e dunque precipita. Verso l’Austria, a capofitto, lasciandosi cadere attraverso i gradi multicolori dell’arcobaleno, perforando l’aurora, l’alba, le fasi del tempo umano, le ore trascorse.

È qui.

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Jakob. Un giorno riceve a casa un pacco misterioso, e subito dopo una telefonata altrettanto misteriosa dal reale mittente/destinatario della consegna. Reale mica poi tanto, perché abita in una casa abbandonata da sempre, è nerboruto e capellone ma indossa una candida femminea sottoveste. Ed è abilissimo a maneggiare la katana speditasi per farsi beffe dell’ordine costituito, seviziare la quiete pubblica decollando cagnolini, distruggendo suppellettili, spargendo immondizia, rompendo finestre, tanto, come ha più volte modo di osservare, nemmeno il terrore spinge la gente a mettere il naso fuori di casa. Verità aghiacciante questa che conquista e seduce, anche Jakob ne è sedotto, al punto da dimenticare presto la funzione cui è preposto – sarebbe preposto, in verità la sua divisa postata discinta e debosciata è indice della sua scarsa convinzione –  e da accanirsi lui stesso contro il feticcio totem di quello squallido vivere comune: un‘orrida riproduzione in plastica, a grandezza naturale, di un fenicottero rosa, una declinazione più esotica del sempiterno nano da giardino. Dalla satira al delirio il passo è breve, l’obiettivo del losco figuro, forse anche di jakob, è di sterminare l’intera comunità, o almeno i suoi gangli più tumescenti: la solita comitiva di bulli e pupe motorizzati, razzisti e arrapati, e anche l’allenatore di calcio, chissà quanto lubrico, dei piccoli del luogo. There will be blood, a zampilli, a fiotti, a cascate, bagnerà le strade, le case di zenzero, colorerà di rosso purpureo tutto quell’insostenibile grigio (bianco). Ed avrà connotazione sessuali, chè stiamo parlando di un film tedesco ed i tedeschi ci vanno giù duro durissimo, come nell’esibizione di un full (fall) frontal priapico e oversize, più definitivo di una qualsivoglia manifattura di Hattori Hanzo.

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Piccolo film ma inquietante e perturbante assai, Der Samurai, ma la riflessione sui luoghi comuni va conclusa. E’una storia di follia e di anarchia, quindi sarebbe stato più corretto intitolare il film Der Ronin, come avrebbe dovuto fare anche il grande Melville. Forse.

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