Tom Hardy. Chi è senza colpa.


C’è sempre bisogno di Brooklyn, oggi come non mai. La sua aura brumosa, i palazzoni, i magazzini dismessi, e poi il putrìo, l’umidità, i marciapiedi, il fatalismo che ti si attacca alle scarpe e non va più via. Brooklyn, l’esotica Brooklyn, l’etnica Brooklyn, l’esangue Brooklyn. Da sempre guardata, prima vivida, poi sbiadita, sfruttata, strangolata, sottratta. Motherless Brooklyn, Brooklyn senza madre,  non un film ma un grande romanzo di Jonathan Lethem, codificava i buchi neri dell’universo Brooklyn in forme nuove originali, il cinema non seguiva anzi ripiegava sul già visto, corrotto da mille commedie e serie tv e infiniti clichè e pupazzi e marionette. J.C. Chandor faceva il miracolo, A Most Violent Year, Brooklyn folgorante dal suo passato immortale, Michael Roskam puntava alla luna ma finiva per accecarsi con il suo dito. The Drop, 2014.

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Sì che le condizioni per il colpo c’erano tutte: un regista europeo pregno di malinconia in scale di grigio, uno sceneggiatore scrittore sulla strada del Grande Romanzo Americano, due interpreti immensi più uno deceduto non grande ma amatissimo. Roskham Bullhead alla regia, Dennis Lehane alla sceneggiatura da sè tratta (Animal Rescue la novella), Tom Hardy il faro e Noomi Rapace la luce, James Gandofini a caraterizzare e primeggiare. Gli ingredienti giusti, il posto contesto, invece niente. Una storia di ordinaria mala, un bar gestito dai nuovi mostri criminali – si fa presto a dire Russi, allora diciamo Ceceni – soldi sporchi transeunti, cognomi italiani, cognomi polacchi, ispettori messicani, la Madonna la religione le chiese. Soldi che spariscono, derelitti della porta accanto che girano intorno a morti raccontate e a vite rifatte. Il nucleo pulsante è il cuoricino di un cagnolino, maltrattato poi adottato, verso cui convergono le strade di tutti sti cani sciolti, ma le relazioni sono gravate da storie passate che affiorano, le parentele ingombrano e scatenano reazioni incontrollate.

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Tom Hardy, lui, il Grande, l’Attore, gioca a fare il piccolo Edward Norton e da contratto interpreta per sottrazione, ma dovrebbe smetterla una volta per sempre, basta con la dicotomia tra Bronson e Locke, possiede tutte le corde di questo mondo e occorre fare in modo che sia libero di suonarle. Noomi Rapace è indegnamente svilita, il ruolo dell’emaciata pupa del pazzoide le sta addosso come un sacchetto di cellophane sul viso, parimenti soffocante. Gandolfini fa quel che sa, sembra Palminteri in una cartolina da Little Italy, poi gli altri comprimari hanno due dimensioni e non riescono a occupare un fotogramma che sia uno. Il racconto di Lehane vorrebbe essere edificante alla maniera di Lehane, ma muore di luoghi comuni e di frasi fatte, l’immanenza e la necessità del male naufragano nella palude del non significante.

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Che poi ci hanno pensato i titolisti italiani, con Chi è Senza Colpa,a cercare la pregnanza evangelica, cancellando il titolo originale e con esso l’unico vero interesse del film, the Drop come bar e non luogo mutevole dove il denaro sporco passa di mano in mano, a Brooklyn. Una curiosità questa, null’altro, mentre lo spirito di Brooklyn ancora una volta è volato altrove, impalpabile come bruma.

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