Ready Player One, il film più bello del 2045.


Un grande cimitero, o una gigantesca discarica, dove tombaroli professionisti e robivecchi improvvisati guerreggiano da mane a sera, per appropriarsi di artefatti, simulacri, chincaglieria assortita. Questi sono gli anni 80 al giorno d’oggi, una miniera di ricordi unti e bisunti, stravissuti, logori, obsoleti e quindi suscitevoli di emozione, di compassione. Il film definitivo sugli anni 80, dico io, è Donnie Darko, di Richard Kelly: un film ambientato nel crepuscolo del decennio glitterato, girato da chi era adolescente in quegli anni, che parla di spazio e tempo liquidi, di sacrifici cristologici, di lati oscuri, di morte. Spielberg, invece, non gira un film sugli anni 80, non fa il retromaniaco, ma fa l’avantmaniaco, proietta nel futuro la sua ricerca del tempo perduto, consegnando a noi, tremanti e adoranti, un testamento, una promessa, una rivelazione. Ready Player One.

Che non è un film sui multiversi possibili, ma sulle multivisioni, ossia sugli infiniti mondi che possono essere guardati dal medesimo paio di occhi, con gli strumenti giusti o con una guida giusta. In questo, RP1 è straordinariamente affine a Minority Report, anche lì l’occhio voleva la sua parte, che coincideva con il tutto. Occhiocentrismo, una nuova rivoluzione copernicana. Personaggi che diventano vivi solo nel reciproco sguardo, che restano soggettivi, effimeri proprio perché dipendenti da punti di vista personali continuamente cangianti. L’identità, dice Spielberg, non esiste più, non definisce, non è necessaria. Vedere è l’unico atto dell’esistere. Che si guardi attraverso un visore virtuale, o la telecamera di un drone, che si interagisca con ologrammi o persone reali, oppure dentro le memorie di altri o i film di altri (Shining !?), quello che conta è accettare – e comprendere – la  visione. Una accettazione senza condizioni, una professione di fede, in Spielberg we trust, together forever. Affidatevi a Steven il genio, che abbina vecchie e nuove tecnologie per un film proteiforme, di animazione e di umanazione. Plaudite a Steven  il mago, non l’illusionista; seguitelo nell’occhio del ciclone, nella grande sala buia che è il vostro domani. Sedetevi, lo spettacolo è già iniziato, e non abbiate paura, o meglio, abbiatela, ma rincuoratevi con i generi di conforto a voi più congeniali, una DeLorean, una console Atari, una webcam, una maglietta da bamboccioni.

Il film finge di dipanarsi sulla ricerca di artefatti virtuali, ovviamente fedele al sommo materiale letterario di partenza: in (ir)realtà, come da mia intro, è più mirato ai simulacri, al caleidoscopio emozionale che si  cela dietro il possesso di oggetti creati, fabbricati dall’uomo. Lascito dickiano questo, come appunto era tutto Minority Report. RP1, lo hanno detto millanta volte prima di me, è intriso  fino al midollo di memorabilia, non solo degli anni 80, ma di almeno 40 anni di industria e cultura dell’intrattenimento, a cavallo tra il vecchio ed il nuovo millennio. Intrattenimento come industria, non come arte, ma di un’industria che suo malgrado, pur essendo inesorabilmente volta al bieco profitto, ha soddisfatto bisogni (affettivi), ha generato emozioni, prima ancora di generare mondi.

Solo che, a ben guardare, non si parla di vita, ma si parla di morte. Memorabilia, come doni votivi. Oasis, il mondo virtuale, come un’unica, gigantesca Wunderkammer, concepita da un’anima desolata.

Eccolo qui, lo Spielberg che nessuno si aspetta, eccola la sua rivelazione: si ostentano cimeli, si esibiscono trofei, non in nome di un’ecumenica nostalgia, ma in segno di lutto.

Altro che rimpianto per il come eravamo, o come erano; In RP1 quel che conta è cercare l’errore, il dove abbiamo/hanno sbagliato. Guardare al mondo presente, e futuro, come al prodotto di menti da nerd, pavide, dissociate, solipsiste, tristi, sconfitte, piene di accidia, rose dai sensi di colpa. La grandiosità di una corsa in automobile, da affrontare sottoterra, in retromarcia e contromano. La malinconia assoluta di un bacio mai dato. La futilità impareggiabile, quindi imbattibile, di un puntino sullo schermo (un effetto ottico? Un difetto? Una diversità?). Sono le tappe di un percorso iniziatico, volte a disvelare l’autore, a vedere tutto con i suoi occhi. Un manifesto. Un testamento. Un regalo immeritato.

Diversi sono i sentieri che portano alla rivelazione, tutti ugualmente, semplicemente percorribili: RP1 è un film per adulti, per vecchi, per bambini, per analfabeti, per intellettuali, per mediocri, per ottimi. C’è l’ideologia e la politica, nella rappresentazione di un mondo verticale dove le baracche sono affastellate su livelli ascendenti, in modo specularmente opposto ai livelli discendenti della scifi tradizionale (vs il maestro Dick stavolta). C’è l’invettiva anticapitalista, nel villain che è un amministratore delegato come tanti, con il consueto portafogli gonfio di avidità e disvalori, ma soprattutto nella monetizzazione delle vite virtuali – monete sonanti che sgorgano dagli avatar ammazzati -, e delle vite reali – mutui, ipoteche e lavori forzati per pagare gli aggiornamenti imposti dall’obsolescenza programmata. C’è il nichilismo che copre come un sudario i visionari  un tanto al chilo, gli Steve Jobs de noantri, e gli stolidi seguaci che ripetono come mantra frasi rivelatorie, mai realmente pronuciate. C’è il romanzo di formazione, l’amicizia, l’amore, l’accettazione del sè e dell’altro. Non c’è la famiglia, è questo è piuttosto atipico per Spielberg, ma a guardare bene ce ne sono tante, infinite famiglie possibili. C’è tutto quello che volete o potete vedervi dentro, tutto quello che riuscite a immaginare, o che immaginerete mai.

Ho avuto la fortuna di essere nato nel 1973, ho avuto l’onore di guardare al cinema, in prima visione, numerosi film di Steven Spielberg, ma RP1, amici, è una roba diversa, è un dono di Dio, correte a guardarlo.

 

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