Inside Out. Qui si fa la storia del cinema.


Le tre gemelle della precrimine, immerse nell’amnio della precognizione, vedevano pensieri di morte coagulantisi in pallocciotti, grosse biglie di vetro con dentro fatti, azioni, emozioni. Biglie di vetro come archetipi cinematografici, con dentro la Rosebud emozionale di Orson Welles per esempio, magici come la tradizione da cui scaturiscono, il mito della sfera di cristallo, la visione veggente. Biglie che contengono dimensioni spaziotemporali altre, del passato o del futuro, morte e vita, l’occhio sfera biglia delle streghe cieche in Scontro di Titani del 1981. Il discorso rischia di rotolare fuori dai binari, il riferimento iniziale di questo post è a Minority Report, a Dick quindi a Spielberg, un tempo  il più grande acchiappasogni del mondo occidentale, oggi non più, nel ventunesimo secolo è Pete Docter il più grande. Inside Out, tutti in piedi, scroscino le risate, scorrano le lacrime.

Inside out

What if feelings had feelings, immaginate se i sentimenti provassero dei sentimenti, è il meme del momento, tanta ironia ed ammirazione sull’umanesimo digitale della Disney in Pixar, che nell’arco della sua ultradecennale produzione ha lavorato sulle emozioni più che sulla computer grafica, generando visioni attraverso le quali la fantasia è diventata reale quanto lo sono i pixel, materia intangibile eppure concretissima. Inside Out è un titolo delicato perchè abusatissimo, fa pensare pure al gender ridanciano degli anni 90 e di Kevin Kline (In & Out), invece guarda di più al Boyhood di Linklater, al suo tentativo di fermare il tempo attraverso la rappresentazione continuativa di un intervallo di vita. Inside Out, Childhood. Pensieri parole opere emozioni di una bambina dagli zero ai dodici anni, dall’infanzia in Minnesota alla preadolescenza a San Francisco. Per la seconda volta in questa stagione Disney in Pixar guarda a Frisco, prima c’era stato Big Hero 6 con la variante sincretistica di San Fransokio, la ragione di base è la stessa, la città del saliscendi è epicentro culturale, di vita e di libertà. Non è però la location primaria degli eventi narrati, nemmeno il cuore lo è perchè qui è bandito l’accattonaggio dei buoni sentimenti, è la testa il contesto.
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Si sta in un Truman Show cerebrale, dove Truman, la piccola Riley, è diretta non solo dal Christof pantocratore, ma da un pantheon di sentimenti primari, la gioia, la tristezza, la rabbia, il disgusto, la paura, personificati e caratterizzati in modo tradizionale eppure indimenticabile, circondati da serie infinite di pallocciotti di vetro multicolore. Sono le sfere contenenti emozioni e ricordi, che appena vissuti rotolano incanalati nella sala comando per il processamento e la memorizzazione. Big Data, poi archiviati in scaffali verticali come le librerie di Interstellar, labirinti di scaffali come una Biblioteca di Alessandria, fuori dalla dittatura del sistema binario e delle sue equiparazioni tra intelligenza umana ed intelligenza artificiale. Il cervello non è una combinazione di zero e di uno, è una galassia infinita in progressiva costruzione, pianeta dopo pianeta, isola dopo isola: la famiglia, l’onestà, i valori, l’amicizia, le passioni, la follia. In mezzo e sotto, tanti luoghi oscuri come l’oblio, discariche di ricordi, sottostrati di sensazioni.

Inside Out Japan Pixar Post 3
La storia di questo film è dentro le emozioni ma viene da fuori, dal mondo che le determina, in primis da mamma e papà che loro malgrado sono demiurghi delle esperienze e dei ricordi, lo so benissimo io, quanto ne sono consapevole, la vita con mio figlio D. è tutta un tentativo di vita attraverso e dentro di lui, come vede il mondo, cosa sente, perché fa, tentativo vano perché lui è me eppure altro da me, che nemmeno sono precog. Inside Out suona come una dicotomia, gioia e tristezza invece sono una falsa dicotomia, non si narra del bene contro il male, si racconta e si vede ciò che definisce un essere umano nel suo sviluppo primario, quindi l’insieme aggregato eterogeneo dei suoi stati d’animo in carne e ossa. Sembrerebbe psicanalisi d’accatto, invece è la più bella storia mai raccontata, di quando gioia e tristezza, amiche, si trovarono insieme in un viaggio allucinante in territori incogniti, con l’unico scopo di rendere Riley felice, non semplicemente allegra, consapevole di stare al mondo prima ancora di saper quale posto occupare, essere umano capace di ridere urlare e piangere, a dirotto, a crepapellle, a squarciagola, di amare anche la tristezza perchè anche la tristezza è necessaria. E’tutta vita.
inside out 4Inside Out è una folgorazione, è un’opera raccontata al femminile e questo ci piace tantissimo, ancor più ci piace la sovversione e la destrutturazione definitiva della fiaba tradizionale, con il principe azzurro che non è unico ma infinitamente replicabile usato come oggetto, e la salvezza che arriva da un amico immaginario, asessuato e alieno da sovrastrutture sociali, ma forse è solo perché una childhood, e gli ormoni non sono ancora presenti nè raccontati qui, forse in un sequel auspicabilissimo. Capolavoro assoluto, uno dei segni indelebili di questo 2015 grandioso per il cinema, dentro e fuori i confini della animazione digitale.

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