Il Traduttore, di Massimo Natale. Un noir in punta di lingua


Il confine tra tv e cinema è labile, sempre più sottile, spesso diventa impercettibile ad occhio nudo, ma esiste. Su quel limine oscilla Il traduttore, volenterosa opera seconda prodotta e diretta da Massimo Natale. L’idea è ottima, un circolo femminile – vizioso, più che virtuoso – intorno a un maschio espiatorio. Il Traduttore, di Massimo Natale.

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Il traduttore del titolo è uno studente universitario di lingue, rumeno a Roma, che suo malgrado si trova ad essere uomo oggetto, strumento utilizzato per fini personali da femmine d’età variabile. La fidanzata dell’Est lo brama per essere tradotta (etimologicamente) in Italia, la questora lo usa per tradurre intercettazioni criminali, la docente per pubblicare in italico poesie del famoso vate d’oltrecortina, la gallerista pariolina, vedova consolabile, per carpire i segreti del diario del defunto fedifrago marito. La gallerista è Claudia Gerini, e qui viene il bello, perché oggi Claudia è la Nostra Signora del Nudo Italiano e, generosissima, non risparmia l’ostensione del corpo sontuoso, anzi, si produce in amplessi durevoli in più posizioni, incurante della differenza d’età e d’esperienza scenica con il diligente ragazzone.

il-traduttore-claudia-geriniCostui risponde al nome di Kamil Kula, polacco di 26 anni in rampa di lancio tra grande e piccolo schermo del suo Paese, di statuaria e bella presenza, un mix tra Jude Law e Gabriel Garko secondo i giurati della sezione Nuove Proposte al Bifest 2016, dove Il traduttore è passato, nostro malgrado, senza gloria. A torto, perché la scrittura è buona, con il gioco dei generi e delle parti a comporsi e scomporsi sull’ambiguità e l’ostilità del linguaggio straniero, del logos incognito, il finale non scontato, inoltre la matrice teatrale di Natale (scuola Garinei) riempie la claustrofobia delle location.

il_traduttore_anna_safroncik_kamil_kula Nuoce però a una più generale riuscita dell’opera la debolezza del dettaglio, in specie la rappresentazione di alcuni eventi di contorno e la recitazione di alcuni personaggi secondari, evidentemente e colpevolmente neofiti. Soprattutto, resta difficile da digerire il MacGuffin rivelatore, non si comprende bene perché, a Roma, qualcuno pensi a far tradurre uno scritto tedesco intimissimo ad un madrelingua rumeno, senza pensare a germanofoni più consoni, al più a San Google Translator. Si resta, pertanto, con l’impressione di guardare un qualcosa di ingegnosamente architettato, ma di formato non compiutamente definito, un’opera di confine, appunto.

 

[Anche su Nocturno.it]

 

 

 

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